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Talk e ascolti, finché c'è guerra c'è speranza

Multischermo / La nuova frontiera dei dibattiti tv nei giorni della guerra
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I numeri sono lì a disposizione e sanno di sconfitta. Ha perso chi rigettava la frusta considerazione secondo cui i talk e la tv tutta hanno bisogno di massima confusione e a quel punto la gente ci sta. I talk sulla guerra stanno infilando numeri da favola: nel settore significa alzare di due-tre punti percentuali fissi la share e per quasi tutti significa, a quel punto, ascolto raddoppiato. Perché c’è la guerra, certo, perché la gente è interessata, certo, ma soprattutto perché come facilmente pronosticato tutti i talk si sono adattati a sceneggiare il conflitto. E niente, funziona. Agli albori di guerra aveva iniziato un marpionissimo come Massimo Giletti: sostenere che è tutta colpa di Putin, aveva detto in sostanza, significa andare contro l’etica professionale, storica e chissà quale altra. Da un pertugio simile, può passare di tutto: dagli esperti in distinguo ai fautori della tesi dell’Ucraina gran…

I numeri sono lì a disposizione e sanno di sconfitta. Ha perso chi rigettava la frusta considerazione secondo cui i talk e la tv tutta hanno bisogno di massima confusione e a quel punto la gente ci sta. I talk sulla guerra stanno infilando numeri da favola: nel settore significa alzare di due-tre punti percentuali fissi la share e per quasi tutti significa, a quel punto, ascolto raddoppiato. Perché c’è la guerra, certo, perché la gente è interessata, certo, ma soprattutto perché come facilmente pronosticato tutti i talk si sono adattati a sceneggiare il conflitto. E niente, funziona. Agli albori di guerra aveva iniziato un marpionissimo come Massimo Giletti: sostenere che è tutta colpa di Putin, aveva detto in sostanza, significa andare contro l’etica professionale, storica e chissà quale altra. Da un pertugio simile, può passare di tutto: dagli esperti in distinguo ai fautori della tesi dell’Ucraina grande provocatrice della storia. Il giorno in cui verrà allestita una serata talk sul cannibalismo, sul più bello entrerà un ospite spolpando una clavicola umana: e al clou di puntata cercherà di mordere il conduttore, che si farà addentare pensando agli ascolti. Del resto hanno ragione, quelli dei talk, a rivendicare la mossa di svecchiare il parterre: con un argomento potente come la guerra è in corso una sorta di rastrellamento di nuovi esperti, felici di andare a fare il bastian contrario in tv e rivendicando pure di non volersi sedere dalla parte della ragione, piena in ogni ordine di posti. I social intanto impazziscono live, di gioia, a ogni affermazione proditoria di un esperto o docente di nuovo conio televisivo. È successo in abbondanza l’altra sera da Formigli a PiazzaPulita, la puntata ha fatto record d’ascolti. Funziona così, farsene una ragione.
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L’inviato del Tg2 in Ucraina spiega in diretta un problema e lancia un appello ai suoi colleghi: “Togliete dal microfono il marchio rosso del Tg2: somiglia a quello, altrettanto rosso, delle tv russe: e la gente per strada ci guarda malissimo. Qualcuno tenta anche di aggredirci”. Esclusa, al momento e per fortuna, l’ipotesi che invece ce l’abbiano proprio con il Tg2.