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Vincent Cassel: "Gli italiani quando vogliono sono ancora i padroni del cinema"

L'attore, 56 anni, è protagonista della serie tv con Eva Green 'Liaison'. Dove è un mercenario a servizio di chi lo paga meglio
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Vincent Cassel è un cittadino del mondo. Nei suoi 56 anni di vita ha viaggiato e vissuto in diversi paesi. Figlio dell'attore e ballerino Jean-Pierre Cassel e della giornalista gastronomica Sabine Litique di origini corse, dopo l'infanzia a Parigi e il divorzio dei genitori, si trasferisce negli Stati Uniti insieme alla madre. A New York dove lei lavora prima per la rivista Glamour poi per Elle di cui è cofondatrice, il giovane Vincent fa incontri straordinari, impara la fotografia, frequenta scuole di recitazione. Poi comincia a fare su e giù da Parigi per seguire i corsi della scuola di circo di Annie Fratellini e le lezioni all’Actors Institute di New York fino all'incontro con Mathieu Kassovitz e la rivelazione nel film culto L'odio. Era il 1995, da allora una carriera in ascesa.

Alla Mostra del cinema di Venezia con la moglie Tina Kunakey 

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Vincent Cassel è un cittadino del mondo. Nei suoi 56 anni di vita ha viaggiato e vissuto in diversi paesi. Figlio dell'attore e ballerino Jean-Pierre Cassel e della giornalista gastronomica Sabine Litique di origini corse, dopo l'infanzia a Parigi e il divorzio dei genitori, si trasferisce negli Stati Uniti insieme alla madre. A New York dove lei lavora prima per la rivista Glamour poi per Elle di cui è cofondatrice, il giovane Vincent fa incontri straordinari, impara la fotografia, frequenta scuole di recitazione. Poi comincia a fare su e giù da Parigi per seguire i corsi della scuola di circo di Annie Fratellini e le lezioni all’Actors Institute di New York fino all'incontro con Mathieu Kassovitz e la rivelazione nel film culto L'odio. Era il 1995, da allora una carriera in ascesa.

Alla Mostra del cinema di Venezia con la moglie Tina Kunakey 

Nella seconda parte della sua vita, dopo la fine del matrimonio con Monica Bellucci, è in Brasile che l'attore ha messo nuovamente radici. Ha sposato la giovane modella Tina Kunakey, con cui ha avuto una bambina che oggi ha tre anni e si chiama Amazzonie, per l'impegno dell’attore nella battaglia contro lo sfruttamento della foresta amazzonica portata avanti a fianco del capo indigeno Raoni Metuktire.

 

Dopo tanto cinema (tra i titoli più famosi i francesi Il patto dei lupi e il film choc Irréversible, gli hollywoodiani Ocean's twelve e Ocean's thirteen, Il cigno nero) ora è protagonista della serie Liaison con Eva Green su Apple tv+, thriller contemporaneo che intreccia lo spionaggio internazionale con un'appassionata storia d'amore.

Si è fatto ispirare da qualche altro film di spionaggio per costruire il suo personaggio?

"Non mi ispiro mai alla finzione, sempre alla realtà alla quale cerco di avvicinarmi il più possibile. Il mio personaggio è l'antitesi dello 007: è vulnerabile, profondamente solo e spero di averlo raccontato in modo realistico. Ho incontrato delle persone che fanno realmente questo mestiere, dei mercenari che hanno lavorato per i servizi segreti di tutto il mondo, per la Dgse (servizio informazioni all'estero della Francia, ndr), l'Mi2 inglese, per il Mossad israeliano, ma anche per l'Arabia Saudita persino per il Vaticano. Si lavora per chi paga e per chi paga meglio, è un mestiere particolare e per farlo bisogna avere una fiducia immensa in se stessi e nelle proprie capacità. Spesso questi agenti mercenari vengono abbandonati dai loro datori di lavoro quando le cose non vanno per il verso giusto, molto cinico. Facendo questo mestiere si guarda cosa accade dietro le quinte dell'attualità, non è quello che si vede nei telegiornali. Se si va a indagare i veri interessi che muovono il mondo si ha un quadro molto cupo della realtà. Ho cercato di rendere questo mio personaggio un antieroe molto francese per un pubblico internazionale e l'ho visto sempre proprio come il contrario di uno 007, un cane bastonato del quale si può avere fiducia".

La serie parla molto dell'Europa contemporanea, dei rapporti tra Francia e Inghilterra dopo la Brexit. Si interessa alla geopolitica internazionale?
"Non sono uno specialista di geopolitica, la seguo da lontano ma mi faccio delle domande e cerco di interpretare le informazioni che ricevo dai media. Se si accetta per vero tutto quello che viene detto alla televisione si diventa dei pecoroni, occorre leggere tra le righe e talvolta non sono le informazioni più evidenti a essere quelle più interessanti. Incontrando queste persone che lavorano per i diversi governi ho capito che la vera geopolitica molto raramente è una storia di umanesimo, è principalmente una storia di controllo e di interesse".

Il rapporto tra il suo personaggio e Alison, interpretata da Eva Green, è complesso. Come lo avete costruito assieme?
"Ero molto affascinato da Eva Green prima di lavorare con lei, il fatto che lei fosse nel cast è stata letteralmente una delle ragioni per cui ho accettato di fare la serie. Avevo una curiosità e un interesse per lei che mi sono reso conto che era corrisposto. Lavorando insieme mi ci sono riconosciuto: la vedo libera, segreta e misteriosa e soprattutto molto istintiva. Sul set non abbiamo parlato molto del rapporto specifico tra i personaggi, ma avevamo talmente tanto piacere di recitare insieme che tutto si è costruito in modo naturale".

Liaison è una serie in inglese e francese. Nella serialità c'è sempre di più quest'idea del mondo globale rappresentato nelle sue lingue originali. Lei vede le serie in originale, in coreano per esempio?
"Assolutamente, io sono curiosissimo e mi piace vedere le serie e i film in lingua originale perché sono convinto che la musicalità di una lingua sia molto importante. Anche quando non si capiscono le parole, le inflessioni della voce sul set non sono assolutamente le stesse al doppiaggio. Tempo fa ho avuto una discussione sul fatto che in Italia si vedono praticamente solo film doppiati, io sono convinto che si perda qualcosa. Il pubblico deve essere educato a vedere i film in lingua originale, anche perché ci sono tante persone che non hanno voglia di leggere i sottotitoli. Sono convinto che chi fa doppiaggio in modo professionale, anche se molto capace, finisca poi per avere dei tic, per questo credo che sia sempre meglio l’originale. Gli unici film o serie che vedo doppiati sono quelli di animazione".

Lei aveva quattordici anni quando sua madre si è trasferita negli Stati Uniti. Vivere là come ha cambiato la sua visione del mondo?
"Ero totalmente affascinato non tanto dagli Stati Uniti, ma proprio da New York perché per me New York erano i film di Martin Scorsese, Taxi driver, era Broadway, l'inizio dell'hip hop. Penso alla scena artistica e musicale degli anni Ottanta: i Velvet Underground, Andy Warhol, Basquiat e io ho avuto la fortuna di arrivare a New York in quel momento, ero giovanissimo e ho avuto la sensazione di mettere un piede dentro al mio sogno. Facevo lezioni all'Actors Studio, seguivo Strasberg, andavo a vedere i film di Spike Lee, conoscevo New York partendo da Alphabet city e ogni tanto incrociavo Andy Warhol o Robert Mapplethorpe di notte in qualche locale. Lavorare in quel posto, in quel momento mi ha dato la sensazione di essere in presa diretta con la mia fantasia. Invece Hollywood non mi ha mai interessato molto, Los Angeles non è una città in cui mi trovo bene mentre New York era proprio la città dove amavo stare. E poi con il tempo tutto quello che era New York per me è diventato il Brasile".

Con Matteo Garrone e Salma Hayek a Cannes per la presentazione di 'Il racconto dei racconti' 

Il suo legame con l'Italia è forte per il periodo del matrimonio con Monica Bellucci, le sue figlie sono nate a Roma, ma è anche per il nostro cinema. Ha girato con Matteo Garrone Il racconto dei racconti, ci sono altri progetti italiani nel suo futuro?

"Non so con chi lavorerò in futuro, ma sicuramente mi piacerebbe ancora fare film con registi italiani. Paolo Sorrentino è uno dei più grandi registi viventi, ho amato molto La grande bellezza e Youth ma anche molto il film su Berlusconi, Loro, che ha avuto delle recensioni negative e che in Francia non è andato bene al botteghino. Ci ho messo un po' di tempo prima di vederlo ma quando l’ho visto: è un film potente, con un'intelligenza di adattamento, di scrittura, tutto l'aspetto visivo. Per me il più grande regista di tutti i tempi è Federico Fellini e il cinema è, prima di ogni altra cosa, il cinema italiano. I film che nella mia vita mi hanno più influenzato o sono italiani o sono di registi italoamericani. C'è qualcosa nella sensualità del cinema italiano nel neorealismo o nel realismo alla Scorsese che è quello che si avvicina di più per me alla perfezione sul grande schermo. Continuo a pensare che l'Italia sia un grande paese di cinema e anche se i grandi film non sono più numerosi come un tempo, penso comunque che quando c'è un film italiano che si fa notare tutto d'un colpo ci ricorda chi sono i padroni del cinema".