ROMA - Che succederebbe se le mele diventassero tutte uguali? Se sugli scaffali dei grandi magazzini i peperoni non fossero più rossi, gialli o verdi, ma di una sola qualità? Il quadro rappresenterebbe un mondo in bianco e nero. Così, per combattere "l'omologazione", a far sentire la sua voce è ora il fronte europeo dei contadini anti Ogm, agricoltori uniti per difendere la biodiversità rurale. E nasce il progetto per tutelare il movimento europeo degli agricoltori e dei produttori e contrastare la scomparsa dell'agrobiodiversità, a partire dai semi. Si tratta di un'iniziativa dell'Ong Acra, l'associazione di cooperazione rurale in Africa e America Latina, che punta ad applicare le direttive del Trattato internazionale sulle risorse genetiche per l'alimentazione e l'agricoltura (Itpgrfa) promosso dalla Fao.
Le varietà in estinzione. Solo in Italia, esistono decine di varietà di fagioli, centinaia di mele e decine di specie diverse di peperoni. Ma sono destinate a scomparire. L'omologazione tecnologica del sistema agroalimentare ha favorito un appiattimento della delle piante coltivate. Secondo gli esperti di Accra, l'agricoltura intensiva su larga scala ha soppiantato quella tradizionale e questo ha danneggiato soprattutto i contadini dei paesi del Terzo Mondo.
I danni per i contadini del Terzo Mondo. "Gli agricoltori sono stati forzati a 'sconnettersì dai sistemi tradizionali per passare a quella a larga scala - spiega Giuseppe De Santis, dell'Ong Acra per il progetto Semi rurali - . E' vero che l'agricoltura industriale produce di più, ma ha dei costi più alti. I concimi, ad esempio, sono portati dall'industria e sono più cari. I costi salgono e alla lunga questo danneggia gli agricoltori dei paesi in via di sviluppo e li fa indebitare, costringendoli in ogni caso ad acquistare le sementi dalle multinazionali. Economie di scala, razionalizzazione, standardizzazione sono le parole chiave di un mondo agricolo sempre più dipendente dal sistema di trasformazione e distribuzione del cibo su larga scala, e sempre meno legato alle necessità degli agricoltori, della terra e dei cittadini".
A rischio le tradizioni alimentari e culinarie. L'industria agroalimentare lavora per una selezione commerciale che impoverisce le nostre tavole e i nostri campi. Con il tempo regolamentazione, brevetti e standardizzazione delle sementi favoriscono il sistema industriale della loro produzione. Basta pensare al pane, l'alimento più diffuso. Che sapore avrebbe se invece delle farine confezionate nei laboratori industriali fosse fatto a partire da cereali antichi come il farro, l'avena, l'orzo? Una volta si impastava con oltre cinquanta varietà di chicchi, mentre oggi nella maggior parte di casi se ne usano appena tre o quattro.
I diritti come punto di partenza. "Partire dal diritto è l'unico modo per contrastare gli interessi economici che aggrediscono il mercato con verdure industriali pronte in busta in ogni stagione - spiega De Santis -. Bisogna rimettere al centro gli interessi degli agricoltori e dei consumatori, il valore della terra, la cultura rurale: è questo il cambiamento economico e sociale necessario per contrastare il controllo dell'industria sulle risorse genetiche coltivate e riappropriarsi del rapporto con il cibo. I contadini devono tornare al centro della gestione della filiera agroalimentare e i consumatori devono tornare a riconoscere il valore di ciò che mangiano".
Gli equivoci sull'Ogm. "Basterebbe applicare le direttive del Trattato Internazionale sulle Risorse Genetiche per l'Alimentazione e l'Agricoltura (Itpgrfa) - aggiunge De Sanctis - per favorire in modo concreto i sistemi di produzione sul territorio e riaffermare il ruolo dei contadini. Il sostegno a modelli alternativi di produzione e consumo su scala passa da un cambiamento di approccio della ricerca e della politica. Troppo spesso la questione degli Ogm viene ridotta a una questione di qualità del cibo. Ma è una questione che a che fare anche con il diritto, l'economia, la cultura e la memoria
Le varietà in estinzione. Solo in Italia, esistono decine di varietà di fagioli, centinaia di mele e decine di specie diverse di peperoni. Ma sono destinate a scomparire. L'omologazione tecnologica del sistema agroalimentare ha favorito un appiattimento della delle piante coltivate. Secondo gli esperti di Accra, l'agricoltura intensiva su larga scala ha soppiantato quella tradizionale e questo ha danneggiato soprattutto i contadini dei paesi del Terzo Mondo.
I danni per i contadini del Terzo Mondo. "Gli agricoltori sono stati forzati a 'sconnettersì dai sistemi tradizionali per passare a quella a larga scala - spiega Giuseppe De Santis, dell'Ong Acra per il progetto Semi rurali - . E' vero che l'agricoltura industriale produce di più, ma ha dei costi più alti. I concimi, ad esempio, sono portati dall'industria e sono più cari. I costi salgono e alla lunga questo danneggia gli agricoltori dei paesi in via di sviluppo e li fa indebitare, costringendoli in ogni caso ad acquistare le sementi dalle multinazionali. Economie di scala, razionalizzazione, standardizzazione sono le parole chiave di un mondo agricolo sempre più dipendente dal sistema di trasformazione e distribuzione del cibo su larga scala, e sempre meno legato alle necessità degli agricoltori, della terra e dei cittadini".
A rischio le tradizioni alimentari e culinarie. L'industria agroalimentare lavora per una selezione commerciale che impoverisce le nostre tavole e i nostri campi. Con il tempo regolamentazione, brevetti e standardizzazione delle sementi favoriscono il sistema industriale della loro produzione. Basta pensare al pane, l'alimento più diffuso. Che sapore avrebbe se invece delle farine confezionate nei laboratori industriali fosse fatto a partire da cereali antichi come il farro, l'avena, l'orzo? Una volta si impastava con oltre cinquanta varietà di chicchi, mentre oggi nella maggior parte di casi se ne usano appena tre o quattro.
I diritti come punto di partenza. "Partire dal diritto è l'unico modo per contrastare gli interessi economici che aggrediscono il mercato con verdure industriali pronte in busta in ogni stagione - spiega De Santis -. Bisogna rimettere al centro gli interessi degli agricoltori e dei consumatori, il valore della terra, la cultura rurale: è questo il cambiamento economico e sociale necessario per contrastare il controllo dell'industria sulle risorse genetiche coltivate e riappropriarsi del rapporto con il cibo. I contadini devono tornare al centro della gestione della filiera agroalimentare e i consumatori devono tornare a riconoscere il valore di ciò che mangiano".
Gli equivoci sull'Ogm. "Basterebbe applicare le direttive del Trattato Internazionale sulle Risorse Genetiche per l'Alimentazione e l'Agricoltura (Itpgrfa) - aggiunge De Sanctis - per favorire in modo concreto i sistemi di produzione sul territorio e riaffermare il ruolo dei contadini. Il sostegno a modelli alternativi di produzione e consumo su scala passa da un cambiamento di approccio della ricerca e della politica. Troppo spesso la questione degli Ogm viene ridotta a una questione di qualità del cibo. Ma è una questione che a che fare anche con il diritto, l'economia, la cultura e la memoria