Sette storie per sette star: 'Solos', la serie sulle nostre vite nell'universo
di Chiara Ugolini , di Chiara UgoliniUna donna dai capelli bianchi viaggia nello spazio, è la meravigliosa Helen Mirren; tre giovani donne, tutte e tre col volto di Anne Hathaway, dialogano attraverso degli schermi; un uomo, è Anthony Mackie, ha davanti il suo doppio. E ancora, Morgan Freeman seduto su un divano su una spiaggia e poi Dan Stevens, Costance Wu, Nichole Beharie, Uzo Aduba sono i protagonisti di sette “assoli”, sette piccole grandi storie che vanno a comporre l’incredibile mosaico d’umanità della serie antologica Solos, dal 25 giugno su Prime Video.
«Volevo una serie che mi riportasse al momento in cui ho capito che nella vita avrei voluto raccontare storie – ci spiega lo sceneggiatore David Weil (Hunters), che qui debutta come regista - Quando intorno al tavolo della cucina mia nonna mi raccontava le esperienze vissute durante la guerra oppure quando, intorno a un falò in campeggio con mio fratello più grande, mi intratteneva con storie…
Una donna dai capelli bianchi viaggia nello spazio, è la meravigliosa Helen Mirren; tre giovani donne, tutte e tre col volto di Anne Hathaway, dialogano attraverso degli schermi; un uomo, è Anthony Mackie, ha davanti il suo doppio. E ancora, Morgan Freeman seduto su un divano su una spiaggia e poi Dan Stevens, Costance Wu, Nichole Beharie, Uzo Aduba sono i protagonisti di sette “assoli”, sette piccole grandi storie che vanno a comporre l’incredibile mosaico d’umanità della serie antologica Solos, dal 25 giugno su Prime Video.
«Volevo una serie che mi riportasse al momento in cui ho capito che nella vita avrei voluto raccontare storie – ci spiega lo sceneggiatore David Weil (Hunters), che qui debutta come regista - Quando intorno al tavolo della cucina mia nonna mi raccontava le esperienze vissute durante la guerra oppure quando, intorno a un falò in campeggio con mio fratello più grande, mi intratteneva con storie che mi spaventavano fino al midollo. Volevo creare un’intimità, una vera connessione tra gli attori e gli spettatori. Ho scritto la sceneggiatura a maggio dell’anno scorso quando tutto il mondo era chiuso in casa, un tempo di solitudine e disconnessione e questa nostra storia sembrava la serie giusta per celebrare la resilienza e la speranza dell’essere umano dopo questo anno e mezzo».
Sette storie da mezz’ora che affrontano temi come i viaggi nel tempo, la memoria, i legami familiari, la nostra identità: sette racconti ambientati in un’epoca e in uno spazio diverso da quello in cui viviamo ma che si fa fatica a etichettare come fantascienza. «La serie parla dell’oggi anche se è ambientata nel futuro - conferma Weil - tutta la fantascienza che mi piace, da cui ho preso ispirazione è quella in cui il mondo è uno specchio che ci riflette come esseri umani e come società, uno strumento meraviglioso per illuminare le urgenze contemporanee».
La sfida più grande è stata quella di realizzare tutto questo in piena pandemia. «Con ogni attore abbiamo lavorato in modo diverso; ci sono state delle prove su Zoom, con Helen Mirren ci siamo incontrati di persona. Quando c’è di mezzo uno schermo è tutto più complicato, ma sia io che gli altri registi della serie ci siamo impegnati per creare una vera relazione con gli attori e per ottenere le sfumature nella direzione».
Della trama di ogni storia che porta il nome del protagonista occorre dire il meno possibile per non rovinare la visione. «Anthony Mackie è un attore pieno di sentimento, ha dovuto trovare l’accesso per le emozioni difficili e coraggiose di un uomo che sta morendo e si trova a parlare di sua moglie, dei suoi figli. È un attore resiliente capace di piangere a ogni ciak, un ciak dietro l’altro, la sua è stata una prova di grande realismo». «Helen Mirren ha scelto di non prepararsi, voleva trovare la realtà di Peg sul set. E poi ha fatto un’unica ripresa… ci pensate? Ha voluto registrare tutto il monologo in un’unica sessione: mezz’ora senza soluzione di continuità. La sua capacità di emozionare con un battito di ciglia, con il movimento della testa o degli occhi è stata incredibile. Ha creato un mosaico di espressioni a formare un’anima bellissima».
Alcuni attori hanno contribuito nella scrittura come Anne Hathaway: «Il suo monologo è stato ispirato da pièce tipo L’ultimo nastro di Krapp di Samuel Beckett o Tre donne alte di Edward Albee. Annie mi ha aiutato tanto nel processo di scrittura, ha dato molto di sé ai personaggi ed è stata brava nel riuscire a rendere ognuna delle performance unica eppure simile».
Dell’unica coppia della serie Weil dice: «È stato un abbinamento fantastico perché in una serie sulla solitudine avevamo bisogno di una coppia, di un incontro. L’abbraccio alla fine del loro episodio tra Morgan e Dan è altamente simbolico per la connessione che noi esseri umani non dobbiamo mai perdere». Interessante la scelta della colonna sonora: «Ogni canzone ha un significato o è una sorpresa. Qualche volta le hanno scelte i registi, qualche volta gli attori: David Bowie (Space Oddity, ndr.) per Helen Mirren era la scelta perfetta essendo lei nello spazio. Non c’è stato calcolo, non premeditazione; abbiamo messo solo quello che sentivamo nella pancia».
Dopo l’inconsueta esperienza di Solos, Weil è pronto per tornare sul set di Hunters 2: «Lavorare con Al Pacino e gli altri straordinari attori mi ha costretto a rispondere a domande come: di cosa ha bisogno un attore, cosa cerca in un personaggio? Non posso rivelare nulla ma posso garantirvi una cosa: vi potete aspettare l’inaspettato, in questa seconda stagione ci saranno grandi rivelazioni e colpi di scena». E dopo questa serie futuribile, ma senza fantascienza, la prossima sarà invece tutta all’interno del genere: «Racconta un’immensa invasione aliena, d’altronde si intitola Invasion, la vedrete a ottobre».