Tahar Rahim serial killer in 'The Serpent': "Una storia vera che mi ha fatto esplorare il male"
di Andrea Giordano , di Andrea GiordanoNel 2009, al Festival di Cannes, un attore francese, figlio di genitori originari dell'Algeria (aveva 28 anni), stupiva tutti, pubblico e addetti ai lavori, regalando un'interpretazione da applausi, nei panni di Malik El Djebena, che da timido diciannovenne, si trasforma in prigione, e poi fuori, diventando uno dei boss criminali della mala corsa. Il film era Il Profeta, diretto da Jacques Audiard (vinse il Grand Prix Speciale della Giuria), lui, soprattutto, era Tahar Rahim. Un debutto da protagonista poderoso, capace di illuminargli poi la strada, negli anni, attraverso altri lavori, oltre le difficoltà di lingua, adattamento, ruolo: da Il passato di Asghar Farhadi, Il principe del deserto, a ottimo Giuda, accanto a Joaquin Phoenix, in Maria Maddalena, fino a serie tv come The Eddie, "quanta fatica nel dover imparare a suonare la tromba" ricorda, e The Looming Tower.
Adesso torna in quell'universo streaming, grazie a The Serpent (dal 2 aprile in onda su…
Nel 2009, al Festival di Cannes, un attore francese, figlio di genitori originari dell'Algeria (aveva 28 anni), stupiva tutti, pubblico e addetti ai lavori, regalando un'interpretazione da applausi, nei panni di Malik El Djebena, che da timido diciannovenne, si trasforma in prigione, e poi fuori, diventando uno dei boss criminali della mala corsa. Il film era Il Profeta, diretto da Jacques Audiard (vinse il Grand Prix Speciale della Giuria), lui, soprattutto, era Tahar Rahim. Un debutto da protagonista poderoso, capace di illuminargli poi la strada, negli anni, attraverso altri lavori, oltre le difficoltà di lingua, adattamento, ruolo: da Il passato di Asghar Farhadi, Il principe del deserto, a ottimo Giuda, accanto a Joaquin Phoenix, in Maria Maddalena, fino a serie tv come The Eddie, "quanta fatica nel dover imparare a suonare la tromba" ricorda, e The Looming Tower.
Adesso torna in quell'universo streaming, grazie a The Serpent (dal 2 aprile in onda su Netflix), la serie ispirata al truffatore e serial killer francese Charles Sobhraj che, insieme, complice la fidanzata Marie-Andrée Leclerc (Jenna Coleman), tra il 1975 e il 1976, commise una serie di crimini, uccidendo giovani turisti occidentali. Una sfida da non perdere. Quanto quella di The Mauritanian, presentato all'ultima Berlinale (sezione Berlinale Special), diretto da Kevin Mcdonald, per il quale ha ricevuto la nomination come miglior attore drammatico ai Golden Globe, e ai Bafta, in cui, invece, ha indossato i panni difficili di Mohamedou Ould Slahi, rinchiuso ingiustamente a Guantanamo per 14 anni, accusato di essere stato uno degli artefici degli attacchi terroristici l'11 settembre 2001.
Partiamo da The Serpent. Che sfida è stata?
"La più grande. Ho sempre voluto esplorare il male nei miei personaggi come attore, qui ci sono finalmente riuscito. Nonostante l'essermi fatto molte domande, sul fatto di poterlo portare in scena, o su come mi sarei sentito, alla fine ho detto sì, anche perché conoscevo la storia da tempo".
Come mai?
"Avevo 14 o 15 anni, trovai sul comodino di mio fratello il libro The life and crimes of Charles Sobhraj di Richard Neville e Julia Clarke, iniziando a leggerlo per un'intera l'estate. Senza identificarmici ovviamente, lo trovai però subito interessante, soprattutto per quel suo modo di cambiare continuamente identità. Allora eravamo forse un po' ingenui nel non vedere l'orrore di questa vicenda. Poi nel 2001, sia Benicio Del Toro che William Friedkin volevano realizzarne un film, ma non se ne fece più nulla. Pensare che adesso, vent'anni dopo, quella storia sia arrivata a me sotto forma di sceneggiatura, è davvero incredibile, l'ho vista come un segnale, non potevo perdere dunque l'occasione".
Una stagione, impreziosita oltremodo da The Mauritanian, in uscita, a giugno, su Amazon Prime Video.
"Il film è un vero regalo, non solo per essere tornato a lavorare con Kevin Macdonald, a dieci anni da The Eagle, ma per il personaggio che ho avuto l'onore di interpretare, Mohamedou Ould Slahi. Inizialmente, quando mi ha spedito la sceneggiatura, vedendo la parola Guantanamo, ho pensato fosse il solito ruolo stereotipato che mi era stato offerto in passato da Hollywood, a cui spesso ho detto no, rifiutando la parte. Poi, però, ho scoperto gradualmente una storia sbalorditiva, cosa avesse ingiustamente subito, ascoltando soprattutto la sua esperienza, fin dalla prima volta che ci siamo incontrati. Qui si va oltre il cinema: vediamo e sentiamo molte cose, violenza, pregiudizi, speranza, desiderio di verità, tanti angoli dell'essere umano, si tocca qualcosa di concreto, per questo volevo rendergli giustizia".
Che idea si è fatto di Guantanamo?
"Crearla è andato contro la convenzione di Ginevra, contro la stessa costituzione americana. Per fortuna ci sono persone, come Mohamedou, che hanno saputo reagire, senza lasciarsi dominare dalla paura".
Si ricorda dov'era lei, invece, l'11 settembre 2001?
"Certamente. Quando ci furono gli attentati, mi trovavo proprio nella mia città, a Belford, stavo facendo compere. D'un tratto sentì alla radio cosa stava accadendo, corsi subito verso una vetrina di un Virgin Megastore, lì c'erano dei televisori accesi, arrivai pochi minuti prima che il secondo aereo si schiantasse contro la Twin Tower. Sembrava la Terza Guerra Mondiale. Ero scioccato, incredulo, pareva di vedere un film, così irreale, assurdo. Ebbi paura, al punto da tornare a casa, chiamare gli amici, parlando immediatamente di quello che avevo visto, ma che in realtà il mondo stava vivendo, non solo a New York. Non dimenticherò mai la foto di uomo, diviso tra aspettare la morte lì appeso, oppure saltare: quell'immagine mi è rimasta nella mente per giorni. Rifletto spesso: diventare padre mi ha cambiato, come uomo e artista, in termini di responsabilità, percezioni, aprendomi ulteriormente sull'importanza della vita stessa".
Nel cast c'è Jodie Foster (premiata col Golden Globe come miglior attrice non protagonista, ndr), che interpreta il suo avvocato difensore. Che emozione ha avuto nel vederla nello stesso progetto?
"Sono cresciuto nel mito della New Hollywood, di registi come Scorsese, attori come De Niro, Meryl Streep, con Taxi Driver che per me era l'incarnazione del dream team perfetto. Jodie è incredibile, non solo per i 50 anni di carriera alle spalle, quanto per la persona che è. La prima volta, quando ci siamo visti sul set, lo ammetto, ero un po' intimidito da lei, volevo quasi nasconderlo, ma come potevo fare, mi sono chiesto. Fu lei a venirmi incontro, gentile, capace subito di mettermi a proprio agio, e in quell'istante, dopo quel 'ciao', si è innescato un processo naturale, veloce, ma di grande fiducia reciproca".
Tra tante ispirazioni, in pochi sanno che ce n'è stata una speciale, quella di Bob Meyer, purtroppo recentemente scomparso.
"L'ho incontrato quando mia moglie (l'attrice Leïla Bekhti, ndr) aspettava il nostro primo figlio. Dovevo allenare l'accento inglese, serviva un tutor che fosse in grado di seguirmi, mi mandarono dunque una lista di nomi, tra cui lui. Andammo a bere un caffè insieme, ascoltava, braccia conserte, e non parlava, poi disse 'non so se posso aiutarti' e se ne andò, lasciandomi il conto. Gli mandai immediatamente alcune sceneggiature, e dopo tre ore rispose positivamente per mail, da lì è cominciato il nostro rapporto. Bob era un regista, un pittore, un vero artista, scriveva poesie, scolpiva, sapeva rassicurarmi, riuscendo, nello stesso momento, a insegnarmi sulla vita, sul vedere le cose da punti di vista diversi. Non era un solo un punto di riferimento professionale, se, però, anche la mia avventura americana ha preso il via, è grazie a lui".
C'è anche un po' d'Italia.
"Ammiro Matteo Garrone, Paolo Sorrentino, Roberto Benigni, ma è il neorealismo ad avermi influenzato da studente: rimasi sconvolto dalla bellezza di film come Roma città aperta, poiché sapevano cogliere, con pochissimi mezzi, in certi casi per merito di attori straordinari come Anna Magnani, la reale dispersione sociale, così la vera essenza dell'essere umano".