Quando alla fine del 2019 Death Stranding, il videogioco diretto – e prodotto, e pensato – da Hideo Kojima, è stato distribuito, qualcosa è cambiato. O meglio, tutto è rimasto più o meno lo stesso: i videogiocatori hanno continuato a videogiocare, gli appassionati e i fan hanno continuato a discutere e i giornalisti specializzati hanno continuato a scrivere, a decantare e ad analizzare. Ma è arrivata anche una nuova consapevolezza. Ed è arrivata fuori, nel mondo esterno, a chi non videogioca abitualmente e non litiga per una console. E cioè: i videogiochi possono essere tanto potenti quanto il cinema. A volte, visto che il controllo è nelle mani del videogiocatore, anche di più. Perché l’esperienza si fa immersiva, la partecipazione alla storia è attiva, e scelte e decisioni hanno una diretta conseguenza non solo nel gioco, ma anche personalmente, in chi le prende.
Intendiamoci: questa non è stata certamente la prima volta. Una cosa del genere, nel tempo, si è ripetuta abbastanza spesso. Per esempio, con The Last of Us e con Quantum Break. Ma Death Stranding di Kojima ha fatto un passo in più: il suo creatore ha scelto attori e registi per il suo cast di personaggi (Nicolas Winding Refn e Guillermo Del Toro; il protagonista ha la faccia di Norman Reedus). La scena di apertura, quella dei titoli di testa, ha un taglio preciso, curato, che mette al primo posto non l’esperienza del videogiocatore – quella, in un certo senso, viene dopo, in un evidentissimo effetto a cascata – ma l’immagine e la musica, la luce e la fotografia. Insomma, Death Stranding, nelle sue cutscene, nelle sequenze non giocate e preregistrate, non ha nulla da invidiare a un film.
Questa consapevolezza, però, non basta da sola. Serve un altro dato. Ed è il dato economico. I videogiochi, negli ultimi cinque anni, hanno venduto benissimo. Più dell’industria cinematografica. Più della musica. Red Dead Redemption 2 di Rockstar ha incassato circa 725 milioni di dollari nei tre giorni successivi al suo lancio. Quindi non stiamo parlando solo di uno spunto narrativo, ma anche di un ottimo argomento commerciale. Per questo molti produttori e distributori, recentemente, hanno annunciato di essere al lavoro su serie tv e film basati su videogiochi.
Il caso più recente, e forse uno dei più interessanti, è rappresentato da The Last of Us, che diventerà una serie tv per Hbo e avrà Pedro Pascal (The Mandalorian) e Bella Ramsey (Game of Thrones) nel ruolo dei protagonisti. La sceneggiatura sarà scritta da Craig Mazin (Chernobyl) e Neil Druckmann (co-presidente di Naugthy Dog, direttore creativo di The Last of Us e regista di The Last of Us – Parte II). La storia è ambientata in un mondo post-apocalittico, dove un uomo, Joel, e una bambina, Ellie, sono costretti a viaggiare insieme. Non si parla unicamente di sopravvivenza, ma pure di famiglia, di affetti, di amicizia; si parla dell’essenza stessa dell’essere umano. Un racconto come questo, soprattutto se sviluppato nel format seriale, ha ottime possibilità di coinvolgere sia il pubblico dei videogiocatori, sia quello televisivo.
Poche settimane fa, sono terminate le riprese del film di Uncharted. Il protagonista è interpretato da Tom Holland (Spider-man). Anche questo titolo ha un potenziale evidente. È una storia d’avventura, con personaggi che cercano tesori e antichi manufatti, che si ritrovano coinvolti in complotti e conflitti, che spesso sono in difficoltà e che quasi sempre riescono, da soli o insieme, a cavarsela. Se in The Last of Us la cosa più interessante dal punto di vista narrativo è l’ambientazione generale e il rapporto tra Ellie e Joel, in Uncharted è il carisma di Nathan Drake, il protagonista.
Tutti sono interessati ad avere una fetta di questa nuova – si fa per dire – torta. Nei videogiochi, come è già successo per i libri e per i fumetti, ci sono nuove storie, nuovi racconti, cose che, prima, potevano essere solamente accennate e che adesso, con le nuove tecnologie e con budget più ricchi, possono essere affrontate in modo serio. Netflix e Amazon sono al lavoro sulle serie tv di Assassin’s Creed e di Fallout: nel primo, seguiamo la storia di una setta di Assassini nel corso della storia, dal passato al presente; nel secondo, torna un’ambientazione post-apocalittica.
Gli ultimi adattamenti non hanno avuto molta fortuna (a proposito di Assassin’s Creed: il film con Michael Fassbender non ha raccolto il seguito sperato). Ma adesso c’è, come dicevamo, una nuova consapevolezza. E c’è, come minimo, una maggiore apertura da parte dei produttori. Sono gli stessi sviluppatori di videogiochi, ora, a investire in reparti produttivi, a ingaggiare sceneggiatori, registi, a immaginare le proprie opere sul grande e sul piccolo schermo. I videogiochi sono la nuova Terra Promessa per televisione e cinema. E questa non è più solo una considerazione degli addetti ai lavori o dei giocatori: è una realtà.