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Claudio Amendola e quelle parole sulla cocaina: "Ora mi fermano in strada, le hanno apprezzate tutti, la verità paga sempre"

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Da venerdì 14 torna su Canale 5 con la serie 'Il patriarca'. In questa intervista racconta dell'affetto del pubblico e di come Schlein abbia sonuonato "una bella sveglia" alla sinistra. "Con Vanzina, Marco Risi, Wilma Labate e Ricky Tognazzi sono diventato un attore serio e bravo"
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"Il pubblico mi ha voluto bene subito, è stata la mia più grande fortuna. Per questo non dico mai no se mi fermano e mi chiedono un selfie: bisogna essere grati". Claudio Amendola è uno di quegli attori che la gente ha adottato, è di famiglia. Una carriera tra cinema e tv ("Mai stato snob"), torna in tv da venerdì 14 aprile su Canale 5 con Il patriarca, serie prodotta da CamFilm di cui è regista e interprete. Ha il ruolo di Nemo Bandera, un boss del narcotraffico che scopre di avere l'Alzheimer. Una storiona (dal format spagnolo Vivir sin permiso) in cui quest'uomo potente e spietato, governa gli affari e la famiglia: una figlia nata fuori dal matrimonio, due avuti dalla moglie (Antonia Liskova): la ragazza sogna di fare l'artista, al figlio, gay e legato al figlio di un poliziotto, non interessano gli affari.

 

"Il pubblico mi ha voluto bene subito, è stata la mia più grande fortuna. Per questo non dico mai no se mi fermano e mi chiedono un selfie: bisogna essere grati". Claudio Amendola è uno di quegli attori che la gente ha adottato, è di famiglia. Una carriera tra cinema e tv ("Mai stato snob"), torna in tv da venerdì 14 aprile su Canale 5 con Il patriarca, serie prodotta da CamFilm di cui è regista e interprete. Ha il ruolo di Nemo Bandera, un boss del narcotraffico che scopre di avere l'Alzheimer. Una storiona (dal format spagnolo Vivir sin permiso) in cui quest'uomo potente e spietato, governa gli affari e la famiglia: una figlia nata fuori dal matrimonio, due avuti dalla moglie (Antonia Liskova): la ragazza sogna di fare l'artista, al figlio, gay e legato al figlio di un poliziotto, non interessano gli affari.

 


Cosa l'ha incuriosita della storia?
"Immaginare un uomo potente tutto d'un pezzo, che si deve confrontare con una fragilità inaspettata. La malattia riguarda tutti. E le storie che si intrecciano, personaggi doppi e tripli ma anche la leggerezza, che ogni tanto non guasta. L'idea che i cattivi non debbano ridere non ha senso. Nemo è bianco e nero, un gangster e un benefattore, dà da lavorare alla sua città ma la depreda. Rappresenta una nuova figura di criminale: in giacca e cravatta, ma capacissimo di tornare alla violenza primordiale, di prendere un bastone e spaccare la testa a un uomo".


Com'è il doppio impegno regista/protagonista?
"Faticoso e gratificante, mi diverte fare il regista, mi piace gestire la giornata. Ho accumulato l'esperienza per farlo serenamente: a una certa ora si deve andare a casa".


La sua carriera televisiva si è divisa tra Rai e Mediaset.
"All'inizio molto più in Rai, ho debuttato da ragazzino. Poi c'è stato il periodo dei Cesaroni, che è stato veramente un fenomeno. Sono legatissimo alla serie, è entrata nel cuore delle famiglie, ho pensato spesso che sarebbe bello riprenderla. Ma come? I figli sarebbero adulti, è cambiato il mondo. Bisognerebbe trovare un'idea".


Quanto conta l'abbraccio del pubblico?
"È tutto, lo riscontro ancora di più da quando ho aperto il ristorante al centro di Roma, vengono le famiglie, c'è affetto fisico nei miei confronti. Vuol dire che tutte quelle ore passate a casa della gente hanno costruito un legame. Mi hanno adottato".


Il ristorante è un piano B?
"Certo ed è anche un regalo che mi sono fatto perché mi piace accogliere la gente, si va in scena. Vedere la faccia sorpresa quando accompagno le persone al tavolo è bellissimo, ed è il piano B perché tra dieci anni non potrò tenere gli stessi ritmi sul set. Poi un giorno lo lascerò ai miei figli Giulia, Alessia e Rocco".


Si sente un dinosauro rispetto a loro?
"Abbastanza, ma tutti e tre i miei figli sono piccoli dinosauri. Non sono così moderni, credo di aver instillato un Dna antico. Però non sono un rudere: sto al passo coi tempi ma non sono infognato con le dinamiche dei social. Ho una pagina del ristorante, che cura il mio staff: ogni tanto comunico, faccio video e le dirette".

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Che è successo dopo l'intervista a 'Belve' in cui ha raccontato che faceva uso di cocaina?
"Mi ha fermato la gente più trasversale, dalla signora borghese all'autista del furgone: "Bella Cla', bravo, c'hai le palle". La verità paga sempre. Non saprei essere diverso, sono fiero di essere quello che sono e anche degli errori fatti".
Nemico dell'ipocrisia? Soprattutto con me stesso, non ho nulla di cui vergognarmi. E tante cose di cui andare fiero. Essere uscito da certe situazioni mi ha rafforzato, capire l'errore mi ha reso più forte".


Bisogna imparare a perdonarsi?
"Per forza, passiamo la vita a dirci che avremmo potuto fare meglio".


Dopo la separazione con Francesca Neri è sereno?
"Sì, ma il privato è privato. Anzi voglio ringraziare tutti per la discrezione e il rispetto ".


Nel cinema chi si sente di ringraziare?
"Carlo Vanzina, tutta la vita. Marco Risi che mi scelse per Mery per sempre, Wilma Labate con cui ho girato La mia generazione e Domenica, film che ho amato tanto e Ricky Tognazzi, che ha diretto La scorta, storia importante. Con loro sono diventato Claudio Amendola, attore serio e anche bravo".


È sempre di sinistra, come vede Elly Schlein?
"Ha suonato una bella sveglia. Faccio parte del gruppo di svegliati e perciò sono molto attento e curioso. Mi piace, ha tantissimo da dire e soprattutto da fare".