Maturità, il prof-scrittore Enrico Galiano: “Molti di noi sarebbero genitori migliori, se i loro li avessero accompagnati all’esame”
di Corrado ZuninoROMA – Il professore-scrittore Enrico Galiano, 47 anni, insegnante dell’Istituto comprensivo di Chions (Pordenone) e stella dei social, è intervenuto (su Facebook con un post, su Tik Tok con un video) sulla polemica dei mazzi di fiori portati dai genitori sotto scuola ai reduci dall’orale della Maturità.
Perché ha sentito il bisogno, prof?
“Ogni anno in questo periodo salta fuori un testo sui social per anziani che dice: ai miei tempi, quando ho fatto la Maturità, sono andato da solo, 15 chilometri a piedi, su un cammello, poi sono tornato a casa e ho preparato da mangiare a miei quindici fratelli. E giù botte ai diciannovenni di oggi: accompagnati, viziati, mai cresciuti. Forse gli adulti, dopo quelle imprese giovanili diventati seminatori di odio in rete, in crisi nell’esprimere un vocabolario emotivo, incapaci di comunicare con i loro adolescenti senza giudicarli, dovrebbero ricordare che sono stati ragazzi negli Ottanta e nei Novanta spesso con una scarsa presenza dei loro genitor…
ROMA – Il professore-scrittore Enrico Galiano, 47 anni, insegnante dell’Istituto comprensivo di Chions (Pordenone) e stella dei social, è intervenuto (su Facebook con un post, su Tik Tok con un video) sulla polemica dei mazzi di fiori portati dai genitori sotto scuola ai reduci dall’orale della Maturità.
Perché ha sentito il bisogno, prof?
“Ogni anno in questo periodo salta fuori un testo sui social per anziani che dice: ai miei tempi, quando ho fatto la Maturità, sono andato da solo, 15 chilometri a piedi, su un cammello, poi sono tornato a casa e ho preparato da mangiare a miei quindici fratelli. E giù botte ai diciannovenni di oggi: accompagnati, viziati, mai cresciuti. Forse gli adulti, dopo quelle imprese giovanili diventati seminatori di odio in rete, in crisi nell’esprimere un vocabolario emotivo, incapaci di comunicare con i loro adolescenti senza giudicarli, dovrebbero ricordare che sono stati ragazzi negli Ottanta e nei Novanta spesso con una scarsa presenza dei loro genitori. Per questo rivendicano la loro solitudine e durezza. Allora si usava così, ma un padre e una madre presenti servono a un figlio nel resto del percorso della vita”.
Quindi, un mazzo di fiori fuori dal portone di scuola è un gesto bello e utile.
"Che male c’è?, non riesco proprio a capirlo. Significa: sto con te, ti sono vicino. Faccio il tifo”.
La psicoterapeuta Stefania Andreoli dice: se festeggiamo una Maturità come fosse una laurea, poi che faremo alla laurea?
“È una considerazione giusta, ma per un diciannovenne la montagna è più alta di quanto lo sia il diploma di laurea per un ventiquattrenne. Alla laurea ci arrivi dopo venti esami, a una tesi lavori per due anni. E poi sei più grande, formato. All’esame di Maturità ti trovi per la prima volta una commissione davanti. Questi ragazzi, lo ricordiamo?, hanno vissuto due stagioni con il Covid e, sì, hanno conosciuto l’assenza e hanno più bisogno di presenza”.
Un genitore che presenzia l’orale, come lo giudica?
"Quello lo critico anch’io. L’orale, e penso al maturando, è la tua prima notte nella foresta. Se l’affronti con il testimone di famiglia, perdi il suo significato simbolico. La Maturità non è una performance né una partita: è una prova e all’orale devi essere da solo”.
Nel post, e nel video, lei ha raccontato una storia personale: suo padre, fino a quel momento poco presente, quel giorno si appalesa al portone della scuola. Lei aveva fatto un esame disastroso e lui la portò a bere.
"All’orale avevo avuto la brillante idea di litigare con il commissario esterno. E all'uscita, ecco il mio papà. Gli raccontai del casino che avevo fatto, dello scritto di Italiano andato malissimo, che ero sicuro di essere stato bocciato. E lui mi portò a bere, alle dieci e mezza del mattino. Non c’era proprio niente da festeggiare, perché avevo realizzato meno della metà di quello di cui ero capace. Quel ricordo lì, di mio padre, la sua pacca sulla spalla dopo il brutto flop, è uno dei più bei ricordi che abbia di lui. Di sicuro, una delle volte in cui l’ho sentito veramente vicino. No, non si può condannare un genitore che ti porta un mazzo di fiori”.
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Che voto prese, alla Maturità?
“Un mediocre 41. Ero uno studente già con le idee chiare, sapevo che mi sarei iscritto all’università e avrei preso Lettere, ma nel tema ero andato fuori traccia clamorosamente. Avrei dovuto parlare del rapporto tra matematica e poesia e riempii due fogli facendo una recensione di “2001, Odissea nello spazio” di Stanley Kubrick. Presi ‘4’. All’orale il commissario esterno tentò, senza riuscirci, di farmi parlare del pessimismo cosmico di Giacomo Leopardi. La parola pessimismo non esiste nell’intero zibaldone del poeta, ma il luogo comune non viene scardinato. Litigai, davanti a tutti. Ho rischiato davvero la bocciatura”.
Kubrick, a proposito, sarebbe tornato a segnare la sua vita.
“Ci ho costruito sopra la tesi di laurea in Lettere, Università Ca’ Foscari di Venezia, relatore Umberto Galimberti. Presi 100 e lode, una grande metafora per me. Quando sono diventato insegnante ho compreso che andare fuori tema, e io ci sono andato molte volte, non solo alla Maturità, è sì un errore, ma è anche il segnale che hai delle passioni, così forti da dimenticare che cosa ti era stato chiesto inizialmente. Questo aspetto va rispettato e valorizzato”.
Lei è un riferimento scolastico e culturale dei social, fu irresistibile la sua analisi letteraria su Tik Tok delle canzoni dell’ultimo Sanremo. Non è stufo delle tante reazioni prevedibili e aggressive che si leggono su questo strumento?
"Come professore sento il dovere civile di espormi. Insegno ai ragazzi, in classe, ad alzare la mano, allevo menti che, quando mi contestano, mi fanno capire che sono sulla strada giusta. Ecco, devo trarne le conseguenze: andare sui social a parlare di un argomento, difendere una questione, approfondire un tema, è il mio modo di alzare la mano".
E le reazioni mono-offensive?
"E’ più facile mi arrivino dagli adulti. E raro che su Tik Tok, regno dei più giovani, mi scrivano “vai a zappare”. Sono quasi sempre rispettosi. Non mi disturba il contrasto, sono solo preoccupato quando leggo commenti pesanti da parte di insegnanti. Non puoi stigmatizzare il bullismo a lezione e poi andare a insultare un collega, ti squalifica. La digitalizzazione umana è stata troppo veloce e ha preso di sorpresa anche gli insegnanti, che devono ancora ambientarsi”.
In lei c’è una continua tensione alla comprensione della generazione del XXI secolo.
"Se li guardassimo davvero, questi ventenni, smetteremmo di giudicarli. Hanno tesori, come tutte le generazioni, ma vivono con un’ansia endemica che li blocca. Difficile non essere ansiosi, d’altro canto, con quello che passa sui tg”.
E poi c’è l’aliquota dei ragazzi violenti.
“Giro tante scuole e noto che si è creata una sorta di spaccatura. Da un lato giovani più rispettosi, dall’altro più aggressivi. Questo si vede nelle scuole di periferia, socialmente più a rischio. Alcuni scelgono, a un certo punto della vita, di diventare come li hanno visti: ‘Sei un buono a nulla’. Si adeguano alla loro immagine. E poi ci sono gli adolescenti che mollano la scuola a 15 anni, e lì è il patatrack. Perdono il rapporto con le regole. Cambiano i valori. I soldi e il lusso diventano la loro nuova copertina. Cercano il riconoscimento pubblico in aspetti superficiali, e la riconoscibilità sui social. Con un’idea oggi puoi ottenere tanti follower, ma quella realtà è crudele: ti esalta e butta giù in un attimo. “La neve in fondo al mare”, di Matteo Bussola, racconta proprio questo”.
Dopo quasi due anni di istruzione del merito, che bilancio si può trarre?
“La risposta me l’ha data mia figlia di sette anni quando ha detto: ‘Papà, non voglio che mi dai ripetizioni di Latino perché non voglio imbrogliare, voglio essere alla pari con i miei compagni”. Ha capito più cose del ministro Giuseppe Valditara. Spesso i meritevoli sono semplicemente ragazzi più fortunati, cresciuti in famiglie che li hanno stimolati e hanno potuto pagare ripetizioni e tutor”.