Hailee Steinfeld, la mia Dickinson moderna: "È divertente ma profondamente umana: per questo è unica"
di Chiara Ugolini , di Chiara UgoliniEmily Dickinson appassionata, combattiva, coraggiosa, audace. È un ritratto fuori dai cliché tradizionali quello che emerge dalla serie Dickinson, che venerdì 5 approda con la terza e ultima stagione su Apple Tv+ grazie alla creatrice Alena Smith (Newsroom, The Affair). La poetessa di Amherst, l'autrice per troppo tempo raccontata come quella "delle api e dei fiori", la figlia mai stata madre, la donna senza un uomo, non è la giovane incarnata da Hailee Steinfeld. La showrunner ha scelto di raccontare la sua storia come un romanzo di formazione che pur accurato nella ricostruzione storica parla un linguaggio contemporaneo fatto di canzoni, da Billie Eilish a Lizzo, slang adolescenziale (si parla di gossip e di influencer) e umorismo. La chiave di lettura sono state le sue poesie, se la serie per scelta non è sempre accurata dal punto di vista biografico (la Emily di Dickinson è una protofemminista abolizionista che non trova risc…
Emily Dickinson appassionata, combattiva, coraggiosa, audace. È un ritratto fuori dai cliché tradizionali quello che emerge dalla serie Dickinson, che venerdì 5 approda con la terza e ultima stagione su Apple Tv+ grazie alla creatrice Alena Smith (Newsroom, The Affair). La poetessa di Amherst, l'autrice per troppo tempo raccontata come quella "delle api e dei fiori", la figlia mai stata madre, la donna senza un uomo, non è la giovane incarnata da Hailee Steinfeld. La showrunner ha scelto di raccontare la sua storia come un romanzo di formazione che pur accurato nella ricostruzione storica parla un linguaggio contemporaneo fatto di canzoni, da Billie Eilish a Lizzo, slang adolescenziale (si parla di gossip e di influencer) e umorismo. La chiave di lettura sono state le sue poesie, se la serie per scelta non è sempre accurata dal punto di vista biografico (la Emily di Dickinson è una protofemminista abolizionista che non trova riscontri tra gli esperti) lo è invece in modo maniacale per quello che riguarda la sua scrittura che prende vita sullo schermo nella sua grafia dorata. La verità di Emily Dickinson è racchiusa nelle sue poesie.
Dopo aver raccontato nella prima stagione la scoperta della sua poesia, nella seconda la tentazione di pubblicare il suo lavoro, in questa terza Emily si ritrova nel pieno della guerra civile americana. "Nella terza stagione la domanda centrale a cui cerchiamo di rispondere è qual è il collegamento di Emily con la guerra. Sappiamo che questi quattro anni sono stati i più prolifici in assoluto per lei, anni esplosivi per la sua scrittura, proprio in quel periodo sono nate le centinaia di poesie che l’hanno resa poi celebre. - spiega Alena Smith - Da un punto di vista superficiale potrebbe sembrare che lei fosse in qualche modo protetta dalla guerra civile, ovviamente come donna non è stata sul campo di battaglia e lei personalmente non ha perso alcun familiare eppure essendo lei un’artista così sensibile, il contesto politico del suo paese ha avuto sul suo lavoro un grande impatto a livello subconscio. Anche se non ha affrontato il tema direttamente possiamo considerarla una poetessa di guerra. Aver scritto e poi girato la serie durante la pandemia, alle prese con il dolore e il lutto, ci ha fatto capire che ci stavamo ponendo le sue stesse domande: l’arte può fare la differenza? Può essere strumento di speranza? Io penso di sì e spero che anche il nostro show possa farlo".
A incarnare i sogni, le frustrazioni, l'ispirazione e l'ironia di Emily Dickinson è stata essenziale la sua interprete, ex ragazza prodigio che a quattordici anni ha incassato una nomination all'Oscar e una ai Golden Globe per il suo ruolo nel film dei fratelli Coen Il grinta.
Com'è cambiata Emily e com'è cambiata lei in queste tre stagioni?
"Sono cresciuta insieme a Emily, come attrice e come persona. Abbiamo visto la sua evoluzione attraverso le tre stagioni: alla fine della prima c'è la consapevolezza di potersi chiamare una scrittrice, e in queste altre due non smette mai di interrogarsi, di chiedersi quale è il suo posto nel mondo. Se nella scorsa stagione l’interrogativo più importante riguardava la fama, ora Emily si chiede che tipo di impatto la sua scrittura può avere sugli altri. È arrivato il momento in cui lei si chiede cosa può fare per migliorare la vita dei suoi familiari e anche del resto del mondo dal momento che sono nel mezzo di una guerra civile. Un viaggio".
La serie fa una scelta di campo molto netta, nello stile ma anche nei contenuti. Racconta Dickinson in modo diverso rispetto a quello che è sempre stato fatto in passato con lo scopo di parlare agli adolescenti di oggi. Che reazioni avete avuto?
"Fin dall'inizio la serie mi è sembrata qualcosa di completamente diverso rispetto a tutto quello che avevo visto prima e mi è piaciuto moltissimo il parallelo fatto tra il suo tempo e la contemporaneità attraverso la musica, il linguaggio… Il pubblico ha risposto molto bene, hanno digerito tutti i temi della serie in modo diretto, come se li riguardassero in prima persona e non si trattasse di un biopic in costume. Il fatto che fosse divertente, talvolta persino ridicolo, ma profondamente umano lo ha reso qualcosa di unico. Quando è uscita la prima stagione noi stavamo già girando la seconda ed è stato bellissimo vivere sul set le reazioni del pubblico".
Ha mai avuto paura di raccontare Emily in questo nuovo modo: attraverso l'amore saffico per sua cognata, nel rapporto immaginifico con la morte, accostando momenti musical a situazioni estremamente drammatiche e con dialoghi assolutamente contemporanei?
"All'inizio di tutto io e Alena abbiamo avuto una discussione che non dimentico. Era la prima volta che affrontavo una serie ed ero un po’ preoccupata di lavorare con molti registi diversi. Alena mi ha presto da parte e mi ha detto che non avremmo mostrato l’immagine che tutti hanno di Emily Dickinson e che avremmo potuto correre libere con l’immaginazione. Mi ha rassicurata: 'Tu non ti devi preoccupare perché io sarò il tuo punto di riferimento, se i registi cambiano io non vado da nessuna parte'. Era esattamente ciò che avevo bisogno di sentirmi dire".
Hailee lei ha iniziato a recitare a otto anni, a quattordici è stata scelta tra migliaia di ragazze per interpretare Mattie Ross nel film dei Coen. Crede di aver perso qualcosa della sua adolescenza?
"Se devo essere onesta non credo di essermi persa molto… probabilmente la festa di compleanno di qualche amico. Per il resto mi sento fortunata non solo ad aver avuto il sostegno dei miei e la loro fiducia. Se mi guardo indietro non posso far altro che pensare a quanto loro non abbiano mai mollato con me, ci sono voluti anni prima che io ottenessi una parte. E se penso a mia mamma che mi portava avanti e indietro tra un provino, una lezione, uno shooting fotografico non posso che dirle grazie perché non sarei qui senza di lei. Amo stare sul set, mi piace lavorare con gli altri, adoro il processo creativo che c'è dietro un film o una serie, non credo di essermi fatta mancare niente, davvero. Con ogni lavoro ho imparato qualcosa di nuovo e irripetibile".