Scuola, disastro Dad, Schleicher: “La realtà è peggiore dei numeri. Adesso bisogna tornare in aula”
di Giuliano Aluffi , di Giuliano Aluffi"L'Italia non è sola: le chiusure scolastiche hanno danneggiato l'insegnamento in molti Paesi. L'importante ora è fare tesoro di questa lezione per ammodernare l'istruzione in Europa". A dirlo è Andreas Schleicher, capo del direttorato Ocse per l'istruzione e direttore del programma Pisa (valutazione internazionale degli studenti).
In che modo la pandemia ha danneggiato l'istruzione?
"In molti Paesi, non solo in Italia, i periodi di chiusura hanno avuto un impatto piuttosto drastico sui risultati scolastici e sul benessere degli alunni. Questo perché le alternative all'insegnamento in presenza, come la dad, hanno funzionato solo per gli studenti più agiati, che avevano accesso alla tecnologia e avevano un buon supporto parentale a casa. Gli studenti più svantaggiati hanno anche avuto un altro danno: la scuola è un ambiente molto importante per lo sviluppo sociale, e anche questo aspetto h…
"L'Italia non è sola: le chiusure scolastiche hanno danneggiato l'insegnamento in molti Paesi. L'importante ora è fare tesoro di questa lezione per ammodernare l'istruzione in Europa". A dirlo è Andreas Schleicher, capo del direttorato Ocse per l'istruzione e direttore del programma Pisa (valutazione internazionale degli studenti).
In che modo la pandemia ha danneggiato l'istruzione?
"In molti Paesi, non solo in Italia, i periodi di chiusura hanno avuto un impatto piuttosto drastico sui risultati scolastici e sul benessere degli alunni. Questo perché le alternative all'insegnamento in presenza, come la dad, hanno funzionato solo per gli studenti più agiati, che avevano accesso alla tecnologia e avevano un buon supporto parentale a casa. Gli studenti più svantaggiati hanno anche avuto un altro danno: la scuola è un ambiente molto importante per lo sviluppo sociale, e anche questo aspetto ha sofferto durante i lockdown. L'effetto totale è peggiore di ciò che si vede dai soli numeri".
Nei dati Invalsi le scuole superiori hanno i risultati peggiori. E sono quelle che hanno perso più giorni. C'è un nesso?
"Le classi più alte hanno perso più ore: è normale che siano state più danneggiate. Inoltre gli alunni delle scuole primarie possono avere più aiuto dai genitori: più si sale nel livello scolastico, più aiutare i figli diventa difficile per i genitori poco istruiti".
C'è qualche Paese europeo che potremmo prendere a modello?
"Ci sono diverse nazioni che hanno fatto meglio dell'Italia nel tenere aperte le scuole durante la pandemia. La Francia ha chiuso i supermercati, ma non le scuole, o perlomeno solo per un brevissimo periodo. Penso che evitare di chiudere le scuole - magari investendo di più nel renderle sicure, sia attraverso il distanziamento che la ventilazione - sia il primo passo. Tanto più che le nostre analisi mostrano che non c'è quasi relazione tra il tasso di contagio e i giorni di chiusura delle scuole: insomma chiuderle non serve. Poi ci sono nazioni - come il Giappone, la Corea e in Europa l'Estonia - che hanno fornito buone alternative digitali all'istruzione, e ambienti di insegnamento molto innovativi. Hanno saputo usare la tecnologia non solo per conservare la didattica esistente, ma per trasformarla".
Quali soluzioni digitali sembrano più utili?
"Se ci sono buone piattaforme di e-learning e gli insegnanti le usano con efficacia, questa è la migliore soluzione. Ma si può fare anche altro. Ad esempio in Spagna ha avuto successo l'uso della televisione insieme agli smartphone. C'erano dei canali tv appositi con 6-8 ore quotidiane di insegnamento. E non si trattava solo di lezioni standard, ma anche di show televisivi a scopo educativo. Con contenuti progettati insieme agli editori. Molti insegnanti in Spagna sono diventati 'star televisive'. Il risultato migliore si è avuto con gli studenti delle primarie, quelli per cui le piattaforme di e-learning non sono molto efficaci. In questi casi la televisione è una buona alternativa".
Quindi l'importante è trovare il giusto mix?
"Si può usare la televisione, la radio, il cellulare o sistemi sofisticati di intelligenza artificiale. In Cina e a Singapore ho visto delle piattaforme di e-learning dove, mentre l'alunno esegue un problema di matematica, la piattaforma studia il modo in cui ragiona, per adattarsi allo studente. E riconosce anche il suo livello di attenzione, così da poter rispondere quando lo studente si distrae. Le piattaforme non richiedono solo buona tecnologia, ma anche buone capacità di insegnamento: è questo il vero collo di bottiglia, non solo in Italia ma ovunque. Per cui il mio consiglio è di non aspettare la tecnologia ideale, ma di trarre il meglio da ciò che è disponibile, da ciò che gli alunni e gli insegnanti sanno usare. Come in Spagna".
L'Europa sta trasformando la pandemia da un problema a un'opportunità di ammodernare il sistema scolastico?
"Rispetto a Paesi come la Cina siamo indietro di circa 10 anni. In Europa sento dire troppo spesso 'ricostruiamo ciò che c'era, migliorandolo'. Io dico, invece, 'Costruiamo il nuovo, in maniera diversa da prima'. Oggi in Europa abbiamo insegnanti che usano la tecnologia per fare le stesse cose che facevamo prima, ma con un computer. Questo non è l'ideale".
Cosa deve cambiare?
"Non è solo una questione di tecnologia, ma anche di ruolo dell'insegnante. In molte scuole italiane l'insegnante è ancora un 'istruttore'. Ovvero insegna ciò che sa. Penso che in futuro gli insegnanti debbano rimanere buoni istruttori, ma dovranno anche diventare dei buoni 'coach', dei buoni facilitatori, dei buoni valutatori. Se sei un insegnante italiano, oggi passi la maggior parte del tempo in classe e poco o nessun tempo lavorando ad altri compiti educativi. Se sei un insegnante a Singapore o in Estonia, invece, insegni per meno ore rispetto a un insegnante italiano, ma lavori di più con gli studenti al di fuori della classe. E lavori di più con i colleghi, per osservare le lezioni degli altri e progettare pedagogia innovativa. In quei Paesi chi insegna ha più responsabilità. E collabora per progettare nuove tecnologie di insegnamento".