Nel testo proposto agli studenti maturandi, Paolo Borsellino non racconta il coraggio. Non invoca la memoria. Non cerca l’enfasi. Fa qualcosa di più difficile: cerca di spiegare. Analizza Palermo come luogo fisico e morale, città devastata non solo dalle bombe, ma da una lunga resa collettiva alla logica del potere mafioso. Lo fa con parole semplici e nette. Descrive una comunità disgregata, abitata da cittadini che non si riconoscono più come tali. Denuncia la complicità passiva di una generazione che ha considerato la mafia una normalità. E poi indica, senza retorica, la sola possibilità di rottura: i giovani.
Per uno studente che si appresta oggi a diventare adulto, questo testo non è solo un esercizio di analisi. È una chiamata alla realtà. Gli si chiede di capire che la mafia, più ancora che un fenomeno criminale, è una struttura culturale, un’educazione distorta alla forza, al silenzio, al privilegio. E che proprio per questo può essere disinnescata, se si rifiuta quel cons…
Nel testo proposto agli studenti maturandi, Paolo Borsellino non racconta il coraggio. Non invoca la memoria. Non cerca l’enfasi. Fa qualcosa di più difficile: cerca di spiegare. Analizza Palermo come luogo fisico e morale, città devastata non solo dalle bombe, ma da una lunga resa collettiva alla logica del potere mafioso. Lo fa con parole semplici e nette. Descrive una comunità disgregata, abitata da cittadini che non si riconoscono più come tali. Denuncia la complicità passiva di una generazione che ha considerato la mafia una normalità. E poi indica, senza retorica, la sola possibilità di rottura: i giovani.
Per uno studente che si appresta oggi a diventare adulto, questo testo non è solo un esercizio di analisi. È una chiamata alla realtà. Gli si chiede di capire che la mafia, più ancora che un fenomeno criminale, è una struttura culturale, un’educazione distorta alla forza, al silenzio, al privilegio. E che proprio per questo può essere disinnescata, se si rifiuta quel consenso che l’ha sempre nutrita.
La scelta di portare queste parole nella prima prova della maturità è, dunque, precisa: la legalità non si insegna per decreto. Si affida alla responsabilità di chi comincia a scegliere. Nel testo, Borsellino non usa formule ideologiche. Non semplifica. Non assolve. Racconta la trasformazione urbana di Palermo – dallo spopolamento del centro storico alla cementificazione delle periferie – come effetto visibile di una lunga stagione di dominio mafioso, spesso protetto o ignorato da chi avrebbe dovuto contrastarlo. La mafia, dice in modo chiaro, non vive soltanto di violenza. Vive di alleanze, di interessi condivisi, di protezioni. Vive quando il potere finge di non vedere o, peggio, partecipa.È in questo quadro che il magistrato introduce il tema dei giovani. Non li idealizza. Ma riconosce in loro qualcosa che nella sua generazione era mancato: la capacità di nominare la mafia per quello che è. Di rifiutare l’ambiguità. Di non accettare la convivenza come destino.
Nelle ultime righe si sofferma su un episodio doloroso: un incidente causato dalla sua scorta, che provoca la morte di due ragazzi. È lì, nel dolore e nella crisi morale, che riceve dai giovani un segnale forte. Comprendono il senso della battaglia, il prezzo della protezione, la fragilità di chi lotta. Non giudicano, non si voltano. Stanno.È questo, forse, il centro del messaggio che oggi si chiede agli studenti di comprendere: che la lotta alla mafia non è fatta di gesti eclatanti, ma di un’educazione lunga alla giustizia. E che la differenza tra accettare e rifiutare – tra silenzio e parola, tra indifferenza e responsabilità – passa per la cultura.Ed è proprio a loro che Borsellino affidava il futuro. Con dolore, ma anche con speranza. Perché sapeva che la mafia si regge su una complicità silenziosa, su un consenso sociale che può essere interrotto solo da una nuova generazione che sceglie di non chinare la testa.Ecco allora il senso profondo di questa traccia d’esame: non è solo un’analisi testuale, è un invito a scegliere. A decidere da che parte stare. Perché la lotta alla mafia non è un capitolo chiuso nei manuali di storia, ma una responsabilità viva, quotidiana. Ognuno di quei ragazzi che oggi scrive, riflette, si interroga davanti alle parole di questo eroe antimafia, è chiamato a custodirne l’eredità. Perché la speranza di Paolo Borsellino non era un sogno ingenuo. Era una scelta consapevole. E oggi, quella speranza può diventare realtà. Una penna alla volta. Una coscienza alla volta. Una scelta alla volta.