Barbara Ronchi in 'Vostro onore': "Il cuore non sa rispettare la legge degli uomini"
di Silvia Fumarola , di Silvia FumarolaUn giudice stimato, Stefano Accorsi, che tradisce la legge per salvare il figlio in pericolo; un’ispettrice di polizia, Barbara Ronchi, che per il pregiudizio positivo nei confronti del magistrato, suo mentore, all’inizio si fa deviare nell’indagine. È tutta da vedere la serie Vostro onore di Alessandro Casale, in onda su Rai 1 dal 28 febbraio, adattamento del format israeliano Kvodo che gli americani hanno trasformato in Your honor.
Un giudice stimato, Stefano Accorsi, che tradisce la legge per salvare il figlio in pericolo; un’ispettrice di polizia, Barbara Ronchi, che per il pregiudizio positivo nei confronti del magistrato, suo mentore, all’inizio si fa deviare nell’indagine. È tutta da vedere la serie Vostro onore di Alessandro Casale, in onda su Rai 1 dal 28 febbraio, adattamento del format israeliano Kvodo che gli americani hanno trasformato in Your honor.
In “Vostro onore” si cambia registro.
«Sara Vichi ha un grande senso della giustizia, vede nel giudice un esempio, pensa che non può andare contro la legge. E quindi non persegue la strada indiziaria, ma dopo l’errore iniziale capirà tutto».
Il figlio del magistrato investe il componente di un clan di latinos che il padre aveva sgominato.
«La serie è bellissima. Il pubblico sa subito che il ragazzo è il colpevole. Nello sviluppo del racconto si vede come il magistrato, che conosce i meccanismi della giustizia, inquina le carte. Con il colpo di scena finale».
Il racconto si muove su due piani: quello che sarebbe giusto fare e cosa fa il padre per il figlio. Che ne pensa?
«Che esiste la legge della giustizia e la legge del cuore, tutto ti dice che è sbagliato ma che è anche giusto. Per il mio personaggio e il pubblico che guarda da fuori quello che succede è impensabile. Ma se mi dovessi mettere nei panni di quel giudice... Non lo giustifico ma riesco a comprenderlo. La domanda è: cosa da genitore si può arrivare a fare per coprire un figlio? Forse tutto».
È laureata in Archeologia classica, quando ha deciso di fare l’attrice?
«Ho sempre fatto teatro, dalle elementari in poi. Le altre andavano a danza o in piscina, io mi rifugiavo nel mio laboratorio teatrale, era terapeutico. Ero piccola e non lo sapevo, ma è stato così. Ho continuato con i miei amici del liceo, ci costruivamo le scenografie da soli, era un’avventura».
Quando ha deciso che recitare sarebbe diventato il suo mestiere?
«Facevamo uno spettacolo in parrocchia, vennero a vederlo insegnanti dell’Accademia e mi chiesero se facevo l’attrice. Avevo paura di dire ad alta voce che facevo l’attrice persino a me stessa».
Perché?
«Mi sembrava di espormi, di mettermi in mostra anche se per me recitare di narcisistico non aveva niente, mi faceva solo stare bene. Come quando cerchi l’anima gemella per il mondo invece scopri che è il tuo migliore amico».
Ammetterà, è piuttosto raro.
«Raro, è vero, ma succede».
Ha lavorato con Cecchi, Binasco, con tanti registi: quello che ha lasciato il segno?
«Il più grande uomo che ho incontrato è Marco Bellocchio, con cui ho girato Fai bei sogni. È stato subito chiaro, parlandogli, che le anime grandi si manifestano nella più grande semplicità. Tutto quello che diceva non era dimostrativo, era semplice da capire. Era tutto facile con lui. Riusciva a mostrare le cose nella loro essenza e da attore ti chiedeva di avere pudore dei sentimenti, di tenere delle cose per te, di mantenerle segrete. È qualcosa che mi porto dietro in tutti i personaggi».
Anche nella cancelliera Diana di Imma Tataranni?
«Sì anche in lei. Penso che il pubblico si sia affezionato perché è un personaggio strampalato, che ha il culto dell’amicizia, un’ammirazione spassionata per Imma. È divertente, dolce. Poi è stato bellissimo lavorare con Vanessa. Eravamo amiche da prima, andare sul set era una vera felicità, tutto molto semplice, È una serie speciale anche perché in tanti proveniamo dal teatro: Buccirosso, Max Gallo».