La linea verticale di Federico Cesari: "Una serie per ricordarci che siamo tutti fallibili"
di Chiara Ugolini , di Chiara UgoliniIl primo ricordo è da figurante sul set di Pupi Avati. "Avevo dieci anni e una scena con Vanessa Incontrada, lei mi parlava in spagnolo e io rispondevo 'bien'. Tutto era meraviglioso: le luci, la gente, la confusione e ho detto voglio continuare a farlo'. Federico Cesari per anni ha continuato a tenersi aperto il piano B studiando medicina, "ormai mi manca un solo esame: ginecologia", ora però sa che "la laurea la appenderò al muro, ho capito di voler fare l'attore". A 25 annni, dopo il successo della serie dei teenager Skam, dove lui è uno dei personaggi più amati: Martino, e prima di vederlo nel film di esordio alla regia di Bisio L'ultima volta che siamo stati bambini ambientato nella seconda guerra mondiale, è protagonista di Tutto chiede salvezza, la serie scritta e diretta da Francesco Bruni dal romanzo premio Strega giovani 2020 di Daniele Mencarelli. Che racconta i sette giorni di Tso (tratt…
Il primo ricordo è da figurante sul set di Pupi Avati. "Avevo dieci anni e una scena con Vanessa Incontrada, lei mi parlava in spagnolo e io rispondevo 'bien'. Tutto era meraviglioso: le luci, la gente, la confusione e ho detto voglio continuare a farlo'. Federico Cesari per anni ha continuato a tenersi aperto il piano B studiando medicina, "ormai mi manca un solo esame: ginecologia", ora però sa che "la laurea la appenderò al muro, ho capito di voler fare l'attore". A 25 annni, dopo il successo della serie dei teenager Skam, dove lui è uno dei personaggi più amati: Martino, e prima di vederlo nel film di esordio alla regia di Bisio L'ultima volta che siamo stati bambini ambientato nella seconda guerra mondiale, è protagonista di Tutto chiede salvezza, la serie scritta e diretta da Francesco Bruni dal romanzo premio Strega giovani 2020 di Daniele Mencarelli. Che racconta i sette giorni di Tso (trattamento sanitario obbligatorio) di un ventenne che si ritrova una mattina in ospedale nel reparto psichiatrico senza ricordarsi assolutamente cosa gli è successo. Stile asciutto e ironico che ricorda La linea verticale di Mattia Torre e anche questa serie e il romanzo sono tratti dall'esperienza autobiografica dell'autore.
Il romanzo, la sceneggiatura ma dove ha trovato il suo Daniele con tutte quelle sfumature di dolore, rabbia, anche ironia?
"È stata una costruzione continua. Sono partito ovviamente dal romanzo per capire il contesto in cui si era sviluppata la storia, nei luoghi fondamentali per raccontare la vita quotidiana di Daniele prima del Tso. La sceneggiatura ha tirato fuori l'essenziale del romanzo e ha creato un arco narrativo che chiariva cosa si voleva raccontare".
Un elemento di Daniele Mencarelli che c'è nel Daniele che avete ricreato e un elemento di Federico.
"Incontrare Daniele è stata un'epifania perché ho capito che ciò che era scritto nel romanzo apparteneva a una persona reale. Ho cercato di mettere le sue emozioni, le emozioni di una persona sensibile, empatica come mai mi era capitato di incontrarne nella vita. Che lascia trasparire tutta la sua emotività fino a un contrasto tale da arrivare a essere ricoverato in un Tso. Daniele ha un linguaggio corporeo sulla difensiva per proteggersi, ma dai suoi occhi si riesce a capire il momento in cui sa di potersi aprire. Di mio ho messo una sintesi del personaggio, perché ho cercato di non sovrappormi ma trovare con Daniele un punto di incontro attraverso il mio vissuto".
È stata una lunga lavorazione, il momento più difficile?
"Non posso raccontarlo nel dettaglio perché rovinerei la visione della serie, ma posso dire che c'è un momento nella storia molto forte che colpisce non solo Daniele ma anche gli altri componenti della camerata. È stato un momento di massimo dolore, la cosa più difficile è stato vivere quella sensazione in senso collettivo, dovevamo essere tutti molto connessi. È stato il culmine del percorso di crescita della camerata e del legame che si era creato".
Andrea Pennacchi (Mario), Vincenzo Crea (Gianluca), Lorenzo Renzi (Giorgio), Vincenzo Nemolato (Madonnina), Alessandro Pacioni (Alessandro) sono attori di età e background diversi. Come avete creato il gruppo?
"Abbiamo avuto la fortuna di essere stati trapiantati ad Anzio per 14 settimane, non solo per girare nell'ospedale militare ma proprio per vivere. Abbiamo lavorato sei giorni su sette, girato tutti i giorni, dormivamo tutti assieme, c'è stato modo di parlare e confrontarci tanto sulle nostre idee. Venivamo da estrazioni sociali, vissuti e generazioni totalmente diverse ma ci ha accumunato il profondo rispetto per questa storia e la voglia di dare il massimo nel raccontarla. Si è creato un legame molto intenso".
La serie esce in un momento in cui si parla molto di salute mentale.
"Credo che sia il tema più importante oggi. Stiamo vivendo una crisi umanitaria, climatica, politica a livello mondiale. Credo che le nuove generazioni sentano un grande senso di impotenza di fronte al futuro, qualcosa che spaventa tutti noi. La pandemia ha peggiorato le cose, oggi c'è maggiore attenzione nei confronti della patologia psichiatrica ma anche maggiore incidenza. Nel momento in cui una cosa così sta dilagando, parlarne, normalizzare, rappresentarla come abbiamo cercato di fare è importante. Noi raccontiamo la malattia psichiatrica ma anche tanta normalità, come l'amicizia, dentro la malattia. C'è una tendenza performante nella nostra società, invece è importante capire che non si può essere sempre infallibili. Mi ha colpito molto nella serie la frase di Daniele che dice 'la vera follia è non arrendersi mai, non spezzarsi mai'. Avere un supporto psicologico in questo momento storico deve essere legittimato".
Cosa ne pensa del fatto che tante persone del mondo dello spettacolo, da Fedez che pubblica gli audio con lo psicologo a Jonah Hill che annuncia che non farà più promozione perché gli mette troppa ansia, hanno scelto di raccontare i propri disagi psichici?
"Credo che alla fine le persone che hanno un seguito diventano in qualche modo un modello e se una persona vista come modello, una figura aspirazionale, sceglie di raccontarsi anche negli aspetti più fragili e condivide un pezzo della sua storia personale, normalizza tutto questo. Io personalmente non penso di avere la maturità di parlare di questioni psichiatriche sui social, d'altronde coi social ho un rapporto molto blando fatto di cose di lavoro a cui tengo e di cose che mi fanno ridere, ma lì non riesco a condividere la mia quotidianità".
Quanto i suoi studi di medicina le sono stati utili per la serie?
"Sicuramente mi hanno aiutato ad approcciare il reparto psichiatrico, un'esperienza fondamentale. Io sono partito che entrambi i lavori mi piacevano tantissimo e secondo me hanno anche molto in comune perché sia il medico che l'attore di base condividono una forte umanità, voglia di empatizzare con le persone. In ospedale però non ti è concesso di farlo come arma difensiva nei confronti del paziente e della sua sofferenza che è un meccanismo di adattamento che mettiamo in atto nella vita quotidiana un po' tutti, è inevitabile mettere delle barriere. Per questo forse mi sono un po' allontanato dal sogno della medicina e avvicinato di più a quello della recitazione".
La carriera d'attore è piena di incertezze. Quanto avere gli esami da dare, pensare al famoso piano B l'ha aiutata?
"Moltissimo, io sono uno che ha bisogno di certezze. Questo lavoro di certezze non ne ha per cui avere un impegno secondario è stato fondamentale anche perché se non lavoravo avevo la testa su tutt'altro. Come attore se non lavori cominci a pensare 'perché non lavoro?', è un circolo vizioso cui non si può sfuggire ma che prima o poi va affrontato. È arrivato per me il momento e non so se sono pronto, mi spaventa molto non avere più il mio piano B".
I primissimi ricordi del piano A?
"Ho iniziato con la figurazione, mi ritrovai sul set. Mi buttai in mezzo. I miei ricordi sono flash ma viva è la sensazione di confusione quasi catartica che c'è sul set. Poi mi sono iscritto a un'agenzia e ho cominciato a fare provini. Scuole non ne ho fatte, ho fatto dei master, dei workshop però..."
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Quanto Martino Rametta (Skam) ha contribuito nella scelta definitiva?
"Martino è stato la svolta nella mia vita e carriera. Sono legatissimo a questo personaggio, Martino significa tante cose: il primo ruolo da protagonista, la prima volta che ho avuto la possibilità di raccontare un personaggio a 360°, non soltanto un ruolo ma una persona. Skam per tutti noi che ne abbiamo fatto parte è il punto di incontro con un'altra famiglia, con Ludovico Bessegato che è stato fondamentale. Prima di questa serie avevo sempre lavorato con gente molto più grande, improvvisamente avevano tutti la mia età, eravamo tutti piccoli. Questo lavoro oltre al mestiere regala tanti rapporti. Martino mi ha fatto capire come un personaggio può avere un valore nella vita degli spettatori".
Si riferisce al coming out?
"Mi sono arrivati messaggi incredibili di persone che dicevano 'grazie a Martino sono riuscito a parlare, ad aprirmi' e condividevano con me la loro storia, come se fossi parte della loro famiglia. La comunità Lgbtq+ mi ha fatto un regalo enorme, sapere di aver fatto una cosa così importante per qualcuno semplicemente facendo il mio lavoro è stato incredibile. Io non ho fatto niente di speciale, ho interpretato un personaggio e le persone mi ringraziano per questo non è per niente scontato".
Nel rapporto di Martino con Niccolò si affronta anche il tema della salute mentale, ma dal punto di vista di chi sta accanto a chi non sta bene
"Sì rappresentando in maniera realistica la difficoltà - che è la stessa raccontata in Tutto chiede salvezza - di un ragazzo che si ritrova a fare i conti con domande esistenziali a sedici, diciotto anni senza armi con cui affrontare tutto questo. Nel caso di Daniele sfocia in un Tso, nel caso di Niccolò ha un supporto psicologico adeguato che gli permette di vivere una vita 'normale'. Anche io mi sono fatto delle domande e questa storia mi è rimasta addosso, ricordo che prima della serie vivevo tutto con più superficialità - complice anche il periodo che abbiamo vissuto - questo lavoro ha lasciato il segno. Credo che inizierò un percorso psicoterapeutico, credo che sia fondamentale negli anni della formazione, soprattutto in questo momento storico".
C'è chi la definisce un nuovo Elio Germano o Valerio Mastandrea.
"Sono attori incredibili, il loro trasformismo, il loro talento. Germano è uno dei migliori attori in assoluto se fosse nato in America sarebbe un DiCaprio conosciuto in tutto il mondo. Anche Mastandrea, ci sono aspetti del loro lavoro così caratterizzanti che mi sembrano inarrivabili, si sono spinti veramente oltre. Essere paragonato a loro è qualcosa di incredibile, un complimento bellissimo".
A questo punto cosa significa per lei recitare?
"Uno spazio mio dove posso perdere il controllo, allontanarmi da me stesso e lasciare andare il volante".