'Maid', la travolgente storia di Alex, ragazza in fuga per ricostruire se stessa
di Gianmaria Tammaro , di Gianmaria Tammaro
Maid è una valanga. Comincia quasi all’improvviso, in piena notte, e nel giro di pochissimo – di un paio di episodi – riesce a costruire un mondo preciso; a presentare la sua protagonista, interpretata da Margaret Qualley, e a travolgere, più che a coinvolgere, lo spettatore. Questa storia di vita vissuta, tratta dal memoir di Stephanie Land, parla di violenza e di abusi, e parla della difficilissima posizione di chi, ogni giorno, prova a riconquistare la sua libertà, a ritrovare tranquillità ed equilibrio, e a riconoscere il dolore, la sofferenza e l’angoscia per quello che realmente sono.
Alex, la protagonista, è una ragazza. Una notte decide di fuggire con sua figlia e di abbandonare il suo compagno. È successo qualcosa. È stato un momento. Come il flash di un’istantanea. Un vaso che si schianta contro il muro e che la lascia senza parole, piegata su sé stessa. Non riesce a crederci:…
Maid è una valanga. Comincia quasi all’improvviso, in piena notte, e nel giro di pochissimo – di un paio di episodi – riesce a costruire un mondo preciso; a presentare la sua protagonista, interpretata da Margaret Qualley, e a travolgere, più che a coinvolgere, lo spettatore. Questa storia di vita vissuta, tratta dal memoir di Stephanie Land, parla di violenza e di abusi, e parla della difficilissima posizione di chi, ogni giorno, prova a riconquistare la sua libertà, a ritrovare tranquillità ed equilibrio, e a riconoscere il dolore, la sofferenza e l’angoscia per quello che realmente sono.
Alex, la protagonista, è una ragazza. Una notte decide di fuggire con sua figlia e di abbandonare il suo compagno. È successo qualcosa. È stato un momento. Come il flash di un’istantanea. Un vaso che si schianta contro il muro e che la lascia senza parole, piegata su sé stessa. Non riesce a crederci: non riesce a dare un nome a quello che ha appena visto. È in quell’istante che fa la sua scelta. Ora è in auto, sola, senza un lavoro e una casa. Non ha niente. Solo sé stessa e la sua bambina. Inizia a lavorare come domestica per caso, poco tempo dopo: ha bisogno di soldi e di essere indipendente, e ha bisogno di avere una posizione stabile per poter continuare a prendersi cura di sua figlia. I servizi sociali, negli Stati Uniti, sono come una piovra: sono ovunque e sono, allo stesso tempo, inafferrabili. Vogliono aiutarti, dicono; ma è tutto tremendamente complicato.
Alex deve agire. Sua madre (Andie MacDowell) non è d’aiuto. Non solo non le crede, ma continua a ripeterle di tornare da Sean (Nick Robinson), dal suo ragazzo, che tutto andrà bene, che queste – la rabbia, l’alcol, le notti insonni – sono cose che succedono. Alex è sempre in bilico, sempre sul punto di scoppiare, di lasciarsi andare (e a un certo punto, per un po’, lo farà). Deve ricominciare, e per ricominciare è pronta anche a ritrovare suo padre, a riscoprire il suo passato e a credere di nuovo nei suoi sogni. Vuole andare all’università, e vuole scrivere. E mentre lavora, comincia a riempire pagine intere di appunti. Si ritrova. Si riconosce. È di nuovo Alex.
Maid (su Netflix) è costruita sulla tensione di ogni scena, sul rischio costante per la protagonista di fallire e di non essere più in grado di rialzarsi; è piena di momenti coloratissimi e luminosi, in cui Alex gioca con sua figlia, e le parla e si abbandona all’immaginazione. Ma è anche piena di buio e di sfumature più fredde, e di violenza, e di lacrime e di angoscia. Puntata dopo puntata, la vita di Alex diventa sempre più spessa, reale, più vera. La speranza di farcela è, appunto, solo una speranza: ed è lontanissima, pallida, confusa all’orizzonte. La realtà è un’altra, ed è una realtà tremenda e soffocante. E poi ci sono le parole. C’è il loro potere. C’è la forma che prendono quando sono su carta, scritte da Alex; e c’è il peso che hanno quando vengono pronunciate da chi vuole fare del male. Si trasformano: prima sono aria, poi pietre. E colpiscono, mandano giù, demoliscono. Annullano.
Maid non mistifica né esagera. Mantiene sempre una certa linearità: gli abusi, le violenze, le cose dette, quelle solo pensate; e soprattutto la paura di non essere abbastanza, di sbagliare qualcosa, di essere colpevole. Margaret Qualley è bravissima: non solo perché è in grado di sintetizzare momenti e situazioni con le sue espressioni e con il modo in cui inciampa, di proposito, nella sua voce: balbetta, impasta; balbetta ancora. Ma perché, alla fine, diventa il racconto. È tutto. Anche quando non c’è, anche quando la storia si sposta altrove, e sembra parlare d'altro. Lei c’è sempre, e viene spontaneo cercarne il viso e gli occhi.
In Maid la violenza non è unicamente quella fisica, quella che colpisce con il palmo di una mano o con le nocche sbiancate di un pugno; è quella verbale, quella psicologica, sono i non detti, le insinuazioni, è il lavoro costante di sfiancamento e di erosione di chi è ossessionato dall’idea di farti sentire più piccolo. Ed è come un martello: ogni colpo è più forte del precedente e manda sempre più giù, nella carne, le accuse e le offese.
La serie si chiude perfettamente, e funziona come mini-serie: la trama orizzontale, che tiene insieme tutti gli episodi, trova la sua conclusione. Molly Smith Metzler, creatrice e scrittrice, sa subito come rendere questa storia appassionante. La sceneggiatura, e quindi le battute e le cose mostrate, procedono lentamente, a un passo preciso: è come uno zoom che si allarga piano piano, partendo da un dettaglio, dal volto di Margaret Qualley, e che poi inquadra tutto il resto. E in questo resto c’è l’America e c’è una certa cultura; c’è un provincialismo sottile, strisciante, che si insinua sotto la pelle e che si aggrappa alle ossa.
In alcune sequenze questa visione torna a restringersi e a focalizzarsi sulla protagonista: e così anche la narrazione ha delle contrazioni e si fa più piccola. In questo andamento sincopato, che sale e che scende, che si schiaccia e che si allarga, Maid procede senza problemi: e fa male; fa malissimo. Ma anche questo dolore, in qualche modo, aiuta la storia: non la migliore, non la peggiora; la rende completa. Non ci sono scorciatoie. Non ci sono scuse e giustificazioni. Non ci sono ma, e non ci sono colpe. Maid è bellissima perché, semplicemente, dice tutta la sua verità.