Mondo Solidale

Uganda, dove s'insegna la rianimazione per i neonati nel loro primo minuto di vita

Reportage dal centro sanitario di Karugutu nel distretto di Ntoroko, Uganda occidentale. Il programma "Help Babies Breathe" (Aiutare i bambini a respirare), di Save the Children, nel Paese più giovane del mondo, dove si diventa mamme intorno ai 18 anni e in media si fanno più di sei figli. Con rischi per la sopravvivenza delle madri e dei nascituri. Circa 450 donne su 100 mila muoiono partorendo. E su mille neonati, oltre 30 non sopravvivono

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FORT PORTAL (Uganda) -
C'è un "minuto d'oro" nella vita. Nel primo minuto dopo la nascita, un bambino deve respirare. Sessanta secondi possono significare la differenza tra la morte e la vita per un bimbo appena nato che non lo fa: è il limite di tempo che si ha per rianimarlo prima che muoia o subisca danni permanenti per la mancanza prolungata di ossigeno. Romina Masika sa bene quanto un minuto possa scorrere velocemente. Una delle sole tre ostetriche del centro sanitario di Karugutu per oltre 4mila abitanti del distretto di Ntoroko, Uganda occidentale, lo scorso luglio è accorsa da Zahara. Ventisei anni e cinque figlie, la prima avuta a 18 anni, Zahara era in travaglio. Romina l'ha aiutata a partorire, ma il neonato dato alla luce non piangeva. Ha iniziato perciò a rianimarlo come le avevano insegnato a fare grazie al programma "Help Babies Breathe", "Aiutare i bambini a respirare".
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Poche semplici mosse. "L'ho asciugato, avvolto in una coperta per tenerlo al caldo. Ho liberato le vie aeree da liquidi, l'ho massaggiato e infine l'ho ventilato con una sacca d'aria e mascherina. Dopo cinque minuti di ventilazione il bambino ha iniziato a respirare da solo", spiega orgogliosa Romina. "Aiuto i bambini a esalare il loro primo respiro. Non servono bombole d'ossigeno o macchinari costosi. Né energia elettrica". L'armamentario, in effetti, è basilare e costa pochi euro: un "pinguino aspiratore" per ripulire le vie aree e un "pallone Ambu" che, premuto, insuffla aria nei polmoni. "Pensavo che sarebbe morto e invece eccolo qua", sorride Zahara cullando Aramanthan, il sesto figlio e unico maschio.

Nel Paese più giovane del mondo. Con il 78% della popolazione sotto i 30 anni e il 52% sotto i 15, l'Uganda si contende con il Niger il titolo di Paese più giovane al mondo (L'Italia di contro è il secondo Paese più vecchio dopo il Giappone). Qui si diventa mamme intorno ai 18 anni e in media si fanno più di sei figli. Con rischi per la sopravvivenza delle madri e dei nascituri. Circa 450 donne su 100mila muoiono dando alla luce. E su mille neonati, oltre 30 non sopravvivono. In un terzo dei casi per inadeguata ventilazione o asfissia: il bimbo appena nato non piange, dunque non respira e muore. Non a caso il Paese si trova al 132esimo posto dell'Indice del rischio di mortalità mamma-bambino diffuso oggi per il rilancio della Campagna "Every One" da Save the Children, la stessa Ong che insegna agli operatori sanitari ugandesi le semplici ed economiche pratiche di rianimazione da effettuare nel primo minuto dopo la nascita. Grazie a esse, da gennaio a settembre, oltre l'80% dei bambini nati senza respirare nei distretti occidentali di Kasese e Ntoroko sono stati rianimati. "Senza, non sarei riuscita a salvare Aramanthan", dice Romina.
 
Le decine di bambini che sopravvivono. Per ogni levatrice qualificata come lei, oggi decine di bambini vengono aiutati a esalare il primo respiro e sopravvivono. Come Nadia, nata il 14 settembre: "Avevo avuto una forte emorragia e lei non respirava. Ci hanno salvate entrambe", racconta la madre Mariam Mwesige, 19 anni e un'altra bimba di quasi due. O Muhindo, nata settimina il 15 gennaio, una madre 17enne alla terza gravidanza. O come Sungwa, il cui nome vuol dire "Dopo i gemelli", nato anche lui prematuro un mese fa, un batuffolo di carne e ossa di poco più di un chilo e mezzo nelle braccia di Eva Biira, 33 anni e dieci gravidanze. Certo, la formazione non sempre basta. Savane dorate, fitte foreste pluviali tropicali rosicchiate da nuove piantagioni di tè verde, colline terrazzate incorniciate dai Monti della Luna. Gli splendidi scenari della Regione occidentale ugandese a circa 350 chilometri da Kampala nascondono insidie per una donna entrata in travaglio: strade dissestate, zone montuose difficili da raggiungere, vallate isolate dalle frequenti alluvioni. E così molte donne continuano a partorire su una stuoia di rafia o sulla nuda terra, con l'assistenza di una levatrice tradizionale.

"E' questa la mia sfida". "Mi ero sottoposta a tutte le quattro visite consigliate durante la gravidanza, ma ho dovuto partorire nel villaggio", racconta Molly Kabarokoie, a 19 anni madre di due bambini, il più piccolo di tre mesi. Vive a Rwebisongo, a 10 chilometri dal più vicino centro sanitario, 25 quando piove. "Non ho mezzi di trasporto. Noleggiarli costa 20mila scellini ugandesi (sei euro, ndr) a tratta. Troppo per una madre adolescente come me". È questa la nuova sfida: portare servizi e personale qualificato anche negli angoli più remoti. Perché, con l'adeguata preparazione e attrezzatura, in un minuto si può evitare una morte. "È tutta una questione di tempo", assicura Romina. "Se fai le mosse giuste in sessanta secondi, puoi salvare una vita".