Fao, dieta mediterranea è a rischio: globalizzazione e stili di vita ne minano le basi
di CHIARA NARDINOCCHIUn capolavoro della corretta alimentazione rischia di scomparire. A dirlo è un rapporto dell'agenzia Onu e del Ciheam che mettono in guardia sui rischi che una dieta basata su grassi animali e latticini possono avere non solo sulla salute, ma anche sull'economia e sull'ambiente
ROMA - Decantata dai nutrizionisti e conservata gelosamente attraverso la tradizione. E' la dieta mediterranea che rischia però di scomparire soppiantata da un modello alimentare nuovo ma non altrettanto salutare e sostenibile. Globalizzazione e nuovi stili di vita stanno infatti allontanando dalle tavole dei paesi che si affacciano sul mare nostrum alimenti e proporzioni che hanno garantito non solo un sano sviluppo, ma anche il rispetto dell'ambiente e dei mercati "locali".
Un momento di passaggio. "Transizione nutrizionale". Così viene definita dal rapporto "Mediterranean food consumption patterns" presentato da Fao e Ciheam all'Expo di Milano la fase che stanno attraversando i paesi mediterranei che preferiscono sempre più carne e latticini a legumi e cereali. Un passaggio che si ripercuote sulla salute dei cittadini più vulnerabili a malattie legate al sistema cardio vascolare e obesit&…
Un momento di passaggio. "Transizione nutrizionale". Così viene definita dal rapporto "Mediterranean food consumption patterns" presentato da Fao e Ciheam all'Expo di Milano la fase che stanno attraversando i paesi mediterranei che preferiscono sempre più carne e latticini a legumi e cereali. Un passaggio che si ripercuote sulla salute dei cittadini più vulnerabili a malattie legate al sistema cardio vascolare e obesit&…
ROMA - Decantata dai nutrizionisti e conservata gelosamente attraverso la tradizione. E' la dieta mediterranea che rischia però di scomparire soppiantata da un modello alimentare nuovo ma non altrettanto salutare e sostenibile. Globalizzazione e nuovi stili di vita stanno infatti allontanando dalle tavole dei paesi che si affacciano sul mare nostrum alimenti e proporzioni che hanno garantito non solo un sano sviluppo, ma anche il rispetto dell'ambiente e dei mercati "locali".
Un momento di passaggio. "Transizione nutrizionale". Così viene definita dal rapporto "Mediterranean food consumption patterns" presentato da Fao e Ciheam all'Expo di Milano la fase che stanno attraversando i paesi mediterranei che preferiscono sempre più carne e latticini a legumi e cereali. Un passaggio che si ripercuote sulla salute dei cittadini più vulnerabili a malattie legate al sistema cardio vascolare e obesità. Un Mediterraneo spaccato che vede da un lato i paesi meridionali e orientali lottare contro la denutrizione e dall'altro i "nordici" combattere l'obesità.
Un sistema alimentare sostenibile. "Fino a oggi si è guardato alla dieta mediterranea come a un regime alimentare salubre. Ma è molto di più" afferma l'esperto della FAO Sandro Dernini, autore della pubblicazione. Nel rapporto si definisce un nuovo sistema chiamato Med Diet 4.0. ovvero un modello che analizza le quattro dimensioni della dieta mediterranea: ambiente, economia, cultura e salute. "La cosa difficile- continua Dernini - è far passare il concetto della sostenibilità, ovvero un sistema in cui i consumi influenzino una poduzione sostenibile e legata al territorio".
Chi uccide la dieta mediterranea. Molteplici le cause che contribuiscono all'abbandono di quella dieta che l'Unesco ha dichiarato patrimonio dell'umanità. In primis c'è la mancanza di biodiversità nelle colture locali. Rispetto al passato infatti solo il 10% delle coltivazioni tradizionali sono ancora presenti nella regione, una limitazione che incide sulla varietà di prodotti presenti nella dieta. Da sottolineare poi la presenza sempre più forte dei prodotti d'importazione. A questo vanno aggiunti altri fattori come l'esaurimento delle risorse naturali, il turismo e il cambiamento degli stili di vita. "Un risvolto importante - aggiunge l'esperto Fao - è il fattore economico. Una produzione sostenibile comporterebbe un grande ritorno dal punto di vista occupazionale e del risparmio energetico e delle risorse, come quelle idriche". Ad andare perduta a causa dell'urbanizzazione e dello spopolamento delle campagne è anche la conoscenza tramandata di generazione in generazione che garantiva le diversità delle colture e degli allevamenti.
Il Mediterrano, un puzzle di culture. L'aumento del consumo di carne e latticini costituisce non solo un danno per la salute dell'essere umano, ma anche un più a ampio sfruttamento delle risorse naturali. Tornare a consumare più cereali, verdure e legumi avrebbe il doppio beneficio di garantire una vita più lunga e più sana ai paesi del Mediterraneo e di salvaguardare il patrimonio ambientale e e le tradizioni secolari dell'area. "Bisogna partire dal presupposto - sottolinea Dernini - che la dieta mediterranea non è una. I cibi consumati in Marocco, Spagna, Italia o Tunisia sono molto differenti. Per questo nella pubblicazione intendiamo la dieta mediterranea come un concept che sottende diverse componenti".
L'appello di Fao e Ciheam. Le due organizzazioni confermano con forza l'importanza della collaborazione tra politica, ricerca e industria con lo scopo di migliorare e penetrare le tendenze e i sistemi alimentari. Secondo i relatori infatti è necessario prestare maggior attenzione e unire gli sforzi per salvaguardare il patrimonio ambientale e culturale dell'area mediterranea, prestando attenzione alle risorse e ai mercati locali.
Un momento di passaggio. "Transizione nutrizionale". Così viene definita dal rapporto "Mediterranean food consumption patterns" presentato da Fao e Ciheam all'Expo di Milano la fase che stanno attraversando i paesi mediterranei che preferiscono sempre più carne e latticini a legumi e cereali. Un passaggio che si ripercuote sulla salute dei cittadini più vulnerabili a malattie legate al sistema cardio vascolare e obesità. Un Mediterraneo spaccato che vede da un lato i paesi meridionali e orientali lottare contro la denutrizione e dall'altro i "nordici" combattere l'obesità.
Un sistema alimentare sostenibile. "Fino a oggi si è guardato alla dieta mediterranea come a un regime alimentare salubre. Ma è molto di più" afferma l'esperto della FAO Sandro Dernini, autore della pubblicazione. Nel rapporto si definisce un nuovo sistema chiamato Med Diet 4.0. ovvero un modello che analizza le quattro dimensioni della dieta mediterranea: ambiente, economia, cultura e salute. "La cosa difficile- continua Dernini - è far passare il concetto della sostenibilità, ovvero un sistema in cui i consumi influenzino una poduzione sostenibile e legata al territorio".
Chi uccide la dieta mediterranea. Molteplici le cause che contribuiscono all'abbandono di quella dieta che l'Unesco ha dichiarato patrimonio dell'umanità. In primis c'è la mancanza di biodiversità nelle colture locali. Rispetto al passato infatti solo il 10% delle coltivazioni tradizionali sono ancora presenti nella regione, una limitazione che incide sulla varietà di prodotti presenti nella dieta. Da sottolineare poi la presenza sempre più forte dei prodotti d'importazione. A questo vanno aggiunti altri fattori come l'esaurimento delle risorse naturali, il turismo e il cambiamento degli stili di vita. "Un risvolto importante - aggiunge l'esperto Fao - è il fattore economico. Una produzione sostenibile comporterebbe un grande ritorno dal punto di vista occupazionale e del risparmio energetico e delle risorse, come quelle idriche". Ad andare perduta a causa dell'urbanizzazione e dello spopolamento delle campagne è anche la conoscenza tramandata di generazione in generazione che garantiva le diversità delle colture e degli allevamenti.
Il Mediterrano, un puzzle di culture. L'aumento del consumo di carne e latticini costituisce non solo un danno per la salute dell'essere umano, ma anche un più a ampio sfruttamento delle risorse naturali. Tornare a consumare più cereali, verdure e legumi avrebbe il doppio beneficio di garantire una vita più lunga e più sana ai paesi del Mediterraneo e di salvaguardare il patrimonio ambientale e e le tradizioni secolari dell'area. "Bisogna partire dal presupposto - sottolinea Dernini - che la dieta mediterranea non è una. I cibi consumati in Marocco, Spagna, Italia o Tunisia sono molto differenti. Per questo nella pubblicazione intendiamo la dieta mediterranea come un concept che sottende diverse componenti".
L'appello di Fao e Ciheam. Le due organizzazioni confermano con forza l'importanza della collaborazione tra politica, ricerca e industria con lo scopo di migliorare e penetrare le tendenze e i sistemi alimentari. Secondo i relatori infatti è necessario prestare maggior attenzione e unire gli sforzi per salvaguardare il patrimonio ambientale e culturale dell'area mediterranea, prestando attenzione alle risorse e ai mercati locali.