Schiave ribelli, il coraggio delle eroine contro la mafia
di Alessia Candito , di Alessia CanditoMostrare al grande pubblico un'organizzazione criminale che ha fatto del racconto al ribasso di sé una straordinaria arma difensiva non è cosa facile. Meno ancora se la mafia che si vuole provare a spiegare si struttura da sempre in una parte visibile e una invisibile, sconosciuta anche a molti degli affiliati. Della 'ndrangheta calabrese, The good mothers, serie originale italiana targata Disney+ (dal 5 aprile sulla piattaforma) vincitrice della prima edizione Series alla Berlinale, racconta necessariamente una parte. Perché è vero, nella storia dei clan calabresi, inclusi quelli di Reggio Calabria e della sua provincia che ne sono capitale, ci sono state donne che con le loro rivelazioni sono state in grado di far male alla famiglia di provenienza. E Giusy Pesce, Cetta Cacciola, Lea Garofalo e sua figlia Denise Cosco, pentite e testimoni di giustizia - che la serie racconta in sei puntate, con la regia di Julian Jarrold e Elisa Amoruso - di quella…
Mostrare al grande pubblico un'organizzazione criminale che ha fatto del racconto al ribasso di sé una straordinaria arma difensiva non è cosa facile. Meno ancora se la mafia che si vuole provare a spiegare si struttura da sempre in una parte visibile e una invisibile, sconosciuta anche a molti degli affiliati. Della 'ndrangheta calabrese, The good mothers, serie originale italiana targata Disney+ (dal 5 aprile sulla piattaforma) vincitrice della prima edizione Series alla Berlinale, racconta necessariamente una parte. Perché è vero, nella storia dei clan calabresi, inclusi quelli di Reggio Calabria e della sua provincia che ne sono capitale, ci sono state donne che con le loro rivelazioni sono state in grado di far male alla famiglia di provenienza. E Giusy Pesce, Cetta Cacciola, Lea Garofalo e sua figlia Denise Cosco, pentite e testimoni di giustizia - che la serie racconta in sei puntate, con la regia di Julian Jarrold e Elisa Amoruso - di quella schiera di donne coraggiose sono parte. Ma a fare loro da contraltare c'era e c'è un esercito di donne, anche di potere, che per censo, sangue o scelta costruisce quotidianamente il potere della 'ndrangheta.
Da piazza Prealpi, anche nei lontani anni Settanta, Maria Serraino, "Mamma Eroina", ha inondato Milano di droga, Rosaria Mancuso ha ordinato di ammazzare con un'autobomba in pieno giorno Matteo Vinci, colpevole solo di non voler cedere i terreni di famiglia, "la marescialla" Aurora Spanò, nella stessa Piana di Gioia Tauro in cui vivevano Cetta e Giusy, governava con pugno di ferro gli uomini della costola dei Bellocco, radicata a San Ferdinando. E poi ci sono le donne che mai hanno ricevuto condanne, ma che per il clan sono eminenza grigia, strateghe, faccia apparentemente pulita da mettere in mostra nei salotti buoni, sui motoscafi della grande borghesia calabrese che d'estate fa la spola con le Eolie o ai tavoli di poker e baccarat dei circoli di società a Natale. Nella vita reale, la stessa pm che per prima ha gestito da collaboratrici Cetta e Giusy e le indagini sulle loro famiglie - nella serie, Anna Colace, cui presta il volto Barbara Chichiarelli - ne ha arrestate un paio qualche mese fa.
È premesso questo, che le donne di The good mothers - sullo schermo Gaia Girace per Denise Cosco, Micaela Ramazzotti per Lea Garofalo, Simona Distefano per Maria Concetta Cacciola, Valentina Bellè per Giusy Pesce - si comprendono a pieno. Diverse per percorso, storia, peso del casato, tutte a un certo punto, per motivi anche diversi, hanno deciso di tagliare i ponti con una famiglia che è al tempo stesso organizzazione criminale, con una vita che le aveva volute spose e madri adolescenti, divenute vedove bianche di un uomo in galera, vittime di violenza domestica, obbligate a sottomettersi alle regole di un mondo che le immaginava come ingranaggio del sistema, chiamate a perpetuare con figli e comportamenti il potere del clan. In fondo, se c'è una linea di continuità fra le "good mothers" - e in parte, al netto di licenze narrative che a volte rischiano di diventare strafalcioni, questo la serie lo racconta - è la voglia di avere una vita normale. Il desiderio di dare ai propri figli - inconsapevoli cavalli di troia del clan, che per Cetta saranno addirittura fatali - una vita normale, senza un destino già scritto.
Per nessuna delle tre è stato un percorso lineare. E probabilmente nessuna delle tre ha mai pensato a se stessa come un'eroina antimafia. La loro era una ribellione contro una famiglia che le voleva schiave, un sistema che le voleva compatibili. Solo dopo, dall'esterno, chi è sopravvissuta ha probabilmente compreso quanto ramificata, tossica e estesa sia la mafia di cui per sangue avrebbe dovuto essere parte e da cui per scelta - e al prezzo di lutti e sacrifici - è uscita. Sullo sfondo c'è la Calabria, la sconcertante bellezza dei suoi boschi e delle spiagge, la determinazione con cui ci si è impegnati a distruggerla, le urbanizzazioni sgangherate, le case in stile "calabrese non finito", gli ecomostri. Ma quel mondo tribale, violento, arretrato è storia di una parte della 'ndrangheta, forse quella così distante, così altro da sé da risultare digeribile al grande pubblico, paradossalmente meno disturbante perché più "lontana". E per la 'ndrangheta stessa quella meno problematica da raccontare.