Cesare Pavese. La bellezza tumultuosa a pochi passi dalla fine
La scelta di Pavese, e del Pavese della raccolta postuma Verrà la morte e avrà i tuoi occhi, è certamente non conformista. Se l’intera poesia pavesiana nei manuali scolastici appare ormai “depressa”, quella raccolta sembra precipitare al livello più basso del canone novecentesco oggi consolidato: poesia velleitaria, ingenua, troppo fiduciosa nella propria effusiva sincerità, poesia da eterni liceali (i quali da Pavese passarono alle canzoni di De Gregori: “E Cesare perduto nella pioggia…”). Tuttavia, nel momento in cui il linguaggio poetico corrente sembra ritirarsi da una zona della nostra emotività, incapace a rappresentare sentimenti elementari, tonalità affettive del nostro quotidiano — sulle quali rilascia una silenziosa delega alla “canzone”, poesia di massa del nostro tempo — è bene riscoprire proprio quella poesia novecentesca colloquiale, “antinovecentista” e antiermetica, vicina alla prosa del mondo e al racconto…
Cesare Pavese. La bellezza tumultuosa a pochi passi dalla fine
La scelta di Pavese, e del Pavese della raccolta postuma Verrà la morte e avrà i tuoi occhi, è certamente non conformista. Se l’intera poesia pavesiana nei manuali scolastici appare ormai “depressa”, quella raccolta sembra precipitare al livello più basso del canone novecentesco oggi consolidato: poesia velleitaria, ingenua, troppo fiduciosa nella propria effusiva sincerità, poesia da eterni liceali (i quali da Pavese passarono alle canzoni di De Gregori: “E Cesare perduto nella pioggia…”). Tuttavia, nel momento in cui il linguaggio poetico corrente sembra ritirarsi da una zona della nostra emotività, incapace a rappresentare sentimenti elementari, tonalità affettive del nostro quotidiano — sulle quali rilascia una silenziosa delega alla “canzone”, poesia di massa del nostro tempo — è bene riscoprire proprio quella poesia novecentesca colloquiale, “antinovecentista” e antiermetica, vicina alla prosa del mondo e al racconto. In questi versi di “Passerò per piazza di Spagna” composti tre mesi prima del suicidio, nel loro elementare ritmo in cui vibra il battito del cuore del poeta, in questo canto di acqua e di luce, Pavese celebra la fiorente primavera romana e la bellezza “tumultuosa”della vita, nello stesso istante in cui lui si sente separato, qui ed ora, da quella bellezza. La figura amata sta lì, irraggiungibile, pietrificata e appena un po’ mortuaria, eppure ben nitida nel suo chiarore, una Euridice che Orfeo prova a evocare un poco prima che lui sparisca. (Filippo La Porta)
Vitaliano Brancati. L’elogio del ricordo non è sempre nostalgia
Di Vitaliano Brancati, Leonardo Sciascia diceva qualcosa che solo chi conosce bene la Sicilia può comprendere: che a Catania circolasse “del Brancati in natura”. È così: niente meglio dell’allegria e della malinconia brancatiana sintetizzano la struggente euforia lavica della città. Dunque, mentre leggo le righe che per la traccia di maturità sono state tratte dai Piaceri, vedo Brancati e assieme vedo Catania, uniti anzi inscindibili. Vedo il tempo che scorre sulla via Etnea e nella villa Bellini, sotto al Vulcano e di spalle al mare, vedo Catania notturna, universitaria, musicale, la città dei concerti e delle librerie, dello studio delle Lettere dentro il monastero dei Benedettini, con i ragazzi a ciondolare per il chiostro e a riversarsi in via Crociferi, giù fino all’elefantino. Passa il tempo, con la consistenza di certe nuvole di inizio estate come quelle di queste sere; solo una mano “sacrilega” potrebbe derubare l’essere umano di una sensazione così fisica, così intimamente corporea. In questo omaggio alla memoria io non vedo nulla di nostalgico o passatista; non c’è elogio del rimpianto, piuttosto tutta la furia di vita dei personaggi di Brancati, l’anima delle sue storie: la consapevolezza di essere corpo, di vivere appieno il presente, la paura che proprio questo ci venga strappato nell’unico luogo dove può durare per sempre, ovvero il ricordo. (Nadia Terranova)
Antonia Brancati: “Che gioia il mio papà tra i temi della Maturità, la memoria tesoro da preservare”
Giuseppe Saragat. Le regole democratiche del buon cittadino
Scelta felice, quella d’accendere un faro sul battesimo della democrazia italiana, di cui abbiamo appena celebrato gli ottant’anni. E doppiamente felice la scelta d’illustrarla con le parole di Giuseppe Saragat, che fu il primo presidente dell’Assemblea costituente, sostituito poi da Terracini. In quelle parole risuona soprattutto l’accento sui doveri: la concordia, per gli uomini e le donne chiamati a scrivere la legge fondamentale (che infatti venne approvata a voti quasi unanimi); il civismo, per le nuove generazioni chiamate ad applicarla.
D’altronde nel catalogo dei doveri si riflette il timbro etico della nostra Carta. Non subisci una sanzione se ti sottrai al dovere di lavorare (articolo 4), di votare (articolo 48) o d’essere fedele ai valori repubblicani (articolo 54); ma sei un cattivo cittadino. Mentre il buon cittadino deve adempiere ai «doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale» (articolo 2). C’è in queste norme, sullo sfondo, la lezione mazziniana. Ma c’è pure un elemento che esprime la qualità della democrazia, messo in risalto anch’esso nel discorso d’insediamento di Saragat. Giacché quest’ultima non si nutre solo di regole e apparati – no, reclama un costume collettivo. Nessuna democrazia può sopravvivere senza un popolo che la sostenga. E siamo noi, quel popolo. (Michele Ainis)
Piero Bianucci. Scienza, la sorpresa che cambia il mondo
Piero Bianucci mette al centro della scienza e del suo racconto ciò che al centro della scienza sta. La creatività. Le immaginazioni letterarie sono metamorfiche, e raccontano storie magnifiche di donne e pesci e uomini e cavalli, di chimere e arpie, di donne che per sfuggire a un corteggiamento mutano in albero. L’immaginazione matematica — e di quelle scienze che alla matematica si appoggiano — è invece pura invenzione. Mi viene in mente sempre Euclide, matematico e astronomo nato ad Alessandria d’Egitto trecento anni prima di Gesù Cristo. Ecco, tutto quello di cui Euclide ha parlato — i punti che non hanno parti, le rette parallele — non esisteva prima che ne parlasse. E dopo che ne ha parlato, trascorsi i millenni, grazie a quei concetti di pura invenzione, abbiamo costruito dispositivi e compreso meglio il mondo. Gli scienziati e le scienziate sono persone abituate a porsi domande la cui risposta può essere spaventosa, o può essere un’altra domanda; sono abituati ad aspettare risposte per secoli, consci e consce che per risolvere le cose complicate servono comunità e generazioni di esseri umani. Così, in questo momento presente dove tutto ciò che non è immediato procura noia, e tutto ciò che è altro da noi dà fastidio, che bello ricordarsi che da una sorpresa, anche brutta — Bianucci scrive “controintuitiva”,- possono nascere futuro, possibilità, e una migliore comprensione del mondo e di sé stessi. (Chiara Valerio)
Frank Ferudi. Attenzione ai confini perché riducono lo sguardo
Parlare a nuora perché suocera intenda. Bene, faccio la suocera, perché ho inteso. Ho inteso che l’infantilizzazione – gli adulti che fanno i bambini – è, per Furedi, un problema tanto quanto l’adultificazione – i bambini che fanno gli adulti, e questa è anzitutto, un serio affare per la psicologia. Ma Furedi se la prende più in generale con una certa ideologia dell’indefinitezza, o dell’illimitatezza, per cui non si capisce più se sei adulto o bambino, certo, ma anche maschio o femmina, e italiano (fa strano ma dovrei dire: autoctono, indigeno, aborigeno) oppure straniero. Nello spazio che mi è dato, posso portare l’attenzione solo su un argomento linguistico e su uno politico (perché, caro ministro, la suocera ha capito).
Anzitutto linguistico: fate una prova, togliete dal vocabolario tutti i verbi che hanno dentro il tra-, il per-, il dia-, e ditemi voi quale impoverimento dell’esperienza ne risulterà. Star dentro i confini senza più attraversare, tradurre, trasformare e neanche perlustrare, percorrere o dialogare. Poi, politico: la prima grande invenzione politica occidentale si deve a Clistene che modificò il sistema tribale ateniese, e superò le opposizioni di clan e etnie, di quelli della costa contro quelli dell’entroterra, «mescolando la popolazione» (così disse Aristotele). Ne venne fuori la democrazia ateniese. Ora, cosa credete che invece verrà fuori da muri, confini, frontiere, chiusure? (Massimo Adinolfi)
Wenke Husmann. L’incanto sfiorato nel nostro quotidiano
Forse non è necessario congedarsi dallo stupore. Anzi, è bene considerare che la giornata, ogni nostra giornata, è piena di eventi meravigliosi di cui spesso nemmeno ci accorgiamo.
Le nostre anime non è che hanno smesso di funzionare, è che si attivano più per il rancore, la delusione, la perdita. Siamo circondati da oggetti e passiamo molto tempo a cercarli e ogni tanto ne perdiamo qualcuno. Resta poco tempo per sentire la sacralità della natura e pure quella della vita ordinaria che facciamo con le persone che incontriamo ogni giorno.
È una buona scelta invitare a ragionare sull’incanto in un mondo in cui la lotta alla noia non elimina la noia, ma rende solo incessante la lotta. Siamo protesi a riempire le nostre giornate e riempendole in realtà le svuotiamo, vediamo tutto dal centro vuoto di noi stessi in cui siamo immersi e isolati. L’incanto viene quando ci sporgiamo sull’orlo, viene se non abbiamo disabilitato la mente poetica che è molto più antica della mente razionale. Diventare adulti non è una lotta al mito, al mistero. Per conoscere il visibile serve essere interessati all’invisibile. Ci si può dedicare allo studio e alla razionalità senza perdere di vista la disposizione alla meraviglia. (Franco Arminio)
Mario Calabresi. Il senso dell’impegno illumina la verità
Aveva ragione la nonna di Mario Calabresi: la fatica andrebbe rivalutata, togliendole la cattiva reputazione che ha assunto oggi. Dovremmo non spiegare bensì incarnare per i ragazzi le sue felicità nascoste. Il proverbiale sudore della fronte successivo all’impegno profuso non è soltanto un prezzo da pagare ma l’essenza stessa dell’azione in cui ci impegniamo. Ne era ben consapevole Tino Faussone, l’operaio protagonista della Chiave a stella di Primo Levi quando sottolineava la soddisfazione del compito ben svolto. Prima di lui, nel lager di Auschwitz, in modo ancora più rivoluzionario, Lorenzo il muratore coi suoi mattoni e la sua calcina, eseguendo coscienziosamente l’ordine assegnatogli dai nazisti, riuscì ad esprimere così il grido di protesta nei confronti dei seviziatori. Senza sforzo la verità s’offusca, la conoscenza sbiadisce. Fra i maturandi che hanno scelto questa traccia ci sarà stato senz’altro qualcuno pronto a rimarcare la straordinaria attualità di questo messaggio nell’epoca digitale che ci illude di poter accedere in tempo reale all’intero scibile, evitando l’applicazione, la pazienza, il silenzio e la concentrazione necessari a distinguere il vero dal falso. (Eraldo Affinati)