Furedi: “Se viene meno la distinzione tra adulti e giovani, si creano problemi per entrambi”
dal nostro corrispondente Antonello GuerreraLONDRA - Frank Furedi è stato l’intellettuale a sorpresa della maturità 2026 in Italia, con il suo saggio “I confini contano. Perché l'umanità deve riscoprire l'arte di tracciare frontiere”, che tra le altre cose parla del fenomeno dell’”adultescenza” nei ragazzi di oggi, in un'epoca in cui i confini tra gioventù ed età adulta sono sempre più sfumati. Settantanove anni, ungherese-canadese e residente in Inghilterra dove insegna alla Università del Kent, negli anni è stato considerato un pensatore di destra, conservatore, reazionario, provocatore, di certo anticonformista, vicino all’ex autocrate ungherese Viktor Orbán. Ecco le sue parole a Repubblica.
Professor Furedi, si aspettava un riconoscimento del genere all’esame di maturità in…
LONDRA - Frank Furedi è stato l’intellettuale a sorpresa della maturità 2026 in Italia, con il suo saggio “I confini contano. Perché l'umanità deve riscoprire l'arte di tracciare frontiere”, che tra le altre cose parla del fenomeno dell’”adultescenza” nei ragazzi di oggi, in un'epoca in cui i confini tra gioventù ed età adulta sono sempre più sfumati. Settantanove anni, ungherese-canadese e residente in Inghilterra dove insegna alla Università del Kent, negli anni è stato considerato un pensatore di destra, conservatore, reazionario, provocatore, di certo anticonformista, vicino all’ex autocrate ungherese Viktor Orbán. Ecco le sue parole a Repubblica.
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Professor Furedi, si aspettava un riconoscimento del genere all’esame di maturità in Italia?
“Beh, sono rimasto sorpreso. L’ho saputo soltanto questa mattina, quando alcuni amici italiani mi hanno telefonato per parlarmene. Penso che abbiano fatto una scelta molto azzeccata, perché il tema affrontato è estremamente importante per i giovani che stanno sostenendo gli esami, per i ragazzi di 17-18 anni. Si tratta infatti delle difficoltà e delle tensioni che caratterizzano il rapporto tra le generazioni, in particolare tra gli adolescenti e gli adulti. Nel libro, e in questo brano in particolare, faccio riferimento al fatto che, quando viene meno la distinzione tra adulti e giovani, si creano ogni genere di problemi per entrambe le generazioni”.
È un riflesso della società contemporanea?
“Sì. Nel libro parlo di quello che definisco l’“infantilizzazione” degli adulti e l’“adultizzazione” dei bambini. In sostanza, gli adulti trovano sempre più difficile comportarsi da adulti. Non c’è alcun valore attribuito all’essere adulti, o quantomeno all’essere maturi. Perciò uomini e donne sulla trentina cercano di apparire come adolescenti. Allo stesso tempo assistiamo anche all’adultizzazione dei bambini, che molto spesso vengono incoraggiati a essere sessualizzati e trattati quasi come se fossero in grado di prendere decisioni mature e responsabili”.
È una sorta di limbo?
“Penso che ci troviamo in una situazione in cui il modo in cui consideriamo i giovani rende loro difficile sviluppare un’identità stabile. Tendiamo quasi a trattarli in modo infantile: vengono considerati immaturi più che semplicemente bambini, e facciamo fatica a incoraggiare la loro indipendenza intellettuale. Di conseguenza, i ragazzi finiscono, come dice lei, in una sorta di limbo, senza sapere quale sia il loro posto nel mondo. E questo è in larga misura un problema culturale che noi stessi abbiamo creato”.
E come può essere risolto questo problema?
“Penso che la cosa davvero importante sia, innanzitutto, che gli adulti si assumano una maggiore responsabilità per il proprio ruolo di adulti nei confronti dei giovani e comprendano che ciò che rende un adulto tale è il fatto di avere un preciso dovere verso la generazione più giovane. In secondo luogo, credo che il modo in cui trattiamo i bambini e i ragazzi debba cambiare: invece di educarli a una sorta di approccio terapeutico e psicologizzante alla vita, dovremmo trovare il modo di far sì che prendano sul serio alcuni dei valori e delle norme classiche della civiltà europea. Questi possono infatti fornire loro la forza e il coraggio necessari per diventare più indipendenti mentre si fanno strada nel mondo”.
Lei parla di valori della civiltà europea. Da sinistra, c’è chi l’ha accusata di difendere i valori dei movimenti di destra in ascesa in Europa. Concorda?
“Credo che vi sia una domanda crescente per quelli che vengono definiti movimenti di destra, perché molte persone hanno la sensazione di non avere una casa, di non sapere a quale comunità appartengano. Sentono che la loro voce viene ignorata e che il loro modo di vivere è guardato con disprezzo e considerato inferiore. Di conseguenza, ciò che emerge è il tentativo di trovare un modo per sviluppare un rapporto più stretto, chiaro e organico sia con il passato sia con determinate tradizioni. E penso che questa sia una reazione sana. Tuttavia, resta pur sempre una reazione, e una reazione da sola non è mai sufficiente, perché occorre compiere delle scelte: bisogna decidere che cosa del passato si vuole recuperare e fare proprio e che cosa, invece, si vuole lasciarsi alle spalle. Si tratta di questioni culturali e politiche di grande importanza che, al momento, la società tende troppo spesso a ignorare”.
La sua visione è stata adottata dall’ex autocrate ungherese Orbán e lei ha partecipato a convegni con finanziamenti legati all’ex primo ministro di Budapest. Come commenta questo legame?
“Penso che i media tendano ad associarmi a Viktor Orbán o a figure simili. In realtà, non so quanto sia forte questo legame. Ci sono certamente alcuni aspetti di lui che ammiro, ma per quanto riguarda queste questioni culturali non so fino a che punto se ne sia realmente occupato. Ha affrontato alcuni temi specifici, questo sì. Ciò che ho sempre sostenuto, anche discutendone con gli ungheresi, è che persino i conservatori del mio Paese hanno sottovalutato il problema del rapporto tra le generazioni e, soprattutto, la perdita del senso di responsabilità degli adulti all’interno della società. E questo non è un tema di destra o di sinistra. Credo che sia fondamentalmente una questione culturale e umana, un fenomeno che si è sviluppato nel corso del tempo. E penso che, per certi versi, il fatto stesso che così tanti giovani abbiano votato contro Orbán nelle ultime elezioni sia un segnale del fatto che questo problema non è stato riconosciuto e affrontato in misura sufficiente”.
Le piace Meloni?
“È un politico estremamente abile e capace. Il fatto che sia riuscita a rimanere così a lungo al governo in Italia è interessante e credo che sia una persona che combina un certo grado di pragmatismo nelle questioni economiche e nei rapporti con i mercati globali con il tentativo di restare fedele ad alcuni dei principi sui quali è stata eletta, al legame con il proprio elettorato e con la propria base politica. Per quanto mi riguarda, non ho una posizione definitiva: la mia posizione è aspettare e vedere come riuscirà a risolvere questa tensione. Tuttavia, penso che l’Italia avesse bisogno di una figura come lei, perché, se la si confronta con molti altri politici oggi sulla scena, emerge chiaramente che al momento non c’è un grande livello di talento nella politica italiana. E non lo dico per criticare l’Italia, perché lo stesso problema esiste anche in Inghilterra. È semplicemente una realtà piuttosto triste. Questo mette anche in evidenza il fatto che, guardando all’Italia, il vecchio linguaggio politico della destra e della sinistra non significa più molto. Quando si osserva la sinistra, per esempio, essa è diventata in larga misura un partito di avvocati, professionisti del settore pubblico e persone di quel tipo. Non è più davvero un partito dei lavoratori, non è qualcosa che si assocerebbe tradizionalmente alla sinistra. Perciò oggi non esiste realmente una sinistra di sinistra — almeno non nel senso in cui io intendo la parola “sinistra” — come movimento politico in Italia. Quello che si vede, invece, è una strana coalizione di individui che sembrano muoversi in direzioni molto diverse tra loro. Meloni sta cercando di fare qualcosa di nuovo. Non so quanto riuscirà ad avere successo, perché in parte è prigioniera del difficile esercizio di equilibrio imposto dalla necessità di gestire la propria coalizione di governo”.
Che cos’è per lei il populismo oggi? Molti lo considerano il cavallo di troia di una nuova estrema destra in Occidente.
“Ho appena pubblicato un libro intitolato “In Defence of Populism” (“In difesa del populismo”), uscito proprio il mese scorso e, in sostanza, ciò che sostengo è che esiste una domanda di voce e una domanda di rappresentanza. Vedo lo spirito del populismo come qualcosa di essenzialmente molto importante per il rinnovamento democratico. Tuttavia, questo non significa necessariamente che la richiesta di populismo conduca automaticamente a partiti o leader politici capaci di offrire una soluzione ai problemi esistenti. Al momento, infatti, i partiti populisti stanno avanzando non tanto per il loro talento o per la qualità delle loro politiche, quanto perché si è creato un vuoto dovuto al progressivo declino dei partiti tradizionali. Esiste una domanda di qualcosa di nuovo, ed è questa che sta spingendo in avanti un partito come Reform UK di Nigel Farage in Inghilterra, per esempio. E se non fosse Reform, sarebbe qualcos'altro o qualcun altro, perché quando si parla con le persone al di fuori di luoghi come Londra si percepisce chiaramente questo sentimento. Nel Kent, per esempio, molte persone desiderano davvero qualcosa di diverso. E credo che questo sia un fatto positivo. È un fenomeno che, in misura maggiore o minore, si sta verificando in tutta Europa. Fino a che punto questa spinta possa tradursi in un autentico rinnovamento democratico è però una questione ancora aperta. Nei prossimi anni vedremo se questi partiti saranno in grado di maturare e di consolidarsi. Ma ciò che ci manca, come lei giustamente suggerisce, è un'intellighenzia populista. E qui mi viene in mente qualcuno come Antonio Gramsci, che si confrontò con alcune di queste questioni. Credo che, per molti aspetti, ciò di cui abbiamo realmente bisogno siano intellettuali capaci di instaurare un rapporto più aperto e dinamico con il popolo, invece di limitarsi a confrontarsi soltanto con persone simili a loro”.
L’intellettualismo di destra secondo lei è in ascesa, come qui in Inghilterra lo è stato con Christopher Hitchens e Roger Scruton, altro riferimento di Meloni, prima che morissero?
“Penso che sia ancora presto per dirlo, ma credo che il numero di persone che condividono queste idee stia crescendo. Tuttavia, il sostegno culturale e intellettuale al populismo è ancora molto debole. Quando entro in un'università, per esempio, incontro pochissime persone che la pensano come noi. In Italia, la maggior parte degli accademici voterebbe per il Partito Democratico quasi automaticamente e considererebbe questa scelta come una prova del proprio progressismo. Allo stesso tempo, tenderebbe a vedere Giorgia Meloni come una sorta di figura quasi fascista, un'esponente dell'estrema destra. Si tratta spesso di una visione molto infantile, fortemente polarizzata e binaria del modo in cui la realtà politica si è evoluta. Per questo motivo, credo che siamo ancora lontani dal raggiungere una maggiore apertura e una maggiore chiarezza su queste questioni. Attendo però con interesse il momento in cui sarà possibile avere un dibattito politico più ricco e stimolante, non soltanto tra gli intellettuali, ma anche tra gli attivisti e tutti coloro che sono impegnati su questi temi. In quel momento si potranno finalmente affrontare queste questioni in modo più serio e approfondito”.
Quindi lei non percepisce un pericolo di estrema destra in Europa?
“Beh, persone del genere ci sono sempre state e ci saranno sempre. Gli idioti non mancano mai. Una delle cose che mi preoccupa è che viviamo in un panorama politico estremamente polarizzato, nel quale le persone parlano soltanto con chi la pensa come loro. Questo è uno degli aspetti più inquietanti della situazione attuale. Quando ci si confronta esclusivamente con persone che condividono le nostre idee, vengono meno quei normali freni che derivano dal dialogo reale con chi la pensa diversamente. E quando questi freni scompaiono, si rischia di diventare una caricatura di se stessi, di assumere posizioni sempre più estreme. Questo pericolo esiste certamente oggi, ma è una dinamica che riguarda tutti gli schieramenti. Penso, per esempio, che molte persone siano molto preoccupate per il fascismo di destra che vedono emergere ovunque, ma non prestino altrettanta attenzione al modo in cui anche alcuni attivisti identitari di sinistra possono diventare estremi nei loro comportamenti e nelle loro azioni. C'è un approccio selettivo a questi fenomeni. La vera questione, dunque, è: che cosa facciamo? Come possiamo superare questa polarizzazione così sterile e controproducente? Come possiamo costruire una vita politica e uno spazio pubblico più accoglienti nei confronti del dibattito, della discussione e della tolleranza, qualità che oggi sono molto meno presenti di quanto dovrebbero essere?”.