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Promessi sposi al quarto anno? Ecco perché è sbagliato rimandare Manzoni

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Del documento ministeriale sulla letteratura colpisce un vizio di impostazione. Prendiamo Manzoni, la proposta — apparentemente ragionevole — di levarlo dal biennio e spostarlo al quarto anno, dal momento che non è più un “classico della contemporaneità” come quando venne introdotto nella scuola all’epoca dell’Unità. Si aggiunge che sarà studiato “quando si affronta la letteratura all’epoca di Manzoni”. Ed ecco il vizio cui accennavo: se noi leggiamo i classici solo dentro la loro epoca rischiamo di togliergli il pungiglione, di depotenziarli a semplice oggetto di studio. Eppure i classici premono su di noi, con la loro urgenza morale, con la loro lingua insieme familiare e perturbante. Ci interrogano e ci scuotono ben al di là del contesto storico in cui sono vissuti (e che certo va conosciuto in profondità). In un certo senso bisognerebbe leggere i loro libri come se li avessero scritti proprio per noi!

Del documento ministeriale sulla letteratura colpisce un vizio di impostazione. Prendiamo Manzoni, la proposta — apparentemente ragionevole — di levarlo dal biennio e spostarlo al quarto anno, dal momento che non è più un “classico della contemporaneità” come quando venne introdotto nella scuola all’epoca dell’Unità. Si aggiunge che sarà studiato “quando si affronta la letteratura all’epoca di Manzoni”. Ed ecco il vizio cui accennavo: se noi leggiamo i classici solo dentro la loro epoca rischiamo di togliergli il pungiglione, di depotenziarli a semplice oggetto di studio. Eppure i classici premono su di noi, con la loro urgenza morale, con la loro lingua insieme familiare e perturbante. Ci interrogano e ci scuotono ben al di là del contesto storico in cui sono vissuti (e che certo va conosciuto in profondità). In un certo senso bisognerebbe leggere i loro libri come se li avessero scritti proprio per noi!

Torniamo ai Promessi sposi. Va bene, non ci “parlano” come un romanzo, che so, di Ammaniti e Starnone, e neanche di Calvino e Morante. Inoltre sono scritti in una lingua ottocentesca, in buona parte artificiale e letteraria, che solo in parte è confluita nella lingua media che tutti oggi, grazie alla scuola e alla TV, usiamo nella comunicazione quotidiana. Però anzitutto la lingua manzoniana non ha bisogno di un glossario (parole come “giovine” o “codesto”, sono del tutto intelligibili), ma poi la sua struttura logica, il suo lessico che aderisce con precisione a cose e persone, la sua sintassi — certo oggi appena rallentata — capace di restituire un ordine al caos dell’esistenza (uno scrittore pure espressionista come Gadda voleva che Arbasino gliela leggesse, nei suoi ultimi giorni, per godere di un momento di pace!) non potrebbero educare un nativo digitale a una maggiore consapevolezza del proprio linguaggio? Né possiamo trascurare i prestiti del lessico manzoniano alla cultura pop: il “tizzone d’inferno” di Tex Willer proviene da lì!

E ancora: davvero il ministro Valditara vorrebbe privare un quindicenne della lettura della riunione politica dal Conte Zio a Milano (XIX capitolo), in cui sono smontate le dinamiche della politica, tra corruzione, sottile diplomazia, violenza istituzionalizzata e manipolazione?

Don Rodrigo non è un “cattivo” ma solo la forma istituzionale del potere arbitrario. Non ci fa venire in mente nulla? Manzoni non era un rivoluzionario — Gramsci ne criticava il populismo aristocratico e moderato — e diffidava della folla in rivolta ma la sua critica del potere, di abusi e arbitrii del potere (esercitati da polizia, giudici, burocrazia etc.), ha una radicalità assoluta, che dovette piacere a Sciascia.

E quando nella scena del lazzaretto scopriamo che donne allattano non solo i propri figli ma i bambini di tutti (capitolo XXXV) non è una immagine commovente di carità inclusiva, ben oltre ogni familismo amorale?

Manzoni racconta la storia segreta delle anime, delle resistenze individuali, contro lo “scandalo” della Storia, fatta dai potenti e dai grandi uomini. Davvero riteniamo che la sua lezione morale andrebbe confinata — scrupolosamente — nel capitolo che riguarda l’800 e che non sarebbe compresa da un ragazzo del biennio?

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