'Pachinko', il riscatto di una vita migrante. Yuh-Jung Youn: "Pregiudizi? Il mondo te li insegna"
di Chiara Ugolini , di Chiara UgoliniOttant’anni di storia familiare attraverso Corea, Giappone, Stati Uniti. L’arco della vita di una bambina nata in un villaggio di pescatori vicino a Busan negli anni Dieci del Novecento, che diventa donna, si innamora di un uomo che le è proibito, emigra ad Osaka, cresce due figli, manda un nipote a far carriera negli Stati Uniti, tutto sullo sfondo dell’occupazione giapponese della Corea. Dal romanzo best seller dall’autrice coreana Min Jin Lee la serie tv trilingue Pachinko (da ieri su Apple tv+), dal nome delle sale giochi gestite dalla comunità coreana immigrata in Giappone, è un racconto emozionante e complesso che parla di prepotenze e riscatto, di forza d’animo e di sacrificio e di cosa significa dover abbandonare il proprio paese per una vita migrante. Quella bambina diventata nonna è interpretata in età dall’attrice Yuh-Jung Youn, premio Oscar per la commedia familiare Minari che ha abbracciato il personag…
Ottant’anni di storia familiare attraverso Corea, Giappone, Stati Uniti. L’arco della vita di una bambina nata in un villaggio di pescatori vicino a Busan negli anni Dieci del Novecento, che diventa donna, si innamora di un uomo che le è proibito, emigra ad Osaka, cresce due figli, manda un nipote a far carriera negli Stati Uniti, tutto sullo sfondo dell’occupazione giapponese della Corea. Dal romanzo best seller dall’autrice coreana Min Jin Lee la serie tv trilingue Pachinko (da ieri su Apple tv+), dal nome delle sale giochi gestite dalla comunità coreana immigrata in Giappone, è un racconto emozionante e complesso che parla di prepotenze e riscatto, di forza d’animo e di sacrificio e di cosa significa dover abbandonare il proprio paese per una vita migrante. Quella bambina diventata nonna è interpretata in età dall’attrice Yuh-Jung Youn, premio Oscar per la commedia familiare Minari che ha abbracciato il personaggio di Sunja con generosità ed entusiasmo.
Cosa ha trovato in lei?
"Quello che mi è piaciuto subito del personaggio di Sunja è la sua forza e determinazione a sopravvivere. Sulla sceneggiatura ho letto 'una donna anziana', ho 74 anni e mi sono detta ‘beh la posso interpretare, è l’età perfetta’. Mi ha ispirato a interpretare questo ruolo sicuramente la sceneggiatura ma poi anche il romanzo, ho trovato subito una connessione con Sunja. Dopo tanti anni di professione i ruoli sono ruoli, ogni personaggio vale uguale per me ma devo ammettere che in qualche modo questo mi ha toccato in modo più profondo con il suo viaggio di sopravvivenza e onestà. Ho sentito che dovevo interpretarla".
Le ha suscitato dei ricordi?
"Certo perché anche se la storia inizia molto prima della mia nascita io in qualche modo l’ho conosciuta attraverso i racconti di mia madre. Lei è nata nel 1924, lei mi ha raccontato quell’epoca e leggendo il libro, pieno di dettagli, molti ricordi si sono risvegliati. Mi sono preparata sull’epoca di occupazione giapponese, il periodo in cui “abbiamo perso il nostro paese”, in Corea si dice così, ma poi ho riflettuto che il background storico non era così importante per me. Però i racconti di mia mamma erano vivi: non poteva parlare coreano in pubblico, la obbligavano a parlare giapponese, a scuola nessuno insegnava più a scrivere in coreano e si provava vergogna. Sunja mi ha fatto pensare molto a mia madre e alla mia famiglia, la sua storia mi è molto preziosa, sono stata molto felice di fare questa serie. Mi sono chiesta cosa avrei fatto nei suoi panni? Non so se avrei avuto il suo coraggio".
'Pachinko' parla di pregiudizi, lei se ne è mai sentita vittima?
"Sempre… sempre. Quando vado oltre oceano mi succede. Ma li abbiamo tutti: tutti proviamo pregiudizi nei confronti degli altri. Se penso al mio tempo in Corea c’erano tanti immigrati nella Cina, c’erano nomi orribili che venivano dati a chi veniva da fuori. Quando sei una minoranza provi sempre questo tipo di pregiudizi anche se hai una buona natura finisci per imparare i pregiudizi dalla scuola, se non sei razzista alle volte è il mondo che te lo fa diventare".
In 'Pachinko' come in 'Minari' il cibo ha un valore grande.
"Io non cucino perché sono un tipo piuttosto pigro, vivo da sola per cui non ho tutta questa voglia di cucinare per me sola. Però condividere i pasti è un qualcosa di molto importante nella cucina coreana, noi abbiamo un espressione in coreano che vuol dire “il potere del riso” perché se si condivide un pasto, si siede intorno alla stessa tavola per noi si diventa famiglia. Il cibo è molto importante nella nostra cultura forse perché eravamo un popolo molto povero".
Nel cinema ma ancor di più nella serialità il racconto negli ultimi anni ha preso un punto di vista femminile. Cosa ne pensa?
"Il concetto della madre è un concetto fondamentale in tutto il mondo. Non amo le definizioni come quella di “femminista” o “sciovinista” perché le persone sono tutte differenti e complesse, ma il ruolo delle donne è importante e deve essere naturalmente riconosciuto".
Lo scorso anno ha vinto l’Oscar come miglior attrice non protagonista, premiata da Brad Pitt.
"È stato molto stressante. Pensavo il primo Oscar l’ha vinto Bong – Joon ho sto a posto, non sono la prima ma non pensavo alla categoria degli attori. Tutti si congratulavano ed erano contenti ma io dentro di me mi sentivo come un atleta olimpico: devo vincere, devo vincere. È stato molto stressante anche perché mentre facevamo Minari non avevamo minimamente pensato ai premi e a tutto questo. Non mi aspettavo nulla se non di finire in tempo".
Da 'Parasite' a 'Squid Game' gli ultimi anni sono stati incredibili per l’industria coreana.
"Abbiamo avuto sempre buoni film e buone serie ma ci sono state nella storia varie ondate: quella del cinema italiano — ricordo quando si parlava solo di Bertolucci — , quella del cinema francese... Ora forse è il momento dei coreani. Non sono un critico o un esperto, non so dire perché improvvisamente il mondo stia rivolgendo la sua attenzione a noi. Siamo sempre stati lì".