'The last of us', il creatore Craig Mazin: "Il videogioco diventa letteratura. E funziona"
di Gianmaria Tammaro , di Gianmaria TammaroThe last of us, disponibile su Sky e Now (lunedì 23 gennaio il primo episodio doppiato in italiano e il secondo in versione originale), non è una serie qualunque, e questo è un punto importante da comprendere. Non lo è perché, contrariamente a tanti altri titoli, è tratta da un videogioco di enorme successo, perché si presenta come grande - grandissima - produzione (ha stabilito un nuovo primato in Canada, per intenderci) ma in realtà racconta una storia intima, essenziale, che unisce due personaggi in modo assoluto e totale. E poi perché, per una volta, un adattamento è fatto non di compromessi, ma di consapevolezza.
I due protagonisti, Joel ed Ellie, rispettivamente interpretati da Pedro Pascal e Bella Ramsey, sono costretti a viaggiare insieme in un mondo distrutto da un'epidemia, popolato da mostri e sconvolto da una crisi profonda. C'entra la politica, certo, perché lo Stato per garantire la sic…
The last of us, disponibile su Sky e Now (lunedì 23 gennaio il primo episodio doppiato in italiano e il secondo in versione originale), non è una serie qualunque, e questo è un punto importante da comprendere. Non lo è perché, contrariamente a tanti altri titoli, è tratta da un videogioco di enorme successo, perché si presenta come grande - grandissima - produzione (ha stabilito un nuovo primato in Canada, per intenderci) ma in realtà racconta una storia intima, essenziale, che unisce due personaggi in modo assoluto e totale. E poi perché, per una volta, un adattamento è fatto non di compromessi, ma di consapevolezza.
I due protagonisti, Joel ed Ellie, rispettivamente interpretati da Pedro Pascal e Bella Ramsey, sono costretti a viaggiare insieme in un mondo distrutto da un'epidemia, popolato da mostri e sconvolto da una crisi profonda. C'entra la politica, certo, perché lo Stato per garantire la sicurezza dei suoi cittadini - e la sua sopravvivenza - ha cominciato a usare il pugno di ferro. E c'entra la libertà, perché esistono ribelli e le persone sono stanche. Si parla, dunque, di temi attualissimi. Ma soprattutto si parla di padri e figli, di genitori, d'appartenenza e di affetto. Sembrano temi ampissimi e invece, stavolta, trovano uno spazio ridotto e ben disegnato.
Perché?
"Innanzitutto per il modo in cui la relazione tra i due protagonisti viene raccontata e messa in scena, e poi per le continue domande che mi ha costretto a farmi. The last of us è stata un'esperienza incredibile: complessa sotto tutti i punti di vista, e delicata, sconvolgente e totalizzante. Ancora oggi è qui con me. Perché The last of us si infila sotto la pelle delle persone, e non va mai via. Con questa serie, volevamo fare la stessa cosa: rievocare quell'emozione per i videogiocatori e condividerla con chi non conosceva questa storia".
I videogiochi continuano a essere criticati e sottovalutati, soprattutto da chi non li ha mai provati. Dal suo punto di vista, che cosa li rende così unici?
"Personalmente amo i puzzle e le belle storie. Ogni videogiocatore è diverso, e lo so. Ma io cerco sempre queste cose. Per esempio, cerco di risolvere enigmi anche negli open world, quei giochi che esplorano interi mondi e danno una libertà estrema ai videogiocatori. Penso a Skyrim, a Gta e a Red Dead Redemption. Molte delle trame contengono dei segreti, dei misteri da svelare. E tu, come videogiocatore, devi capire come fare per arrivare alla fine e sopravvivere. Poi ci sono le eccezioni, e The last of us ha entrambe queste cose. Anzi, riesce ad andare oltre. A un certo punto, non c'è più niente di tutto questo; a un certo punto, in qualche modo, diventa quasi letteratura. E funziona perfettamente".
Qual è stata la sfida più grande nel trasformare questo videogioco in una serie tv?
"Non c'è stata una vera sfida, se devo essere onesto. È importante capire che gli adattamenti non possono seguire fedelmente il materiale originale. C'è bisogno di cambiare e di passare a un altro linguaggio. E non molte persone sono pronte ad accettarlo. Proprio per questo motivo molti adattamenti vanno male e sono un fallimento: non accettano la natura di questo processo; non vogliono modificare niente, e sono sicure che le persone, così, saranno felici".
"La vera domanda, per me, è un'altra: come facciamo a ricreare la stessa emozione che si avverte giocando al videogioco? Io e Neil (Druckmann, l'altro showrunner, ndr) avevamo due prospettive diverse, chiaramente. Lui ha creato The last of us, e io ero un fan. A volte, Neil ha dovuto spiegarmi delle cose; altre volte, invece, ero io a spiegargli come percepivo il coinvolgimento di alcune scene. Siamo stati liberi. Anzi, di più: ci siamo sentiti liberi".
Di fare cosa?
"Di cambiare, come le dicevo. E di seguire il nostro cuore".
Nel prologo del primo episodio c'è una scena che ha colpito particolarmente il pubblico, ed è quella del talk show. Ci sono degli esperti che parlano di epidemie, pandemie e funghi. Ed è un momento che ha ricordato a molti questi anni segnati dal Covid.
"Sì, probabilmente è così. È una scena che ho scritto prima di qualunque altra cosa. All'inizio Johan Renck, che ha lavorato con me a Chernobyl, doveva dirigere il primo episodio. Quindi, per un po', ci siamo confrontati. E mi è sembrato interessante scrivere una scena come questa. A Johan è piaciuta come idea; Neil, invece, ha suggerito di provare prima un'altra strada: fare un video concentrato sull'evoluzione del fungo che, nella serie, infetta l'umanità. Per me, era piuttosto noioso: forse, mi dicevo, non è adatto per coinvolgere il pubblico. Ho insistito un'altra volta con questa idea, e solo alla fine l'abbiamo girata. Abbiamo fatto tutto in un giorno. Non mi aspettavo una reazione del genere dagli spettatori: per loro, questo talk show è una delle cose più terrorizzanti".
Che peso hanno avuto, per la serie e per la sua buona riuscita, Pedro Pascal e Bella Ramsey?
"Sono stati fondamentali. Senza di loro, non ci sarebbe stata nessuna serie. E senza la loro chimica, senza un grande rapporto, niente avrebbe avuto lo stesso senso e significato. Il casting è fatto al 50% di scienza e al 50% di fortuna. Noi sapevamo di avere due attori straordinari, ma finché non li abbiamo visti sul set non avevamo nessuna certezza. E appena hanno cominciato a recitare, ho capito: tutto sarà difficile, certo, ma loro saranno perfetti. Non c'entra la somiglianza fisica; c'entra il cuore. Bella è estremamente simpatica, proprio come lo è Ellie. E non c'è nessun tentativo di imitazione. Bella è così, e funziona per questo: per la naturalezza con cui riesce a interpretare il suo ruolo".
"Ci è stata offerta una grande possibilità. Abbiamo potuto approfondire cose che Neil, con il videogioco, non ha potuto approfondire. Con un videogioco, il tuo punto di vista è quello dei personaggi. In una serie, puoi cambiare prospettiva. Ci siamo chiesti: che cosa possiamo fare con questa libertà? Non volevamo sprecare nessuna possibilità, nessuna. Io e Neil abbiamo provato a esplorare ogni aspetto. Soprattutto quello emotivo, concentrandoci sulla relazione tra Joel ed Ellie".
I veri mostri, alla fine, sono gli esseri umani.
"Ma perché gli infetti sono violenti e fanno paura. È la loro natura. Noi esseri umani, invece, siamo più complicati. Abbiamo l'amore, e l'amore può portare alla paura. Dalla paura, poi, si passa alla rabbia. E dalla rabbia si passa alla distruzione. Per questo gli esseri umani sono imprevedibili".
Nonostante la grandezza di questo progetto, una cosa resta fondamentale. Ed è l'intimità che unisce i personaggi. Come si fa a proteggere quest'aspetto?
"Con l'attenzione. Io e Neil ci siamo concentrati su ogni aspetto. Abbiamo provato a rimanere reali. Joel soffre: quando dà un pugno a qualcuno si fa male; le sue nocche si tagliano, e quella ferita rimane nel corso dei vari episodi. Nel videogioco il tuo personaggio può essere colpito diverse volte. In una serie, no. In una serie c'è la realtà con cui fare i conti, la fisica, e anche una sola pallottola può essere la fine. L'emozione, in questo senso, è strettamente intrecciata al realismo. Ed è proprio da questo intreccio, secondo me, che viene fuori la verità del racconto".
Ed è importante la verità del racconto?
"Quando si parla a un pubblico, è tutto".