PHNOM PENH - C'è panico, sconcerto, diffidenza. E un insolito andirivieni di Suv con personale sanitario a bordo: Autorità nazionale cambogiana sull'Aids, Organizzazione mondiale della Sanità, Unicef, Agenzia Onu per la lotta all'Aids (Unaids). Mentre le sue farfalle ignare continuano a dipingere nell'aria le loro quotidiane acrobazie, il paesino di Roka, nella Cambogia nord-occidentale, è vittima di una misteriosa impennata di casi di contagio di Hiv. Dal novembre scorso, sono stati diagnosticati oltre 200 casi, ma ogni giorno le statistiche continuano a essere aggiornate.
Dai neonati agli ottuagenari. "Su una popolazione di 2700 abitanti, sinora abbiamo eseguito i test su 1700 persone", ha raccontato al Global Post Chanrith Prom, membro del team che sta conducendo le indagini con l'aiuto dell'Oms. "201 persone sono risultate positive, altre 170 potrebbero essere nel periodo finestra (ovvero quello in cui il test non è ancora in grado di dire se c'è sieropositività, perché l'organismo non ha ancora formato gli anti-corpi Hiv, ndr.)". E tra gli elementi curiosi di questa storia c'è che i contagiati includono un neonato di quattro mesi, vari ottuagenari e persino due celibi monaci buddisti. Inoltre l'epidemia è assai localizzata: test nei villaggi vicini non hanno riscontrato livelli di contagio diversi dalla media.
Un caso anomalo. Il caso di Roka è assai anomalo anche alla luce della bassa incidenza dell'Hiv nel Paese. La Cambogia, infatti, negli ultimi anni è stata da più parti lodata per il suo considerevole impegno nella lotta all'Aids, che ha ridotto il tasso di contagio dal 2,1% della popolazione del 1999 allo 0,4% attuale. Rispetto alla media nazionale, il villaggio di Roka registra un tasso di contagio 20 volte superiore. Sarà anche per questo che quando a dicembre furono diffuse le prime statistiche, il premier Hun Sen rimase così incredulo da sostenere pubblicamente che il fatto era improbabile, speculando che magari le attrezzature per i test non funzionassero un granché bene.
Tutto è cominciato a novembre. La crisi è iniziata a novembre, quando un signore di 74 anni è risultato positivo al test. Dopo che il virus è stato riscontrato anche in alcuni suoi parenti, la notizia s'è diffusa, gli ambulatori del posto sono stati presi d'assalto dagli abitanti che volevano sottoporsi all'esame. E presto il dito veniva puntato su un unico sospetto: il "dottore" Yem Chrin. Uno dei medici più stimati del villaggio, poiché accettava di farsi pagare a rate o per nulla dai più poveri, e che però - s'è scoperto - era un dottore senza licenza. Prima di stanziarsi a Roka nel 1993, aveva imparato a curare i pazienti come volontario in uno dei campi per rifugiati lungo il confine con la Tailandia. Ed è possibile che quest'esperienza non gli fosse bastata per imparare tutte gli accorgimenti necessari a evitare infezioni, come quello di cambiare aghi e siringhe a ogni iniezione. Questo almeno è il sospetto delle autorità, che hanno arrestato Chrin per "diffusione dell'Hiv, omicidio brutale e mancanza di licenza medica", prima che corresse seriamente il rischio di essere linciato dai suoi pazienti.
Eppure del mistero rimane. Edward Mills, ricercatore del Centro di Eccellenza su Aids e Hiv della British Columbia, in Canada, ha affermato sulle pagine del Phnom Penh Post che l'eventuale "riutilizzo degli aghi non avrebbe comunque potuto causare così tante infezioni. Il rischio di contagio in questi casi è di uno su 10mila". I conti quindi non sembrano tornare e anomale appaiono anche le scritte in khmer sui cartelli issati sugli alberi appena fuori il villaggio. "Il giorno del giudizio del Signore si sta avvicinando", "Il sangue di Gesù pulisce i nostri peccati". Messaggi cristiano-evangelici, che però nessuno sa chi ha appeso lì mesi fa, ha raccontato Al Jazeera. In attesa che a giorni si concludano le indagini sulle cause del contagio di massa, gli abitanti di Roka s'aggrappano anche al giallo dei cartelli, pur di cercare di capire come e chi abbia devastato silenziosamente le loro vite.
Intanto nel paesino il panico va crescendo. Nonostante le rassicurazioni degli operatori locali e di Unaids, che "sta lavorando con le autorità affinché tutti coloro che potrebbero essere stati contagiati ricevano accesso ad assistenza e cure per il trattamento dell'Hiv", i genitori con figli contagiati temono che possano venire ostracizzati a scuola. I barbieri si rifiutano di radere i compaesani nei quali è stato individuato il virus. E alcuni di questi si sono visti cacciare di casa persino dai propri parenti.
Dai neonati agli ottuagenari. "Su una popolazione di 2700 abitanti, sinora abbiamo eseguito i test su 1700 persone", ha raccontato al Global Post Chanrith Prom, membro del team che sta conducendo le indagini con l'aiuto dell'Oms. "201 persone sono risultate positive, altre 170 potrebbero essere nel periodo finestra (ovvero quello in cui il test non è ancora in grado di dire se c'è sieropositività, perché l'organismo non ha ancora formato gli anti-corpi Hiv, ndr.)". E tra gli elementi curiosi di questa storia c'è che i contagiati includono un neonato di quattro mesi, vari ottuagenari e persino due celibi monaci buddisti. Inoltre l'epidemia è assai localizzata: test nei villaggi vicini non hanno riscontrato livelli di contagio diversi dalla media.
Un caso anomalo. Il caso di Roka è assai anomalo anche alla luce della bassa incidenza dell'Hiv nel Paese. La Cambogia, infatti, negli ultimi anni è stata da più parti lodata per il suo considerevole impegno nella lotta all'Aids, che ha ridotto il tasso di contagio dal 2,1% della popolazione del 1999 allo 0,4% attuale. Rispetto alla media nazionale, il villaggio di Roka registra un tasso di contagio 20 volte superiore. Sarà anche per questo che quando a dicembre furono diffuse le prime statistiche, il premier Hun Sen rimase così incredulo da sostenere pubblicamente che il fatto era improbabile, speculando che magari le attrezzature per i test non funzionassero un granché bene.
Tutto è cominciato a novembre. La crisi è iniziata a novembre, quando un signore di 74 anni è risultato positivo al test. Dopo che il virus è stato riscontrato anche in alcuni suoi parenti, la notizia s'è diffusa, gli ambulatori del posto sono stati presi d'assalto dagli abitanti che volevano sottoporsi all'esame. E presto il dito veniva puntato su un unico sospetto: il "dottore" Yem Chrin. Uno dei medici più stimati del villaggio, poiché accettava di farsi pagare a rate o per nulla dai più poveri, e che però - s'è scoperto - era un dottore senza licenza. Prima di stanziarsi a Roka nel 1993, aveva imparato a curare i pazienti come volontario in uno dei campi per rifugiati lungo il confine con la Tailandia. Ed è possibile che quest'esperienza non gli fosse bastata per imparare tutte gli accorgimenti necessari a evitare infezioni, come quello di cambiare aghi e siringhe a ogni iniezione. Questo almeno è il sospetto delle autorità, che hanno arrestato Chrin per "diffusione dell'Hiv, omicidio brutale e mancanza di licenza medica", prima che corresse seriamente il rischio di essere linciato dai suoi pazienti.
Eppure del mistero rimane. Edward Mills, ricercatore del Centro di Eccellenza su Aids e Hiv della British Columbia, in Canada, ha affermato sulle pagine del Phnom Penh Post che l'eventuale "riutilizzo degli aghi non avrebbe comunque potuto causare così tante infezioni. Il rischio di contagio in questi casi è di uno su 10mila". I conti quindi non sembrano tornare e anomale appaiono anche le scritte in khmer sui cartelli issati sugli alberi appena fuori il villaggio. "Il giorno del giudizio del Signore si sta avvicinando", "Il sangue di Gesù pulisce i nostri peccati". Messaggi cristiano-evangelici, che però nessuno sa chi ha appeso lì mesi fa, ha raccontato Al Jazeera. In attesa che a giorni si concludano le indagini sulle cause del contagio di massa, gli abitanti di Roka s'aggrappano anche al giallo dei cartelli, pur di cercare di capire come e chi abbia devastato silenziosamente le loro vite.
Intanto nel paesino il panico va crescendo. Nonostante le rassicurazioni degli operatori locali e di Unaids, che "sta lavorando con le autorità affinché tutti coloro che potrebbero essere stati contagiati ricevano accesso ad assistenza e cure per il trattamento dell'Hiv", i genitori con figli contagiati temono che possano venire ostracizzati a scuola. I barbieri si rifiutano di radere i compaesani nei quali è stato individuato il virus. E alcuni di questi si sono visti cacciare di casa persino dai propri parenti.