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Maccioni: “Sorpreso, riscoprire il rispetto in un mondo dove la cattiveria diventa valore"

(agf)

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Un editoriale del caporedattore di Avvenire tra le tracce dell’esame. Il giornalista: “Oggi si dice ‘li abbiamo asfaltati’, un linguaggio usato anche in politica, come mostra Donald Trump”
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E’ “sorpreso” Riccardo Maccioni, caporedattore di Avvenire, un cui editoriale dedicato alla parola “rispetto” è stato scelto come base per una delle tracce della maturità. Di rispetto, nota il giornalista, ce n’è poco anche in politica, come dimostra l’esempio di Donald Trump, e bisogna invece “recuperare la centralità della persona” fin nel linguaggio.

Che sensazione fa essere in una traccia dell’esame di maturità?

“Una sensazione di stupore, anche perché essere accomunati a dei giganti come gli autori delle altre tracce è un onore e anche una responsabilità. E poi c’è il gusto di sottolineare l’importanza di questa parola, al di là dell’autore, sottolineare il concetto di rispetto e il lavoro fatto dalla Treccani per documentarne l’importanza”

Come nacque il suo editoriale sul rispetto “’Rispetto’ è la parola dell'anno Treccani. E serve per respirare”, pubblicato su Avvenire del 17 dicembre scorso?

“Molto semplicemente: era uscita la parola della Treccani e ho detto: perché non…

E’ “sorpreso” Riccardo Maccioni, caporedattore di Avvenire, un cui editoriale dedicato alla parola “rispetto” è stato scelto come base per una delle tracce della maturità. Di rispetto, nota il giornalista, ce n’è poco anche in politica, come dimostra l’esempio di Donald Trump, e bisogna invece “recuperare la centralità della persona” fin nel linguaggio.

Che sensazione fa essere in una traccia dell’esame di maturità?

“Una sensazione di stupore, anche perché essere accomunati a dei giganti come gli autori delle altre tracce è un onore e anche una responsabilità. E poi c’è il gusto di sottolineare l’importanza di questa parola, al di là dell’autore, sottolineare il concetto di rispetto e il lavoro fatto dalla Treccani per documentarne l’importanza”

Come nacque il suo editoriale sul rispetto “’Rispetto’ è la parola dell'anno Treccani. E serve per respirare”, pubblicato su Avvenire del 17 dicembre scorso?

“Molto semplicemente: era uscita la parola della Treccani e ho detto: perché non riflettiamo su questo cosa?”.

Qual è il cuore del suo ragionamento?

“Il cuore del mio articolo è recuperare la centralità della persona, recuperare la centralità dello sguardo che puntiamo sull’altro: troppo spesso ci dimentichiamo, anche nel nostro lavoro giornalistico, che dietro una vicenda, una storia, un episodio di cronaca c’è sempre una persona, un uomo, una donna, un bambino, una bambina in carne e ossa. Dobbiamo ricordarci che ciascuno sta combattendo una propria battaglia, come si dice, e non dobbiamo lavorare a distruggere bensì costruire. L’origine etimologica di rispettare è respicere che, letteralmente significa guardare di nuovo, guardare indietro, e quando si va al di là della superficie si recupera la persona e ci si sente parte della stessa famiglia umana”.

Lei scrive anche dei sentimenti opposti, ad esempio del modo di dire “li abbiamo asfaltati”“

”Viviamo in anni in cui c’è quasi inversione di valori, la cattiveria è un valore. Io sono appassionato di calcio, un tempo si diceva che serva la cattiveria agonistica, oggi si parla di cattiveria e basta. Purtroppo questo linguaggio è diffuso anche in politica, lo vediamo ad esempio alla Casa Bianca: più esplicito di così…”.

Il ministro dell’Istruzione Valditara fa spesso ricorso al concetto di rispetto, in merito ad esempio al bullismo, alle questioni di genere, anche all’insegnamento dell’educazione civica

“Credo che usare la parola rispetto sia sempre bello. Però tante volte viene usata quasi come un attenuazione del concetto. “Avete paura dell’altra squadra? No, ma abbiamo tanto rispetto”, “Sei affezionato a quella persona? Le porto rispetto”. Bisognerebbe che la parola rispetto venisse recuperata nella sua dimensione più vera, distinguendola da altri concetti come attenzione, riguardo. Anche le parole vanno abitate, con l’abito giusto”.

Un rischio presente anche online: “Nessuna condanna a priori delle Rete, ma l’esigenza di dire che l’esistenza non è soltanto quello che si pubblica sullo smartphone”, scrive, un messaggio particolarmente attuale per i ragazzi di oggi?

“Non sono tra coloro che demonizzano l’uso dei social, credo che abbiano anche una funzione positiva, ma c’è il rischio che si dimentichi che tutto passa dal rapporto personale, guardarsi negli occhi. Ma credo anche che i ragazzi sono molto più avanti di noi, ci stano insegnando tante cose, per esempio il valore della condivisione: quando noi avevamo 18 o 19 anni, il primo pensiero era avere la macchina, adesso molti ragazzi puntano allo sharing, non ce più la necessità del possesso. Noi eravamo quasi tutti ossessionati dalla carriera e dalla posizione, adesso a leggere i sondaggi si scopre che i ragazzi se devono scegliere tra una carica in più sul posto di lavoro, e magari anche un piccolo vantaggio economico, e vivere la loro giornata normalmente, preferiscono la seconda”.

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