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Adam Pålsson 

Wallander vuol dire fiducia

Multischermo / Su Netflix c'è la miniserie 'Il giovane Wallander', con protagonista Adam Pålsson nei panni del famoso investigatore svedese
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Si può pensare che a funzionare sia il marchio, che rassicura. Più probabile che il richiamo arrivi soprattutto a chi ha amato il personaggio, nelle varie pieghe, romanzi, perfino la comunissima serie tv svedese, fino ai gioiellini in forma di film-tv voluti e interpretati da Kenneth Branagh. Per cui al solo sentire il nome, Wallander, in molti scatta un rimpianto grosso così.

C’erano i romanzi di Henning Mankell, c’era il più famoso investigatore svedese: banalizzare il tutto nella comune accezione del giallo scandinavo è quasi una provocazione. Wallander, di inaudito spessore – umano, politico – è sempre stato altro. Come successo al nostro Montalbano, alla fine si è creata la figura dell’ispettore da giovane. Netflix è lì, alla bisogna, e due anni fa era appunto sbucata la miniserie Il giovane Wallander.

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Si può pensare che a funzionare sia il marchio, che rassicura. Più probabile che il richiamo arrivi soprattutto a chi ha amato il personaggio, nelle varie pieghe, romanzi, perfino la comunissima serie tv svedese, fino ai gioiellini in forma di film-tv voluti e interpretati da Kenneth Branagh. Per cui al solo sentire il nome, Wallander, in molti scatta un rimpianto grosso così.

C’erano i romanzi di Henning Mankell, c’era il più famoso investigatore svedese: banalizzare il tutto nella comune accezione del giallo scandinavo è quasi una provocazione. Wallander, di inaudito spessore – umano, politico – è sempre stato altro. Come successo al nostro Montalbano, alla fine si è creata la figura dell’ispettore da giovane. Netflix è lì, alla bisogna, e due anni fa era appunto sbucata la miniserie Il giovane Wallander.

La scena spostata a Malmoe (dalla leggendaria Ystad dell’ispettore maturo), sobborghi pericolosi – tanto che vi è cresciuto Ibrahimovic – e un protagonista non solo giovane, ma anche di sconcertante bellezza diafana (l’attore è Adam Pålsson): davvero difficile da immaginare come il vero Wallander giovane, per quanto possa infierire l’invecchiamento. Ma insomma, la prima stagione reggeva e soprattutto c’era applicazione nel dare un’anima irrequieta al personaggio: ipersensibile, già del tutto caparbio nel fare di testa propria, da giovane poliziotto che ci mette un attimo a distinguersi nel mucchio. Trasposta ai nostri giorni, sarebbe stato più credibile inventarsi un nipote, ma ormai è andata così. E anche nella seconda stagione appena uscita (sei episodi) è lodevole l’impegno a fondere delitti e indagini dentro temi sociopolitici caldissimi. Ovvia l’inutilità del misurare la credibilità di personaggio e intreccio: quello che conta è dire Wallander. A quel punto la schiera di seguaci si metterà alla visione come un dovere morale.

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La7 ha avviato ieri per l’ennesima volta, e per ovvi motivi, la programmazione della bellissima Chernobyl, nel senso della recente serie tv. Può avere un senso, magari forzando un po’. I più scafati, nonché anziani, ascoltano invece da giorni in loop quella cosa mitologica che era La mela di Odessa, degli Area.