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Il caso Dozier in una docuserie Sky: luci e ombre di un sequestro

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Dal 13 giugno su Sky Documentaries quattro episodi per ricostruire una vicenda ancora controversa: 1981, il rapimento dell'alto ufficiale Nato da parte delle Br, e la sua liberazione con un blitz
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Jeans, polo azzurra e sneaker, seduto in poltrona nella sua casa in Florida, il generale James Lee Dozier, 91 anni, ripercorre i momenti del rapimento: «Pensavo che non sarei sopravvissuto» racconta, «i dettagli sono ancora molto nitidi. Sentimmo bussare alla porta dell’appartamento, chiesi chi fosse, mi dissero che erano idraulici, che c’era un perdita al piano di sotto e dovevano controllare. Cercammo il guasto ma non lo trovammo, tornammo in cucina, presi il dizionario per tradurre una parola che non capivo. Mi puntarono contro due pistole silenziate».

Il sequestro Dozier — Un’operazione perfetta (di Davide Azzolini, Fulvio Bufi e Massimiliano Virgilio, con la regia di Nicolangelo Gelormini, realizzata da Dazzle) su Sky Documentaries, da domani alle 21.15, e su Now, è una docuserie sugli anni di piombo molto interessante. Racconta luci e ombre del rapimento …

Jeans, polo azzurra e sneaker, seduto in poltrona nella sua casa in Florida, il generale James Lee Dozier, 91 anni, ripercorre i momenti del rapimento: «Pensavo che non sarei sopravvissuto» racconta, «i dettagli sono ancora molto nitidi. Sentimmo bussare alla porta dell’appartamento, chiesi chi fosse, mi dissero che erano idraulici, che c’era un perdita al piano di sotto e dovevano controllare. Cercammo il guasto ma non lo trovammo, tornammo in cucina, presi il dizionario per tradurre una parola che non capivo. Mi puntarono contro due pistole silenziate».

Il sequestro Dozier — Un’operazione perfetta (di Davide Azzolini, Fulvio Bufi e Massimiliano Virgilio, con la regia di Nicolangelo Gelormini, realizzata da Dazzle) su Sky Documentaries, da domani alle 21.15, e su Now, è una docuserie sugli anni di piombo molto interessante. Racconta luci e ombre del rapimento del generale della Nato, il 17 dicembre 1981 a Verona, da parte delle Brigate rosse, e il clima che si viveva.

Antonio Savasta e Pietro Vanzi immobilizzano la signora Judith Dozier. «Savasta», ricorda Dozier, «disse a mia moglie: “Non parlare”, lei era in ginocchio con una pistola alla testa. Poi hanno preso un baule dentro il quale mi hanno portato nel cortile. Mi hanno trasportato per un’ora e mezza fino a Padova». Cosa sarebbe successo al governo se, come era accaduto per il rapimento di Aldo Moro, il generale fosse stato giustiziato?

Il generale James Lee Dozier: oggi ha 91 anni
 
Il sequestro dura 42 giorni, Dozier viene liberato con un blitz senza sparare un colpo, i terroristi arrestati. Ma emerge una verità oscura: sono stati torturati, si sommano le dolorose testimonianze di chi si è trovato faccia a faccia col “dottor De Tormentis”. Lo Stato diventa carnefice, il magistrato Vittorio Borraccetti decide di fare luce. La docuserie intreccia le testimonianze degli ex Br Paolo Persichetti, Francesco Piccioni, Enrico Triaca, detto “il tipografo”, che spiega: «La lotta armata è una guerra, si spara e si uccide. Cosa giustifica l’uccisione di persone? Il raggiungimento dell’obiettivo, la presa del potere. In questo c’è una certa etica: sparo al politico, al poliziotto, non ammazzo donne o bambini. Anche se materialmente non ho ucciso, se l’avessi fatto non mi pentirei». Triaca racconta di essere stato torturato per mano degli uomini di De Tormentis. 

Parlano Oscar Fioriolli, commissario capo in servizio alla Digos di Firenze, chiamato a investigare sul sequestro, l’ex ministro Vincenzo Scotti, l’ex Dc Giuseppe Gargani. «Sapevamo dell’esistenza delle Brigate rosse, che rappresentavano un pericolo», dice Dozier, «ma non c’erano segnali che gli americani potessero essere un bersaglio». A 41 anni dal sequestro, i più giovani scopriranno cosa fosse il terrorismo. Maurizio Improta, figlio di Umberto, nel 1981 all’Antiterrorismo, racconta: «C’era una guerra. A 14 anni papà mi fece andare a fare esperienza al poligono con le Fiamme oro per il tiro sportivo, perché in casa ci fosse qualcun altro che maneggiasse un’arma». 

Il giudice Severino Santiapichi interroga Patrizio Peci: con quale progetto ha aderito alle Brigate rosse? «La prospettiva era il comunismo, una cosa vaga; si inizia a lottare in termini molto piccoli, c’è l’entusiasmo. Non si capisce bene». Quale progetto si rappresentava?, chiede ancora Santiapichi. «Una società più giusta, una società comunista in due parole». «Come?», insiste il magistrato. «Attraverso la lotta armata», risponde Peci.