Space matters, una ricerca dell’Università Cattolica analizza il rapporto tra spazio di lavoro da casa e genere nel mondo universitario
In che modo il lavoro da casa può essere vissuto e meglio sfruttato per migliorare la produttività e il benessere lavorativo di docenti e ricercatori universitari? Quattro studi dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, all’interno di un progetto PRIN in collaborazione con il Politecnico di Milano, dal titolo“The relation between workspaces and gender in academia: an interdisciplinary approach” hanno coinvolto accademici di gran parte del territorio nazionale approfondendo il rapporto tra spazio di lavoro e genere nel mondo universitario.
«Il lavoro accademico è profondamente connesso alla qualità dello spazio in cui si svolge» spiega Silvia Donato, professoressa di Psicologia Sociale. «Le caratteristiche del lavoro accademico lo rendono molto mobile, cosa che richiede una continua negoziazione tra casa, università e altri luoghi. Eppure, per molto tempo, abbiamo studiato le disuguaglianze in accademia senza considerare seriamente gli ambienti nei quali il lavoro accademico prende forma. Da questa ricerca, invece, emerge che lo spazio è una risorsa strategica, e come tutte le risorse strategiche è spesso distribuito in modo diseguale. Per questo è importante progettare in modo proattivo il proprio spazio di lavoro domestico in modo che sia in linea con le esigenze personali e professionali, e comunicare chiaramente tali esigenze a chi condivide quello spazio».
Il primo studio si è concentrato sul modo in cui sono organizzati e vissuti gli spazi dedicati a docenti e ricercatori universitari all'interno degli atenei. «Abbiamo intervistato direttrici e direttori di dipartimento appartenenti a diverse aree disciplinari e a differenti università italiane» racconta Donato. «E abbiamo osservato, ad esempio, come le diverse discipline producano vere e proprie culture spaziali differenti. Nei contesti tecnico-scientifici, ad esempio, prevale una forte cultura della presenza, mentre nelle discipline umanistiche e sociali il lavoro tende ad essere più distribuito. Per quanto riguarda il genere, le differenze non emergono tanto nei criteri formali di assegnazione degli spazi, quanto nelle modalità con cui questi vengono vissuti e utilizzati. In alcuni contesti le donne tendono maggiormente a personalizzare gli ambienti di lavoro e a utilizzare la presenza fisica come forma di legittimazione e visibilità professionale».
Emerge anche una dimensione generazionale. «Per molti docenti senior, l'ufficio continua a rappresentare un simbolo di riconoscimento e di appartenenza istituzionale, mentre le generazioni più giovani mostrano una relazione molto più flessibile con lo spazio, probabilmente anche perché ne subiscono di più la carenza» prosegue la professoressa Donato. «Nel complesso, questo studio suggerisce che le disuguaglianze e le opportunità all’interno del mondo universitario non dipendono soltanto dalle politiche o dalle opportunità di carriera, ma riguardano anche gli spazi».
Il secondo studio è stata una scoping reviewche da un lato ha constatato la povertà di studi analizzino realmente le caratteristiche dello spazio domestico in questo settore. Dall’altro lato, ha evidenziato che questi elementi sono fondamentali in almeno quattro grandi domini delle dinamiche familiari: il conflitto tra lavoro e famiglia, la gestione dei confini tra i ruoli, le disuguaglianze di genere e la qualità delle relazioni familiari.
Proprio per questo, nel terzo studio i ricercatori e le ricercatrici dell’Università Cattolica hanno intervistato coppie che negoziano lo stesso spazio di lavoro domestico, e nelle quali la donna è una docente o ricercatrice universitaria. «Un primo risultato interessante riguarda il significato emotivo della casa» racconta Donato. «Molti partecipanti, ma soprattutto le partecipanti, descrivono la casa come un rifugio e, allo stesso tempo, una trappola. Lo spazio di casa è imbevuto di emozioni e di significati domestici che, a volte, possono essere fonte di distrazione. Oppure possono minacciare in qualche modo, soprattutto per le donne, la propria legittimazione professionale».
Lo spazio, inoltre, può facilitare o meno la gestione dei confini psicologici tra ruolo professionale e familiare, senza dimenticare la dimensione relazionale dello spazio. «Le decisioni relative all’accesso e all’uso degli spazi non dipendono interamente dalla volontà dell'individuo» spiega la professoressa Donato. «I familiari possono collaborare a mantenere un ambiente professionale oppure riappropriarsene. Generalmente, poi, le donne lavorano in spazi meno confortevoli e subiscono più spesso intrusioni da parte dei familiari rispetto ai loro partner. L’organizzazione dello spazio, peraltro, raramente deriva da negoziazioni esplicite tra i partner, ma si sedimenta attraverso abitudini e accordi impliciti. E proprio perché appare naturale diventa difficile da mettere in discussione. Lo spazio di lavoro domestico, quindi, è emotivamente e simbolicamente connotato, non è separabile dalle relazioni che lo abitano e spesso riproduce diseguaglianze presenti in altri spazi».
L’ultimo studio, infine, ha analizzato quanto conti lo spazio di lavoro. Una survey, alla quale hanno partecipato più di mille accademiche e accademici italiani, ha indagato gli aspetti che attengono alla dimensione materiale e strutturale dello spazio, come l’avere una stanza dedicata al lavoro da casa o, al contrario, dover dedicare tempo a trovare uno spazio adeguato in cui lavorare. Allo stesso tempo, sono stati esaminati gli aspetti percettivi, come il comfort percepito tra lo spazio domestico e i propri bisogni professionali, e gli aspetti relazionali connessi alla negoziazione delle esigenze relative allo spazio di lavoro con il proprio partner. Tutto ciò è stato messo in relazione con il benessere e la performance percepiti e con la produzione scientifica.
«I primi risultati dello studio mostrano come avere uno spazio domestico dedicato e non dover cercare un posto adatto dove lavorare sono fortemente associati al comfort percepito e, soprattutto, alla percezione che lo spazio sia adatto alle proprie esigenze professionali» aggiunge Donato. «Al contrario, dover cercare un posto adatto dove lavorare richiede maggiore negoziazione dello spazio tra partner. In altre parole, avere uno spazio in cui lavorare conta, ci fa sentire bene e contribuisce alla produttività nel momento in cui questo spazio è confortevole, è compatibile con il lavoro che dobbiamo svolgere ed è condiviso con qualcuno a cui possiamo esprimere i nostri bisogni».
Per quanto riguarda il genere, inoltre, dagli studi condotti dai ricercatori e dalle ricercatrici dell’Università Cattolica emerge che le donne presentano condizioni di partenza peggiori dei colleghi uomini perché hanno maggiori responsabilità di cura, minore accesso a spazi dedicati in università e, se hanno figli, maggiore necessità di cercare a casa un luogo adeguato per lavorare. Lo spazio, insomma, non dovrebbe essere considerato soltanto una questione logistica, ma di inclusione. Perché nel lavoro da casa le persone lavorano in contesti molto diversi. E queste differenze hanno conseguenze reali, che devono essere prese in considerazione se si vogliono costruire luoghi di lavoro realmente inclusivi.