Star Trek, il regno di Picard. Patrick Stewart: "Porto Shakespeare sull'Enterprise"
di Chiara Ugolini , di Chiara UgoliniAveva 47 anni, una solida formazione teatrale alle spalle, una lunghissima gavetta alla Royal Shakespeare Company e una serie di ruoli nella tv inglese che non lo avevano però mai fatto spiccare. Non aveva mai sentito parlare di Star Trek. La prima volta in cui gli proposero il ruolo del capitano Jean-Luc Picard stava per rifiutare. Ora che di anni ne ha 82, è stato capitano dell'astronave USS Enterprise NCC-1701-D in 200 episodi e quattro film, due Saturn Award a distanza di trent’anni, Sir Patrick Stewart non ha paura di dire "Jean-Luc è diventato Patrick o probabilmente Patrick è diventato Jean-Luc".
'Picard 3', per la stagione finale Picard ritrova i vecchi compagni di avventura
Su Prime Video e Paramount+ è approdata la terza stagione di Star Trek: Picard (nuovi episodi settimanali fino al 21 aprile), il gran finale, che prevede una réunion storica dell’Ammiraglio…
Aveva 47 anni, una solida formazione teatrale alle spalle, una lunghissima gavetta alla Royal Shakespeare Company e una serie di ruoli nella tv inglese che non lo avevano però mai fatto spiccare. Non aveva mai sentito parlare di Star Trek. La prima volta in cui gli proposero il ruolo del capitano Jean-Luc Picard stava per rifiutare. Ora che di anni ne ha 82, è stato capitano dell'astronave USS Enterprise NCC-1701-D in 200 episodi e quattro film, due Saturn Award a distanza di trent’anni, Sir Patrick Stewart non ha paura di dire "Jean-Luc è diventato Patrick o probabilmente Patrick è diventato Jean-Luc".
'Picard 3', per la stagione finale Picard ritrova i vecchi compagni di avventura
Su Prime Video e Paramount+ è approdata la terza stagione di Star Trek: Picard (nuovi episodi settimanali fino al 21 aprile), il gran finale, che prevede una réunion storica dell’Ammiraglio con i suoi vecchi compagni di avventura: il capitano Will Riker e la dottoressa Crusher e una serie di colpi di scena. Dal 1966, anno in cui venne creato dall'ex aviatore Gene Roddenberry, il franchise si è sviluppato in nove serie tv live action, tre d'animazione e tredici film, ha vinto 33 Emmy, 5 premi Hugo, svariati Saturn Award e un Oscar. E pensare che rischiava di essere cancellata dopo le prime tre stagioni, quando era ancora sotto la Nbc. La serie invece è diventata cult, ha saputo prima di altre giocare sul binomio grande e piccolo schermo alternando film a show e ha conquistato generazioni diverse di spettatori. Abbiamo incontrato virtualmente Patrick Stewart collegato da Los Angeles.
È vero che aveva moltissimi dubbi quando le hanno proposto di far parte di Star Trek?
"Dubbi è un eufemismo. All’epoca non avevo mai sentito parlare di Star Trek, non avevo proprio idea di cosa fosse. Poi mi sono ricordato che ai miei figli piaceva e allora li ho chiamati: 'Ragazzi veloci ho un appuntamento dovete dirmi qualcosa su Star Trek'. E loro mi hanno detto al volo quello che hanno potuto. Il fatto è che all’epoca ero totalmente immerso nel teatro, la mia carriera stava finalmente decollando sul palcoscenico, stavo diventando un protagonista, lavoravo con la Royal Shakespeare Company e nel West End di Londra. L'idea di fare televisione ma anche cinema era lontanissima da me, assurda e poi quando mi hanno detto che avrei dovuto firmare un contratto per sei anni… sono rimasto sconvolto. Finché tutti hanno cominciato a dirmi ‘sarai fortunato se riuscirai a finire la prima stagione, non si può far rivivere una serie iconica come quella. Non ti preoccupare’. Mi ricordo che uno mi ha detto ‘fai un po’ di soldi per la prima volta nella tua vita, va a vedere la California, incontra qualche ragazza, fatti un po’ di abbronzatura e poi te ne torni a casa’. Il tutto si è trasformato in qualcosa di decisamente più importante e ora ho anche una moglie americana".
Come è cambiata la serie in tutti questi anni?
"Innanzitutto è cambiato il modo di girarla. Jonathan Frakes (che nella serie è il capitano Will Riker ma è anche regista di diversi episodi, ndr) ha una grande responsabilità perché quando Jonathan ha iniziato a dirigere la serie e in particolare nei due film che ha girato per il cinema (Primo contatto e L’insurrezione, ndr) ha fatto un lavoro immenso per spingere più in alto l’asticella delle riprese. È stato un regista d’avanguardia. La grande soddisfazione di questa terza stagione è stata che sia io, che Gates McFadden che interpreta la dottoressa Crusher, abbiamo diretto un episodio".
Parliamo di questa réunion per la stagione finale.
"È raro che gli attori abbiano la possibilità di ritrovarsi insieme su un set così tanto tempo dopo. Certo ci sono molti sequel nella storia del cinema e delle serie ma un buco di 25 anni non capita spesso. È un lungo periodo e siamo stati incoraggiati a incorporare tutti i cambiamenti che ci sono stati nella nostra vita reale nei nostri personaggi: la dottoressa Crusher, il comandante Riker e il mio Picard. Si tratta di una réunion che all’inizio non era pianificata ma che la squadra si ritrovasse è diventato sempre più importante. Stare di nuovo tutti insieme in questa terza stagione è stato qualcosa di assolutamente prezioso per la libertà che ci è stata concessa".
E come è cambiato il suo modo di interpretare il Capitano che oggi è Ammiraglio?
"Come attore che ha parecchia esperienza alle spalle molte delle cose che faccio sono istintive e qualche volta mi è capitato che qualcuno mi facesse notare qualcosa nella mia recitazione di cui io non avevo assolutamente consapevolezza perché il personaggio era diventato talmente personale… Molti aspetti di Picard in questa serie vengono direttamente da Next generation ma sono stati sviluppati, aperti, ampliati. Non si è trattato solo di fare un’operazione emotiva, nostalgica ci siamo proiettati nel futuro e nell’idea che questi personaggi avevano ancora tanto bisogno l’uno degli altri".
È anche tornato a interpretare Charles Xavier, il Professor X degli X-Men dopo tanto tempo. Come è andata?
"Capisco perché ci si trovi a fare il paragone ma sono state due esperienze molto, molto diverse. Fondamentalmente Jean-Luc è diventato Patrick o probabilmente Patrick è diventato Jean-Luc. A partire dalla terza stagione ho cominciato ad assimilare degli elementi del personaggio che avrei voluto fossero sempre dentro di me e ho cominciato a riprodurli nella realtà. Mentre con Charles Xavier si è trattato di tutt’altro processo e tutta la storia degli X Men è così complicata e totalmente differente rispetto a quella Star Trek che sono veramente due personaggi e due show impossibili da paragonare".
Come i diversi ruoli shakespeariani - da Shylock a Otello - l'hanno preparata a interpretare Picard?
"È qualcosa a cui ho pensato spesso nella mia carriera. Shakespeare ha scritto i suoi drammi con uno stile molto accurato che è frutto della scrittura dei suoi versi in pentametro giambico e c’è un elemento nei dialoghi di Star Trek che in qualche modo assomiglia proprio a quel tipo di scrittura. Non si tratta di un linguaggio spontaneo e colloquiale, i dialoghi sono sempre costruiti mai naturali. E poi – forse la cosa più importante – sia nei drammi di Shakespeare che nelle tute spaziali… non ci sono le tasche. Quindi non ci si poteva mettere le mani in tasca".