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La star di Squid Game e il successo ritrovato: "Dico grazie ai fan e a un gioco pericoloso"

Lee Jung-jae interpreta il Giocatore 456 nella serie Netflix diventata fenomeno planetario. Sarà ospite d'onore alla XX edizione del Korea Film Festival, a Firenze. "Le persone non sono numeri, il potere della cultura popolare non va sottovalutato"
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“No: non ho mai pensato di ritirarmi dalle scene”. Sospiro di sollievo per gli appassionati di Squid Game, la serie più vista nella storia di Netflix. Lee Jung-jae, 49 anni, in cima alla classifica degli attori dai compensi stellari del cinema coreano, ci racconta il destino del “torneo della morte”. Ha già ispirato uno sketch comico al Saturday Night Live, con Pete Davidson e Rami Malek in versione country-pop, mentre al Grand-Guignol generale (i partecipanti sono sterminati per gioco) è riuscito a infilare più di un dibattito sugli effetti della violenza nei ragazzini. “Non è una serie sui giochi di sopravvivenza” ha reso noto il creatore Hwang Dong-hyuk. “È un’accusa alle disuguaglianze e al capitalismo moderno”.

“No: non ho mai pensato di ritirarmi dalle scene”. Sospiro di sollievo per gli appassionati di Squid Game, la serie più vista nella storia di Netflix. Lee Jung-jae, 49 anni, in cima alla classifica degli attori dai compensi stellari del cinema coreano, ci racconta il destino del “torneo della morte”. Ha già ispirato uno sketch comico al Saturday Night Live, con Pete Davidson e Rami Malek in versione country-pop, mentre al Grand-Guignol generale (i partecipanti sono sterminati per gioco) è riuscito a infilare più di un dibattito sugli effetti della violenza nei ragazzini. “Non è una serie sui giochi di sopravvivenza” ha reso noto il creatore Hwang Dong-hyuk. “È un’accusa alle disuguaglianze e al capitalismo moderno”.

Il ruolo da protagonista, Seong Gi-hun detto Giocatore 456 - corredato da outfit di culto (tutina verde e sneaker senza lacci) e arbitri-cecchini (un’enorme bambola robot) - sta regalando una seconda vita a Lee Jung-jae, ospite d’onore della ventesima edizione del Florence Korea Film Festival, in programma dal 7 al 15 aprile: “Sono consapevole di far parte di un fenomeno di massa. Ora il mio compito è trasmettere un messaggio ottimista”.


Lee Jung-jae, SAG Award come miglior attore per Squid Game, come convivono in lei il successo e il desiderio di rinunciare alla recitazione?

Sono grato agli spettatori in tutto il mondo - a un mese dalla première, 142 milioni di famiglie sono rimaste incollate alla serie - ma sul mio ritiro deve esserci un malinteso. In passato ho dichiarato di aver vissuto un crollo personale, sarà durato circa due anni. Quando da giovane non vedi progressi, è naturale perdersi d’animo. Il resto è stato ingigantito dai media. Grazie agli amici, ai registi e ai fan che hanno creduto in me, la passione per il cinema è tornata a scorrere più forte di prima.

Ha mai partecipato ai giochi per bambini, coreani e non, che appaiono nella serie?

Crescendo negli anni Settanta a Seoul ho giocato a Squid Game e a tutti gli altri tornei. Sul set mi tornavano in mente le facce degli amici d’infanzia, le loro risate, i pianti e le urla. I veri giochi non sono violenti, però se ti lasci prendere la mano, la faccenda può farsi complicata… Una volta arrivato nel teatro di posa, mi sono subito chiesto come avrebbero ricreato la gigante, mitica Red Light Green Light, in grado di rilevare i movimenti dei giocatori che dovrebbero restare immobili. Non potete capire la sorpresa di trovarmi faccia a faccia con la replica in scala della bambola robotica Yeong-hee!

E le parodie di Squid Game in rete la divertono?
Culturalmente, ormai Squid Game è uno stato di trascendenza, un rito di passaggio per 90 paesi. Mi hanno mostrato su YouTube performance e sketch spassosissimi. Eppure, ogni volta che butto un occhio ai numeri dello streaming, resto stupito. Sento addosso un grande senso di responsabilità. Le persone non sono numeri, il potere della cultura popolare non va sottovalutato.

Crede che la distopia, con la sua analisi spietata della disparità economica, possa offrire una finestra sulla cultura coreana? 
La critica al capitalismo offre una nuova consapevolezza della realtà in cui viviamo. Io mi auguro che la parte filosofica di Squid Game allarghi la visione del mondo sulla cultura coreana. Lo spirito politico della serie mi affascina. Basti prendere la premessa: un centinaio di giocatori in lotta fino alla morte per una ricompensa di 38 milioni di dollari. Quei sei round di giochi bambineschi sono una prospettiva che va controcorrente rispetto all’egemonia culturale. I personaggi del gioco indossano tutti gli stessi vestiti e vengono identificati da numeri al posto del nome, come se fossero parte di un microcosmo nascosto. L’insieme di individui che vivono associati in Squid Game adotta, in apparenza, uno slogan di concorrenza leale, ma di leale non c’è proprio nulla. Forse sono i personaggi, così realistici, fusi nell’immaginario dei giochi di sopravvivenza, a conquistare la simpatia degli spettatori. Tutti possono riconoscersi, nel bene e nel male.

Jooyoung Shin, insegnante di fashion design, ha detto che le famigerate tute da ginnastica sono diventate un marchio dello status sociale nella cultura coreana contemporanea.
In Corea, la tuta verde è più di un abbigliamento sportivo. È comoda da indossare a casa e fa molto casual. Il pubblico coreano è rimasto colpito nel vedermi indossare una felpa del genere in Squid Game, forse non si aspettava che il mio ‘corpo da attore’ oggi privilegiasse un capo sportivo. I costumi sono codici, i codici sono dei valori.

Qual è stata la più grande sfida nell’interpretare il Giocatore 456 nella prima stagione e come si svilupperà il personaggio in futuro?

Seong Gi-hun non è un personaggio conciliante. Per la natura spietata del gioco, deve poter adottare qualsiasi mezzo necessario per vincere, anche se questo significa barare o mentire agli altri. Un fortissimo senso di colpa mi ha perseguitato durante le riprese, al punto da arrivare a chiedermi: “Ma sono davvero io quello in scena?”. Ho incarnato lati terribili dell’essere umano, specialmente nell’episodio 6, verso Il-nam, e nell’episodio 9 nei riguardi di Cho Sang-woo. Per interpretare il personaggio di Gi-hun, un povero squattrinato che gioca troppo d’azzardo, ruba alla famiglia ed è picchiato dagli strozzini, ho indossato un cappello e una maschera, fino a mettermi ad osservare di notte le persone mentre camminavano per strada. Volevo recuperare i miei ricordi passati, fatti per lo più di povertà, e far emergere le emozioni di quel periodo. La prima cosa che lo spettatore deve pensare è “Questo gioco è reale”, ma con un po’ di sano umorismo. La stagione 2 si annuncia ricca di colpi di scena. Sono curioso di sapere che direzione prenderà la nuova storia.

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Il ruolo della consacrazione è arrivato con 'City of the Rising Sun' nel 1998. Stessi temi: un uomo alla ricerca del senso della vita e il gioco di mezzo.

Avevo 27 anni. Se potessi viaggiare indietro nel tempo, vorrei dire a me stesso: “Ricorda di essere grato per tutto ciò che la vita ti regala, lavora con costanza e divertiti sempre”.

La sua performance ne 'Il mare' ha un approccio che sembra seguire un dogma tutto suo. Da dove arriva? 
Naturalezza e osservazione sono le regole del mio mestiere. È passato molto tempo dalla sua uscita, ne hanno fatto un remake con Keanu Reeves e Sandra Bullock. Se arrivasse un’opportunità come Il Mare, accetterei subito la sfida. Voglio tornare a recitare in un melodramma.

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A Firenze parteciperà ad una masterclass sulla sua carriera.
Ho sentito che il Florence Korea Film Fest è cresciuto molto negli ultimi vent’anni ed è considerato il festival cinematografico per eccellenza nella programmazione coreana in Europa. Sono orgoglioso di mostrare anche Deliver Us from Evil di Hong Won-Chan. Mettermi in gioco è nel mio sangue. Non solo recito ma produco, scrivo, dirigo. Le riprese del mio debutto alla regia, Hunt, sono appena terminate. Il cinema è un lavoro di gruppo, senza una crew non potrei ampliare i miei orizzonti e la mia visione dell’arte. Ho sperimentato sulla mia pelle che dirigere e recitare allo stesso tempo è un compito ingrato: richiede una forza fisica da atleti!