'Get back', la docuserie sui Beatles di Peter Jackson: la verità mai raccontata
di Andrea Silenzi , di Andrea SilenziAlla fine di Get back, il documentario sul making dell'album Let it be realizzato da Peter Jackson e disponibile in tre parti su Disney+, lo spettatore potrebbe anche pensare che siano stati i Fab Four a inventare il format del Grande fratello. Nessuna band ha mai osato aprire il proprio sipario, umano e artistico, in un modo così sincero e spericolato come accade in questo film. Grazie a quasi otto ore di filmati cadono tutti gli ultimi veli che coprivano le parti oscure della più affascinante leggenda pop dell'altro secolo, rivelando o smentendo verità mai appurate o fin troppo metabolizzate.
IL PROGETTO
La storia è nota: nel gennaio del 1969 i Beatles, che secondo McCartney erano diventati "un po' timidi", decisero di scrivere 14 nuove canzoni in 17 giorni in un grande studio a Twickenham. Le canzoni verranno poi registrate dal vivo in un grande concerto che sancir…
Alla fine di Get back, il documentario sul making dell'album Let it be realizzato da Peter Jackson e disponibile in tre parti su Disney+, lo spettatore potrebbe anche pensare che siano stati i Fab Four a inventare il format del Grande fratello. Nessuna band ha mai osato aprire il proprio sipario, umano e artistico, in un modo così sincero e spericolato come accade in questo film. Grazie a quasi otto ore di filmati cadono tutti gli ultimi veli che coprivano le parti oscure della più affascinante leggenda pop dell'altro secolo, rivelando o smentendo verità mai appurate o fin troppo metabolizzate.
IL PROGETTO
La storia è nota: nel gennaio del 1969 i Beatles, che secondo McCartney erano diventati "un po' timidi", decisero di scrivere 14 nuove canzoni in 17 giorni in un grande studio a Twickenham. Le canzoni verranno poi registrate dal vivo in un grande concerto che sancirà il loro ritorno sui palcoscenici. Il tutto dovrà avvenire sotto lo sguardo delle telecamere del regista Michael Lindsay-Hogg. Da quelle session, che si protrassero poi fino a fine gennaio, vennero in origine ricavati il film e l'album Let it be, usciti nel 1970. Furono il testamento artistico della band, ormai a fine corsa.
Dalle immagini del film usciva il ritratto impietoso di una band ormai consumata da liti e rancori. Peter Jackson, regista premio Oscar per Il signore degli anelli, ha deciso di rimettere mano alle oltre 60 ore di girato di Lindsay-Hogg (cui vanno aggiunte 150 ore di registrazioni audio) per restituire ai fan e agli stessi Beatles un ritratto il più possibile veritiero di quelle storiche giornate. Come ha raccontato il regista, Lindsay-Hogg "aveva cercato di catturare quanto più materiale possibile. Voleva a tutti i costi filmarli senza che se accorgessero. Chiedeva al cameraman di sistemare il cavalletto e premere il pulsante, coprendo anche la luce rossa. I Beatles pensavano che fosse spenta e invece erano filmati". I quattro, tra l'altro, erano soliti discutere tra di loro mentre suonicchiavano, così da rendere praticamente impercettibili le loro voci. Grazie alla tecnologia, Jackson ha pulito tutto il materiale rendendo ben chiare le loro conversazioni.
LA VERITA'
Dopo 50 anni, era praticamente impossibile dire qualcosa di nuovo sui Beatles. Ma alcuni fatti, che sono ormai Storia, possono essere riletti con occhi diversi. A cominciare dall'addio di Harrison, documentato minuto per minuto (mentre nel film originale la band aveva imposto che quella parte venisse tagliata): se la sua temporanea uscita di scena fu burrascosa, il suo ritorno fu invece assai più sereno e propositivo. Nella terza parte del doc è lui stesso a manifestare candidamente l'idea di lasciare a ciascun membro la possibilità di lavorare a progetti personali, perché questo "rafforzerebbe proprio i Beatles". Per tutto il film, Lennon appare rilassato e giocoso: diventa serio solo nel dialogo con Paul ("rubato" da Lindsay-Hogg grazie a un microfono nascosto in una pianta) in cui si parla del malcontento di George. Yoko è sempre presente in studio, ma non interferisce mai col lavoro della band, smentendo anche i luoghi comuni che l'hanno accompagnata per decenni. Il più inquieto è sempre McCartney, impegnato a cercare di dare una forma a un progetto multimediale complicato, anche a costo di diventare pedante (soprattutto con George). Ringo resta sullo sfondo, silenzioso e discreto. Alla fine, la fotografia di quei giorni è il ritratto di una band che non pensava alla separazione: quando si trasferiscono dai freddi spazi di Twickenham ai più confortevoli studi della Apple, l'atmosfera diventa più rilassata, aumenta la complicità, le tensioni sfumano in un processo creativo divertente e divertito. L'ingaggio del tastierista Billy Preston (conosciuto ai tempi di Amburgo) allenta ancora di più la tensione, come se il peso della reponsabilità dell'essere i Beatles potesse essere distribuito in più parti. E il clima diventa familiare, tra i vecchi ricordi e la goliardia: la confessione di un peto da parte di Ringo durante una riunione ("sentivo di dovervelo dire") rende l'idea di un gruppo di amici legati in modo indissolubile e che quando inizia a suonare ritrova una chimica istintiva, indistruttibile, magnetica. La Disney aveva anche tentato di togliere le parolacce, ma Ringo, Paul e gli eredi di George e John si sono opposti: "È così che abbiamo parlato, è così che vogliamo che il mondo ci veda".
IL CONCERTO SUL TETTO
Dopo aver accarezzato l'idea di suonare in luoghi suggestivi ma molto complicati (dalla Camera dei Lord al sito archeologico di Sabratha, in Libia), i Beatles ebbero un'intuizione quasi situazionista: suonare sul tetto della Apple nell'edificio di Savile Row, nel cuore di Londra (30 gennaio 1969). Con tutte le dovute differenze, un'idea assimilabile a quella dei Sex Pistols che suonarono sul battello nei giorni del Giubileo della regina. Nel doc c'è l'esibizione integrale, ed è impossibile non accorgersi del divertimento che travolge i protagonisti, la loro intesa naturale, la complicità che straborda dai loro sguardi. Volevano tornare a suonare dal vivo, e forse, se lo avessero fatto, avrebbero continuato la loro avventura perché quell'energia era incontrollabile. La gente in strada era entusiasta, i poliziotti impazzivano per cercare di capire come interrompere quello show non autorizzato. Volevate i Beatles? Eccoli, sembrano dire gli infreddoliti protagonisti. Sorrisi e rock'n'roll, senza rete. Il ritorno a casa: Get back.
LA LUNGHEZZA
Per i non iniziati le quasi otto ore della serie, in gran parte girate in studio, potrebbe essere molto faticose. Si vede una band al lavoro, che abbozza canzoni ripetute decine di volte tra considerazioni sugli accordi o sul suono della batteria. Ci sono momenti di vuoto e di pura evasione, e le prove possono risultare anche estenuanti. Ma mai prima di adesso si era visto così nel dettaglio il lavoro di una band, il processo creativo che porta da un abbozzo di ritornello a una canzone compiuta, il contributo dei singoli elementi a un risultato che farà storia. Si ascoltano i primi vagiti di canzoni leggendarie come Let it be, Get back, The long and winding road, I've got a feeling, Don't let me down. O quelli di altri brani che finiranno poi in Abbey road, come She came in through the bathroom window o Something. Fino a All things must pass, che darà il titolo al capolavoro solista di George Harrison, o Another day, il primo singolo solista di Paul. Proprio Paul ha dichiarato: "La cosa veramente favolosa di questo film è che fa vedere quanto ci divertivamo. Mi dimostra che il ricordo vivo che ho dei Beatles è legato alla gioia e alla nostra abilità. Mi ero perso nel lato oscuro della rottura dei Beatles e continuavo a pensare di dovermi riproverare. Ma in fondo alla mia mente c'è sempre stata l'idea che non fosse così. Avevo solo bisogno di vedere le prove". Alla fine, il racconto sembra abbastanza equilibrato, al punto che nessuno dei protagonisti (o dei loro eredi) ha chiesto modifiche a Jackson: "Uno di loro mi ha detto di averlo visto e di averlo trovato una delle esperienze più stressanti di tutta la loro vita. Ma non ha chiesto di toccare niente". Restano immagini sparse e quasi tenere: i pisolini di Ringo, i tanghi improvvisati di John e Yoko, le colazioni in studio, Linda e Yoko che ridono in un angolo, alla faccia di cinque decenni di sciocchezze lanciate dai tabloid sessisti. Come ha detto Peter Jackson, dopo tanti anni i Beatles non hanno più niente da nascondere: "Non c'era ego, nessuna primadonna. Erano in disaccordo su alcune cose e avevano ambizioni differenti. Ma alla fine erano solo quattro bravi ragazzi di Liverpool".