Quante serie tv, belle, clamorose, intriganti, sono rimaste indietro negli ultimi anni? Non c'era tempo o c'era altro da guardare. Bene. Si può riparare in qualche modo con il tempo in più che abbiamo a disposizione (ovvio, ne avremmo fatto volentieri a meno). Recenti e meno recenti, ognuno ha la sua scaletta, quella che "un giorno o l'altro...". Meglio, va da sé, non disperdersi, sceglierne una e progredire sistematicamente. E quindi Succession (produzione Hbo, partita nel 2018, disponibile sull'on demand di Sky). Due stagioni già girate, una terza in lavorazione (più o meno) a furor di popolo, o meglio di fanatici assoluti, che hanno resistito in quella prima stagione in cui tutto sembrava un po' caricaturale e poi hanno visto esplodere scrittura e sceneggiatura nella seconda, diventata una irresistibile cavalcata nelle miserie (da ricchi) e bassezze umane e soprattutto di famiglia - e si sono sprecati i paragoni con il Trono di Spade, da questo punto di vista.
I Roy, miliardari gestori di un impero fondato soprattutto sui media - ovvio il richiamo a dinastie alla Murdoch - ma anche diversificando le attività nei rami più redditizi del business internazionale. Il patriarca è Logan (Brian Cox), ci sono quattro figli nati da vari matrimoni, un giorno, a inizio serie, Logan ha un ictus e tutto diventa guerra guerreggiata. Anche soprattutto quando il tycoon si riprende un po' e ingaggia una battaglia folle per impedire che gli eredi - ne avesse azzeccato uno, pensa lui, non a torto - facciano macerie di quello che era appunto un impero.
Gli annessi e connessi che si dipartono tra i componenti della famiglia, uno più squinternato dell'altro (ma i miliardi salvano sempre da molte situazioni), diventano il centro di ogni episodio, scritto, diretto, realizzato coma dentro uno scenario bellico-grottesco dal quale è impossibile staccarsi, soprattutto proseguendo nella visione. In confronto al molto più asciutto (ed è tutto dire) Billions, che si regge soprattutto sull'azzeccato scontro a due, qui siamo in un helzapoppin' che, appunto nella seconda stagione, prende toni incredibili.
E la prova risiede in tutti quelli che aspettano la terza stagione considerandola (ma chissà ormai quanto ci vorrà) una delle visioni future obbligate, senza dubbio alcuno.
I Roy, miliardari gestori di un impero fondato soprattutto sui media - ovvio il richiamo a dinastie alla Murdoch - ma anche diversificando le attività nei rami più redditizi del business internazionale. Il patriarca è Logan (Brian Cox), ci sono quattro figli nati da vari matrimoni, un giorno, a inizio serie, Logan ha un ictus e tutto diventa guerra guerreggiata. Anche soprattutto quando il tycoon si riprende un po' e ingaggia una battaglia folle per impedire che gli eredi - ne avesse azzeccato uno, pensa lui, non a torto - facciano macerie di quello che era appunto un impero.
Gli annessi e connessi che si dipartono tra i componenti della famiglia, uno più squinternato dell'altro (ma i miliardi salvano sempre da molte situazioni), diventano il centro di ogni episodio, scritto, diretto, realizzato coma dentro uno scenario bellico-grottesco dal quale è impossibile staccarsi, soprattutto proseguendo nella visione. In confronto al molto più asciutto (ed è tutto dire) Billions, che si regge soprattutto sull'azzeccato scontro a due, qui siamo in un helzapoppin' che, appunto nella seconda stagione, prende toni incredibili.
E la prova risiede in tutti quelli che aspettano la terza stagione considerandola (ma chissà ormai quanto ci vorrà) una delle visioni future obbligate, senza dubbio alcuno.