'Suspicion', grosso guaio per Uma Thurman
di Antonio Dipollina , di Antonio DipollinaGli archivi svelano che una serie tv chiamata Suspicion è già stata realizzata. Era la fine degli anni 50, la produceva Alfred Hitchcock e dentro vi sono passati tipi come Bette Davis, Eli Wallach, Claudette Colbert. Ammesso che qualcuno la ricordasse — non semplicissimo — meglio dimenticarla in fretta.
La nuova Suspicion è ora una serie thriller e anche un po’ spy, scintillante e assai tecnologica. Tanto che va su Apple Tv+ ed è piena di device della casa madre: ma soprattutto è un mezzo rimpianto per chi aveva guardato la serie originaria, ovvero False Flag, altrettanto spy-thriller, realizzata in Israele in anni recenti. Era molto bella e condotta in maniera impeccabile, tanto che ora ne arriva la versione anglo-americana: e per dire, il volto principale lanciato ovunque è quello di Uma Thurman. La quale in effetti c’è ma almeno nei primi due episodi a disposizione (gli altri usciranno uno a settimana) appare…
Gli archivi svelano che una serie tv chiamata Suspicion è già stata realizzata. Era la fine degli anni 50, la produceva Alfred Hitchcock e dentro vi sono passati tipi come Bette Davis, Eli Wallach, Claudette Colbert. Ammesso che qualcuno la ricordasse — non semplicissimo — meglio dimenticarla in fretta.
La nuova Suspicion è ora una serie thriller e anche un po’ spy, scintillante e assai tecnologica. Tanto che va su Apple Tv+ ed è piena di device della casa madre: ma soprattutto è un mezzo rimpianto per chi aveva guardato la serie originaria, ovvero False Flag, altrettanto spy-thriller, realizzata in Israele in anni recenti. Era molto bella e condotta in maniera impeccabile, tanto che ora ne arriva la versione anglo-americana: e per dire, il volto principale lanciato ovunque è quello di Uma Thurman. La quale in effetti c’è ma almeno nei primi due episodi a disposizione (gli altri usciranno uno a settimana) appare per mezzo minuto o poco più: è la potente responsabile della principale agenzia di comunicazione al mondo ed è successo un guaio. Ovvero le hanno rapito il figlio, a New York, in un albergo: il ragazzo stava rientrando in stanza quando dal nulla sbucano quattro malintenzionati, ognuno di essi indossa la maschera di un componente Royal Family (per la precisione: Elisabetta, Carlo, William e Kate). I quattro chiudono il giovane in una valigia e lo portano via. Ricomparirà legato a una sedia in un filmato virale.
Grosso modo è la trama del False Flag originario, ma lì ci si muoveva tra Mosca e Tel Aviv con un senso del ritmo asciutto che aveva convinto assai. Qui tra un lusso newyorchese e un salto a Londra — dove vivono quattro sospettati del rapimento, ognuno di loro era in quell’hotel nel giorno giusto, cioè sbagliato — tutto somiglia più a una colazione internazionale d’hotel. Vantaggi, la serie può crescere parecchio. Svantaggi: se c’era una volta in cui sarebbe stato meglio avere tutti gli episodi subito disponibili, era questa.
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«Non vorrei essere il padre di nessuno dei partecipanti a questa edizione di Sanremo». (Valerio Lundini)