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'Maid', la travolgente storia di Alex, ragazza in fuga per ricostruire se stessa

Tratta dal libro di Stephanie Land, la serie porta sullo schermo il mondo vero (e durissimo) di una fuga, via dalla violenza verso l'equilibrio. Con Margaret Qualley, Andie MacDowell e Nick Robinson
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Maid è una valanga. Comincia quasi all’improvviso, in piena notte, e nel giro di pochissimo – di un paio di episodi – riesce a costruire un mondo preciso; a presentare la sua protagonista, interpretata da Margaret Qualley, e a travolgere, più che a coinvolgere, lo spettatore. Questa storia di vita vissuta, tratta dal memoir di Stephanie Land, parla di violenza e di abusi, e parla della difficilissima posizione di chi, ogni giorno, prova a riconquistare la sua libertà, a ritrovare tranquillità ed equilibrio, e a riconoscere il dolore, la sofferenza e l’angoscia per quello che realmente sono.

Alex, la protagonista, è una ragazza. Una notte decide di fuggire con sua figlia e di abbandonare il suo compagno. È successo qualcosa. È stato un momento. Come il flash di un’istantanea. Un vaso che si schianta contro il muro e che la lascia senza parole, piegata su sé stessa. Non riesce a crederci:…

 

Maid è una valanga. Comincia quasi all’improvviso, in piena notte, e nel giro di pochissimo – di un paio di episodi – riesce a costruire un mondo preciso; a presentare la sua protagonista, interpretata da Margaret Qualley, e a travolgere, più che a coinvolgere, lo spettatore. Questa storia di vita vissuta, tratta dal memoir di Stephanie Land, parla di violenza e di abusi, e parla della difficilissima posizione di chi, ogni giorno, prova a riconquistare la sua libertà, a ritrovare tranquillità ed equilibrio, e a riconoscere il dolore, la sofferenza e l’angoscia per quello che realmente sono.

Alex, la protagonista, è una ragazza. Una notte decide di fuggire con sua figlia e di abbandonare il suo compagno. È successo qualcosa. È stato un momento. Come il flash di un’istantanea. Un vaso che si schianta contro il muro e che la lascia senza parole, piegata su sé stessa. Non riesce a crederci: non riesce a dare un nome a quello che ha appena visto. È in quell’istante che fa la sua scelta. Ora è in auto, sola, senza un lavoro e una casa. Non ha niente. Solo sé stessa e la sua bambina. Inizia a lavorare come domestica per caso, poco tempo dopo: ha bisogno di soldi e di essere indipendente, e ha bisogno di avere una posizione stabile per poter continuare a prendersi cura di sua figlia. I servizi sociali, negli Stati Uniti, sono come una piovra: sono ovunque e sono, allo stesso tempo, inafferrabili. Vogliono aiutarti, dicono; ma è tutto tremendamente complicato.

Alex deve agire. Sua madre (Andie MacDowell) non è d’aiuto. Non solo non le crede, ma continua a ripeterle di tornare da Sean (Nick Robinson), dal suo ragazzo, che tutto andrà bene, che queste – la rabbia, l’alcol, le notti insonni – sono cose che succedono. Alex è sempre in bilico, sempre sul punto di scoppiare, di lasciarsi andare (e a un certo punto, per un po’, lo farà). Deve ricominciare, e per ricominciare è pronta anche a ritrovare suo padre, a riscoprire il suo passato e a credere di nuovo nei suoi sogni. Vuole andare all’università, e vuole scrivere. E mentre lavora, comincia a riempire pagine intere di appunti. Si ritrova. Si riconosce. È di nuovo Alex.

Maid (su Netflix) è costruita sulla tensione di ogni scena, sul rischio costante per la protagonista di fallire e di non essere più in grado di rialzarsi; è piena di momenti coloratissimi e luminosi, in cui Alex gioca con sua figlia, e le parla e si abbandona all’immaginazione. Ma è anche piena di buio e di sfumature più fredde, e di violenza, e di lacrime e di angoscia. Puntata dopo puntata, la vita di Alex diventa sempre più spessa, reale, più vera. La speranza di farcela è, appunto, solo una speranza: ed è lontanissima, pallida, confusa all’orizzonte. La realtà è un’altra, ed è una realtà tremenda e soffocante. E poi ci sono le parole. C’è il loro potere. C’è la forma che prendono quando sono su carta, scritte da Alex; e c’è il peso che hanno quando vengono pronunciate da chi vuole fare del male. Si trasformano: prima sono aria, poi pietre. E colpiscono, mandano giù, demoliscono. Annullano.

Maid non mistifica né esagera. Mantiene sempre una certa linearità: gli abusi, le violenze, le cose dette, quelle solo pensate; e soprattutto la paura di non essere abbastanza, di sbagliare qualcosa, di essere colpevole. Margaret Qualley è bravissima: non solo perché è in grado di sintetizzare momenti e situazioni con le sue espressioni e con il modo in cui inciampa, di proposito, nella sua voce: balbetta, impasta; balbetta ancora. Ma perché, alla fine, diventa il racconto. È tutto. Anche quando non c’è, anche quando la storia si sposta altrove, e sembra parlare d'altro. Lei c’è sempre, e viene spontaneo cercarne il viso e gli occhi.

In Maid la violenza non è unicamente quella fisica, quella che colpisce con il palmo di una mano o con le nocche sbiancate di un pugno; è quella verbale, quella psicologica, sono i non detti, le insinuazioni, è il lavoro costante di sfiancamento e di erosione di chi è ossessionato dall’idea di farti sentire più piccolo. Ed è come un martello: ogni colpo è più forte del precedente e manda sempre più giù, nella carne, le accuse e le offese.

La serie si chiude perfettamente, e funziona come mini-serie: la trama orizzontale, che tiene insieme tutti gli episodi, trova la sua conclusione. Molly Smith Metzler, creatrice e scrittrice, sa subito come rendere questa storia appassionante. La sceneggiatura, e quindi le battute e le cose mostrate, procedono lentamente, a un passo preciso: è come uno zoom che si allarga piano piano, partendo da un dettaglio, dal volto di Margaret Qualley, e che poi inquadra tutto il resto. E in questo resto c’è l’America e c’è una certa cultura; c’è un provincialismo sottile, strisciante, che si insinua sotto la pelle e che si aggrappa alle ossa.

In alcune sequenze questa visione torna a restringersi e a focalizzarsi sulla protagonista: e così anche la narrazione ha delle contrazioni e si fa più piccola. In questo andamento sincopato, che sale e che scende, che si schiaccia e che si allarga, Maid procede senza problemi: e fa male; fa malissimo. Ma anche questo dolore, in qualche modo, aiuta la storia: non la migliore, non la peggiora; la rende completa. Non ci sono scorciatoie. Non ci sono scuse e giustificazioni. Non ci sono ma, e non ci sono colpe. Maid è bellissima perché, semplicemente, dice tutta la sua verità.