Lino Guanciale ha recitato un ispettore fantasma (ne La porta rossa, script di Carlo Lucarelli) figuriamoci se ha problemi a impersonare un commissario che, ogni tanto, vede i fantasmi. Che peraltro gli danno una grossa mano, questi fantasmi, visto che si tratta delle anime di vittime di delitti che gli forniscono, per quanto nebulose, dritte provvidenziali sul delitto medesimo.
Il commissario Ricciardi, su Rai 1, è una nuova incursione in fiction dai libri di Maurizio de Giovanni, sempre ambientati a Napoli ma declinati diversamente per personaggi ed epoche (Mina Settembre, ora in onda — in pratica c’è una momentanea occupazione-De Giovanni, e poi I bastardi di Pizzofalcone, che torneranno).
Ricciardi, che è una normale figura di poliziotto azzimato e sofferto, prende tutto il propellente dall’epoca di ambientazione: la Napoli degli anni 30, pieno regime in azione, lui è troppo preso dai suoi casi ma l’anatomopatologo suo amico è un fervente, quanto gaudente, antifascista. E il suo primo collaboratore, un commovente Antonio Milo in veste di brigadiere, il compagno di lavoro che tutti vorrebbero. Poi le donne, la pallida Enrica (Maria Vera Ratti) dolce dirimpettaia del terzo piano di cui è innamorato e la splendida nobildonna Livia (Serena Iansiti), ammanicata col regime ma poi chissà.
Si parte con un delittaccio al San Carlo, un super tenore perforato in camerino, a dare una mano c’è un magnifico Servillo (però Peppe) in abito talare. Ricciardi tenta una battaglia vintage al mito Montalbano (o forse no, vedremo), La porta rossa era più intrigante, e infatti era per Rai 2: qui siamo nel tempio Rai 1 e molte regole bisogna rispettarle. Regia, sicura e conseguente, di Alessandro D’Alatri.