Scuola, Rachele Furfaro: “Alzare gli stipendi è il primo passo per dire che la scuola è importante”
di Lara Crinò , di Lara CrinòNella sua lunga esperienza nel mondo della scuola, Rachele Furfaro ha sempre creduto nella pedagogia come scienza viva e applicata. Insegnante di ruolo nella scuola pubblica per un decennio, negli anni Ottanta ha fondato a Napoli un network di istituti, "Dalla parte dei bambini", che vanno dal nido al secondo grado e che si focalizzano su un approccio attivo all'apprendimento. Già assessora all'Educazione del Comune partenopeo e consigliera per le politiche culturali della Regione Campania, è ora in libreria con La buona scuola. Cambiare le regole per costruire l'uguaglianza (Feltrinelli). Nel volume analizza con la ricchezza e la completezza dei dati il sistema educativo italiano. Alla vigilia della riapertura delle aule, il suo sguardo aiuta a individuarne i punti di crisi, a leggere le crepe di uno spazio "dove hanno messo radici le diseguaglianze", ma anche a cercare possibili soluzioni. Che coinvolgano la poli…
Nella sua lunga esperienza nel mondo della scuola, Rachele Furfaro ha sempre creduto nella pedagogia come scienza viva e applicata. Insegnante di ruolo nella scuola pubblica per un decennio, negli anni Ottanta ha fondato a Napoli un network di istituti, "Dalla parte dei bambini", che vanno dal nido al secondo grado e che si focalizzano su un approccio attivo all'apprendimento. Già assessora all'Educazione del Comune partenopeo e consigliera per le politiche culturali della Regione Campania, è ora in libreria con La buona scuola. Cambiare le regole per costruire l'uguaglianza (Feltrinelli). Nel volume analizza con la ricchezza e la completezza dei dati il sistema educativo italiano. Alla vigilia della riapertura delle aule, il suo sguardo aiuta a individuarne i punti di crisi, a leggere le crepe di uno spazio "dove hanno messo radici le diseguaglianze", ma anche a cercare possibili soluzioni. Che coinvolgano la politica ma che partano dal basso, facendo tesoro delle esperienze di chi nonostante tutto continua a credere nell'educazione come avventura.
L'inizio del calendario scolastico coincide con la campagna elettorale. Le sembra che le proposte della politica colgano le necessità dei nostri ragazzi?
"Partirei da un dato e da una constatazione. Le rilevazioni Ocse Pisa certificano che i nostri studenti sono costantemente sotto la media dei paesi europei. Ciò accade perché la scuola italiana ha attraversato il '900 e l'inizio del nuovo millennio senza innovarsi. Le riforme non hanno inciso in profondità, sono state applicate solo nella loro parte burocratica. Sento parlare, ad esempio, dell'idea di Letta di portare l'obbligo scolastico ai 18 anni. Non è sbagliato, ma mi chiedo se si possano caricare altre fatiche su una macchina di cui non riusciamo a sistemare gli ingranaggi".
Qual è il rischio di queste riforme "di carta"?
"Nel caso della scuola per tutti fino a 18 anni, si rischia che diventi un altro ammortizzatore sociale. Per quel che riguarda l'obbligo per la scuola dell'infanzia, oltre il 90% dei bambini già la frequenta. Ma come? Secondo gli ultimi dati Svimez, ad esempio, nel Mezzogiorno circa 650mila alunni delle scuole primarie statali, il 79% del totale, non beneficia di alcun servizio mensa. Quindi il tempo pieno esiste solo per una minoranza di ragazzi. I dati della dispersione scolastica vanno letti a partire da queste cause remote, ad esempio dalla bassissima offerta di servizi educativi al sud. Ma attenzione, ciò non vuol dire sposare la narrazione di un nord che funziona e di un sud in crisi: il sud non rappresenta un'anomalia, piuttosto dimostra con più evidenza i difetti di un'intera nazione. Ciò che servirebbe è lavorare per fare della scuola un luogo di accoglienza e benessere e davvero inclusivo a partire dai primi cicli, e scardinare un modello inadeguato".
"Perché è industriale, rigido, funziona per campanelli, aule, orari, e non risponde più ai problemi complessi che ci troviamo ad affrontare. Il suo linguaggio è totalmente autoreferenziale. Invece dovremmo ripartire dai ragazzi, dal fatto che ciascuno di loro arriva in aula, a sei anni, ricchissimo di esperienze. La scuola fa il gioco dell'oblio, parte dimenticando questo dato. Se si lavora invece sul mettere in moto processi, li si motiva a restare dentro un percorso. È un compito molto faticoso e necessita di personale formato. Stupisce che l'accento sia solo sulla formazione digitale, perché evidentemente non basta".
Eppure c'è chi sostiene che con la didattica a distanza la scuola sul digitale ha fatto il balzo in avanti.
"Non credo che percepiamo ancora interamente la sofferenza che la pandemia ha creato nei più giovani. Il Covid ha scavato il fossato, allargando le diseguaglianze tra le famiglie e tra i bambini. Gli insegnanti che hanno saputo rispondere meglio alla pandemia sono stati quelli che già si muovevano su pratiche didattiche attive, non quelli che da casa hanno continuato a fare la lezione in modo frontale, concentrato sui saperi, senza occuparsi di rielaborare insieme quel momento di difficoltà e solitudine. Così si è incrinato ancor di più il rapporto di fiducia che è deve essere alla base di una buona scuola".
Lei insiste molto sulla fiducia: tra insegnanti e genitori, tra insegnanti e ragazzi o tra insegnanti e Stato?
"Le tre dimensioni viaggiano insieme. Per ciò che riguarda il rapporto tra Stato e insegnanti, bisognerebbe finalmente affrontare il tema dell'adeguamento degli stipendi, agli ultimi posti in Europa. Alla remunerazione non adeguata corrisponde uno scarso valore attribuito socialmente al ruolo del professore, che invece è strategico nella costruzione di una società equa. Come si può pretendere in queste condizioni che le famiglie affidino alla scuola i propri figli in un rapporto di co-costruzione di un percorso formativo? È nella cooperazione che gli insegnanti danno il meglio di sé. Lo mostrano le esperienze positive che in questi anni sono nate sul territorio, spesso nelle aree della fragilità sociale".
Così si può contribuire a rafforzare la comunità. Cosa può dirci dell'esperienza di rigenerazione urbana che la Fondazione Foqus, che lei presiede, ha creato nei Quartieri Spagnoli di Napoli?
"Tutto è partito da una scuola, che si è attivata per il recupero di un vecchio monastero, un'area di circa 20mila metri quadrati a cui abbiamo ridato vita. Abbiamo sperimentato che quello che normalmente l'insegnante fa dentro una classe può funzionare su una macro scala. Abbiamo coinvolto i genitori, anche in situazioni non semplici, e ciò ci ha permesso di aprire questo spazio non solo ai bambini del quartiere, ma anche a chi viene da altre zone di Napoli. Si tratta di una possibilità di sviluppo e di emancipazione che prima non c'era".