'Il patriarca', Claudio Amendola e il crime che si rinnova
di
Antonio Dipollina
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di Antonio Dipollina
Multischermo / La serie di Canale 5 segue il trend di rivisitazione e attualizzazione dei generi inaugurato dalle piattaforme
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Se ha senso e consistenza il famoso concetto del mettersi in gioco stavolta Claudio Amendola lo fa, dà senso e consistenza a questo Il patriarca (Canale 5, stasera il secondo episodio, il primo è recuperabile su Infinity). Ne è regista e protagonista.
Prima scena, lui dal medico e la sentenza: alzheimer. Lui, Nemo Bandera nella serie, è sui sessanta ed è appunto il Patriarca. Ovvero, è soprattutto il boss. In Puglia, la sua azienda ittica che sarebbe in sé florida ed ereditata dal suocero è una copertura per smerciare coca a quintali e fare il bello e cattivo tempo come personalità eminente della zona, quasi un governatore, e al tempo stesso capobastone spietato e fonte di corruzione ben remunerata. Il fatto che arrivi sul luogo anche il poliziotto buono e integerrimo, almeno così pare, è un atto dovuto: ma Il patriarca ha discreta consistenza …!-->!-->
Se ha senso e consistenza il famoso concetto del mettersi in gioco stavolta Claudio Amendola lo fa, dà senso e consistenza a questo Il patriarca (Canale 5, stasera il secondo episodio, il primo è recuperabile su Infinity). Ne è regista e protagonista.
Prima scena, lui dal medico e la sentenza: alzheimer. Lui, Nemo Bandera nella serie, è sui sessanta ed è appunto il Patriarca. Ovvero, è soprattutto il boss. In Puglia, la sua azienda ittica che sarebbe in sé florida ed ereditata dal suocero è una copertura per smerciare coca a quintali e fare il bello e cattivo tempo come personalità eminente della zona, quasi un governatore, e al tempo stesso capobastone spietato e fonte di corruzione ben remunerata. Il fatto che arrivi sul luogo anche il poliziotto buono e integerrimo, almeno così pare, è un atto dovuto: ma Il patriarca ha discreta consistenza crime, va in scia sulle rinnovate, e più rare, produzioni della casa TaoDue, e tiene in gran conto il fatto che a furia di crime di livello sulle piattaforme, chi non si rinnova è perduto. Del resto la serie originale è realizzata in Spagna — dove non si fanno tanti problemi in tema noir e producono serie su serie di inusitata ruvidezza. Si chiama Vivir sin permiso ed è interamente visibile su Netflix.
Qui il gioco del superboss improvvisamente indebolito dall’insorgere della malattia regge la trama che però è ricca di annessi e connessi (c’è anche la questione dell’eredità tra i figli di primo e secondo letto che richiama vagamente serie Usa di gran Succession). In scrittura c’è anche un nome da vetrina come Sandrone Dazieri e insomma, come conferma il buon riscontro di pubblico alla prima puntata, la miscela sembra essere più che azzeccata. E proseguendo negli episodi, la trattazione di uno snodo delicatissimo come quello innescato non da una malattia qualsiasi, ma da quella più subdola, diventa motivo di consistente richiamo.
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“Con Paolo Sorrentino lavoriamo a una storia allegorica su Napoli. Al centro ci sarà una ragazza nel rito iniziatico della sua vita”. (Silvio Orlando, intervista a Famiglia cristiana, che produce scoop divini).