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Nella babele delle chat di classe, ecco le regole per genitori e prof

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Chi le vieta, chi le affida al solo amministratore, chi separa docenti e alunni come in un ring: i consigli di pedagogisti e insegnanti
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ROMA - “Din!”. È notte fonda, è domenica, è un festivo, ma il cellulare squilla ancora. “Prof, lo so che è tardi ma non ho capito l’esercizio che devo fare”. “Io non abbasso i toni manco per niente, mò bastaaa”. “Benvenuti”, “grazie”, “ok, grazie”, “evviva”, “sììììììì”, pollicione, faccina che ride, unicorno, faccina che fa festa.

Nella giungla delle chat scolastiche in cui convivono studenti, genitori, rappresentanti, presidi e prof si avvicendano h24 compiti, uscite anticipate, laboratori di teatro, collette, inviti alle feste, emoji, stickers, auguri, foto, video, meme, tamponi, certificati, sbrocchi, insulti, riservatezze, treni che non passano, gite che saltano. “Oh no”, “oh noo”, “oh nooo”.

L’unica regola è che, quasi ovunque, non ci sono re…

ROMA - “Din!”. È notte fonda, è domenica, è un festivo, ma il cellulare squilla ancora. “Prof, lo so che è tardi ma non ho capito l’esercizio che devo fare”. “Io non abbasso i toni manco per niente, mò bastaaa”. “Benvenuti”, “grazie”, “ok, grazie”, “evviva”, “sììììììì”, pollicione, faccina che ride, unicorno, faccina che fa festa.

Nella giungla delle chat scolastiche in cui convivono studenti, genitori, rappresentanti, presidi e prof si avvicendano h24 compiti, uscite anticipate, laboratori di teatro, collette, inviti alle feste, emoji, stickers, auguri, foto, video, meme, tamponi, certificati, sbrocchi, insulti, riservatezze, treni che non passano, gite che saltano. “Oh no”, “oh noo”, “oh nooo”.

L’unica regola è che, quasi ovunque, non ci sono regole. C'è chi vorrebbe bloccarle, altri riformarle, il ministro all'Istruzione Patrizio Bianchi ha detto che vietarle è sbagliato, e così gli studenti. In attesa di una disciplina nazionale, qualcuno ha già provato a darsi un contegno con linee guida e netiquette. Ma pure lì è un ginepraio di norme: scuola che vai, regolamento che trovi.

“1: Non spammare con stickers. 2: Evitare saluti, auguri e convenevoli. 3: Non scrivere di continuo “ok”, “yes”, “yep”, “wow”, pollici all’insù, faccine. 4: Evitare le gare in chat per restare svegli di notte. 5: No ai vocali. 6: Non alimentate l’entropia”. Ecco il galateo delle chat della scuola media Borsi di Livorno.

Più rigido l’istituto comprensivo Ronchi di Cellamare, Bari: vietati gruppi genitori/docenti, niente numeri di telefono condivisi, no ai voti e ai giudizi via chat, libera circolazione di merci ma solo se limitata al materiale didattico e alle informazioni organizzative.

All’Iis Bramante di Roma “le chat di classe tra genitori e docenti non dovrebbero esistere assolutamente”, “i genitori dei minorenni” sono invitati “a cancellare l’iscrizione ai gruppi, se cancellare Whatsapp o Facebook potrà sembrare eccessivo”.

Ancora: alla primaria Fermi di Rimini la chat tra genitori “dovrebbe essere riservata esclusivamente a situazioni amicali e per la richiesta di informazioni che non sia possibile reperire altrimenti”. Mentre “i docenti devono astenersi dal partecipare”. Il prontuario del comprensivo di Macerata Campania, a Caserta, vieta foto e video. Al Carchidio Strocchi di Faenza le chat servono sì per comunicazioni di servizio, ma sono pure “un valido strumento nel quale i genitori possono fare squadra, informare delle feste (adesioni, regali, ringraziamenti e foto vanno fatti però in privato)”. Chi comanda? Il rappresentante, “riportando dentro i binari chi supera i limiti”. Gli insegnanti? Fuori.

La maggior parte delle scuole è No vad, senza vademecum. I presidi dell’Anp del Lazio hanno deciso di mettere mano al codice deontologico, l’ultima versione è del 2012: whatsapp era un bambino di appena tre anni. L’intenzione è stilare delle linee guida nazionali. “Nulla di perentorio – giurano - solo suggerimenti che possono aiutare docenti e dirigenti nella vita di tutti i giorni”. Anche perché l’ira dei sindacati e dei ragazzi è dietro l’angolo. Dice Pino Turi della Uil Scuola, “pensare che il codice diventi norma e si trasformi in divieti e sanzioni ci sembra sbagliato”. La Rete degli studenti medi: “Un parere poco utile e fuori dal tempo. Serve educare alla tecnologia, non disincentivarla”.

Valentina Petri, prof di italiano e blogger, spiega: “La richiesta di regolamentazione arriva perché è venuto a mancare il buon senso, soprattutto quello degli adulti: i genitori sono incontenibili, non hanno educazione digitale”. “Il numero di telefono” però “non è un segreto di Stato”. “Io – racconta - ho una chat con i miei studenti. In pandemia è stata un’ancora di salvezza pronta a trasformarsi in demonio, per questo ho stabilito regole a monte: sì a informazioni urgenti, sì a video e link da condividere con il gruppo classe, tollerate anche parodie dei poeti che studiamo in classe, il resto no”. Tornare indietro? “È rischioso: ora i ragazzi non ci vedono più come vecchi che incidono sulle tavolette di pietra, non siamo più cringe”.

L’importante, spiega Daniele Novara, pedagogista, è “mettere regole chiare, ad esempio che i problemi scolastici non si affrontano sui social, che prima di urlare al lupo al lupo occorre informarsi, che non è legittimo utilizzare queste nuove forme di sharing tecnologico per scaricare frustrazioni e rancori”. Altrimenti “l’equivoco che generano queste comunicazioni rischia di ricadere sugli alunni”.

Certo, con il cellulare facile che ognuno faccia come vuole e non si può nemmeno pensare di bannare il “ribelle” del gruppo. Ma la stretta è alle porte. Genitori, studenti, docenti e presidi ne parlano. Dove? Su whatsapp, ovviamente.