Freetown-Bo-Kenema (Sierra Leone) – La tutela dell’ambiente può dare lavoro e fare bene alla salute. È vero anche in Sierra Leone, superato “Mile 91”, l’autogrill a 91 miglia sia dalla capitale Freetown che dalla città di Bo, sulla via verso la Liberia. Non importa quale sia il senso di marcia. Prendete Freetown, nata alla fine del XVIII secolo come la città degli schiavi liberati: vogliono trasformarla in “Treetown”, la città degli alberi. Che non rinnega le sue radici, anzi: parte proprio da lì per immaginare il suo futuro. Un futuro verde, dalle ville con vista panoramica di Leicester Peak, giù per le colline, fino agli slum in riva all’oceano Atlantico.
Sierra Leone, la rivoluzione (in cucina) che può salvare il paese dalla fame e dalla deforestazione
“Freetown the Treetown”. “Freetown the Treetown” è il nome di un progetto avviato dal comune, in collaborazione con associazioni e collettivi di 64 zone dell’area metropolitana. Sulle colline della città continuano a venir su case con balconi e patii in legno in stile coloniale, mentre le baracche in lamiera avanzano su spiagge regolarmente inondate dall’Atlantico. Con circa 8.450 abitanti per chilometro quadrato, Freetown è una delle capitali più densamente popolate dell’Africa. Nel 2017, in una notte di pioggia, una montagna è venuta giù lasciando uno squarcio di terra rossa e almeno 1.141 vite sepolte.
La risposta è stata più alberi, per fissare il suolo e ridurre i rischi. L’obiettivo è piantarne cinque milioni entro il 2030. Una prima fase è stata supportata da donatori internazionali come la Banca mondiale o la fondazione statunitense Bloomberg. I numeri dell’iniziativa, a oggi più di 1,25 milioni di nuovi alberi, comprese 300mila mangrovie, sono certificati. Grazie a un’App con un sistema di qr code, che trasmette foto e informazioni a un database, gli attivisti dei vari quartieri piantano e monitorano la crescita di ogni singolo fusto.
Tappa al “Mile 91”. Al “Mile 91” facciamo tappa sulle tracce di un’altra iniziativa. Si tratta della produzione di stufe da cucina migliorate, ad alta efficienza: consentono di risparmiare carbone e legna, salvando alberi e soprattutto la vita delle persone. Sono assemblate anche a Bo, la seconda città della Sierra Leone, o a Kenema, in una regione di colline e foreste ancora più vicina alla Liberia.
Nell’officina delle ragazze. “Bisogna amare il proprio Paese”, sorride Doreen Sambo. Indossa una tuta blu anche se studia all’università. Poggiate morsa e calandra su un muretto, racconta un po’ di sé: “Frequento l’ultimo anno di Scienze politiche, qui in città; la tesi è sull’impatto dei golpe militari in Africa occidentale, una riflessione sulla lotta alla corruzione, il bisogno di stabilità, i diritti dei cittadini”. Temi complessi, senza verità assolute, affrontati senza pregiudizi. Con Sambo non ne parliamo in un’aula dell’università ma in un’officina meccanica, sul ciglio della strada, accanto a un tavolo con martelli, matrici e piegatrici che servono per curvare pannelli di acciaio. “Amare il proprio Paese”, che è la Sierra Leone, si può anche con il lavoro. Sambo mostra pannelli di lamiera, bracieri in ceramica, cassetti per la cenere in metallo: sono i componenti assemblati per realizzare le stufe ad alta efficienza, tre al giorno, 20 alla settimana.
A piegare, saldare e testare in questa e in altre officine, a Bo, sono studentesse del collettivo Girls Energy Action Development Initiative. “Le nostre stufe consumano il 60 per cento del carbone in meno rispetto alla cucina a fuoco vivo, con treppiede o altri metodi tradizionali”, spiega Sambo. “L’obiettivo è ridurre l’inquinamento e il fumo, che soprattutto durante la stagione delle piogge, quando si sta all’interno di case in lamiera, può essere letale”.
Veleni a fuoco vivo. Il problema non è marginale. Si stima che in Africa ogni anno l’anidride carbonica e i veleni prodotti dalla cucina a fuoco vivo uccidano 600mila persone, in maggioranza donne e bambini. E la Sierra Leone è nella media continentale: nel Paese sono infatti oltre quattro famiglie su cinque a cuocere con combustibili fossili, anzitutto legna e carbone.
Ma queste nuove stufe si vendono? “In media ne diamo via 60 al mese” risponde Sambo. “Costano tra i 200 e i 300 leoni, più delle altre e davvero troppo per alcune famiglie, ma durano a lungo e sono sempre più richieste: puntiamo a una produzione di mille l’anno”. Sia il lavoro che le vendite sono aumentati grazie a un supporto internazionale, in particolare a un’iniziativa finanziata dal programma europeo Energising Development (EnDev) e realizzata dall’agenzia della cooperazione tedesca Giz in coordinamento con l’italiana Fondazione Avsi.
Anche una questione di pari opportunità. Torniamo a Freetown. Secondo Gianni Bagaglia, rappresentante di Fondazione Avsi in Sierra Leone il supporto alla produzione di stufe migliorate è in linea con le priorità del governo del Paese. “L’obiettivo nazionale”, sottolinea il cooperante, “è far adottare metodi di cottura puliti a un milione di famiglie entro il 2030”.
Di contrasto alla deforestazione parliamo anche con Stephen Mulbah, di EnDev. È convinto che le nuove stufe abbiano un valore sociale legato anche alle pari opportunità. “I tempi di lavorazione in cucina si riducono, liberando tempo per tante donne”, sottolinea, “mentre la produzione offre posti di lavoro e opportunità di startup”.
Lamin si prende cura del suo Paese. A Kenema, a un’ora di automobile da Bo, incontriamo anche Lamin Sesay Kamara. Ha 40 anni e frequenta una scuola professionale dove persone con disabilità apprendono la lavorazione dei metalli. “Sogno”, dice, sorridendo sotto gli occhiali protettivi, “di avere un negozio con mia moglie e i miei due figli”. Kamara ha perso le gambe a causa di una poliomielite ed è rimasto orfano durante la guerra civile che si è conclusa nel 2002. Ora frequenta la scuola e lavora alle stufe insieme con una cooperativa locale. Anche lui, non lo dice ma si vede, vuole prendersi cura del suo Paese.