Quel silenzio prolungato al telefono contrapposto a una domanda precisa dall’altra parte (localizzata a Boccadasse, Genova) e crolla tutto un mondo. Il commissario Montalbano non sa che dire e soprattutto non vuole dirlo alla fidanzata Livia, preoccupata per la sua assenza. Per nove milioni di spettatori, lunedì sera, la fine di un’epoca e anche l’inizio: delle proteste via social, per esempio. Soprattutto quelle femminili (“Ma che, si lascia una fidanzata storica così, al telefono e stando zitti?”), imprecazioni comprensibili che però danno anche da pensare: anni e anni, fiction dopo fiction, ad eleggere Livia da Boccadasse nemica numero uno della Nazione femminile perché il commissario meriterebbe molto altro e, all’improvviso, di botto, la solidarietà femminile, invece, per l’ennesima donna trattata male dal maschio Alfa (e senza filtro, a occhio): con lui che diventa Barbablù o quasi. E per di più l’episodio, forse finale, forse chissà, sta andando in scena la sera dell’8 marzo.
Casualità che non sfugge nemmeno ad Antonia, la giovane capo della Scientifica (Greta Scarano, in rampa di lancio, tra poco sarà anche Ilary nella serie Sky su Totti): la quale è apparsa in scena per due minuti ma dopo un secondo il granitico Montalbano non sapeva nemmeno più come si chiamava.
Il commissario Montalbano: lo Speciale
Differenza d’età cospicua (nella realtà, tra i due attori, un quarto di secolo di gap). E poi l’assedio immediato - mai visto Montalbano così sbrigativo - a passo di carica sull’obiettivo, invece di arrivare con felpata determinazione alla soluzione. Morale, si fanno cose subito, al volo, la sera dopo, come una fujtina che metta tutti davanti al fatto compiuto. Ma Antonia la seconda volta gli dice di andarci piano, che lei è sua (sua di lei) e che l’attempato uomo di Legge e di Stato che all’improvviso riscopre la frenesia giovanile a lei, francamente, fa un po’ impressione: e inoltre è appunto l’8 marzo. Fino al finale, dove però un treno parte e Antonia scende all’ultimo, in quanto questa è una fiction e le fiction hanno il dovere di aprire possibilità al futuro (della fiction medesima).
Nelle case d’Italia si possono intuire scene di coppie, magari consolidate negli anni: lei, che al precipitare della situazione inizia a proferire improperi, al commissario o alla giovane che si concede alla velocità di Bolt (magari però ci sono anche quelle che negli anni hanno implorato sempre mentalmente Livia di mollarlo, quella sorta di sex symbol da insalata di mare e frizzantino in spiaggia e di farsi una vita vera, ché mai da lì verrà fuori qualcosa di buono e definitivo). E lui, il maschio della coppia, che fa finta di niente, guarda nel vuoto, magari fischietta pure e spera che la scena cambi e si torni subito alle indagini. Ma che dentro vive una grande sensazione di trionfo (momentaneo, di breve durata, ma avercene), misto a malinconia e rimpianti assortiti, o qualcosa del genere.