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India, le guardiane dei semi per sciogliere il cappio al collo dei contadini poveri

E’ nata una nuova “banca dei semi” indigeni gestita da un’organizzazione di donne. Lo Stato dell’Orissa vanta la preservazione di qualità di cibo rare, come un riso locale chiamato kalijira, uno dei 200mila tipi dell’India antica, oggi scomparsi o ridotti a pochi esemplari. Secondo la FAO il 75% della diversità genetica delle colture agricole è andato perso all'inizio di questo secolo.

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BANGKOK - La buona notizia è che continua a realizzarsi, in un villaggio dell’Orissa, uno dei sogni dell’ambientalista indiana Vandana Shiva e dei suoi illustri predecessori. E’ nata infatti una nuova “banca dei semi” indigeni, per di più gestita da un’organizzazione di donne. La “banca” di Madre India, colei che porta i frutti nelle fertili valli e le colline, è stata chiamata non a caso Maa Kankeshwari, Madre divina, venerata da numerose caste, in particolare quella dei pastori dei quali è protettrice. Come vedremo poi.

I semi fertili si conservano per secoli. La sua sede è nel villaggio di Bhimdhunga, dentro una piccola stanza con i semi contenuti in pentole di terracotta e bottiglie di vetro etichettate, con tutte le varietà locali di miglio, lady fingers (gombo, o dita delle donne), zucca e lenticchie rosse, incluso il cotone, oggi al 90 per cento coltivato in India con semi transgenici e sterili, che vincolano i contadini al debito per riacquistarli ogni anno. Si sa che i semi fertili si conservano per secoli e in Israele sono stati riportati in vita esempi antichi di due millenni. Ma in India la moderna campagna per raccogliere ogni varietà indigena, di anni ne ha poco più di trenta, quando uno dei pionieri di nome Vijay Jardhari, meno noto di Vandana Shiva ma altrettanto stimato, alla fine degli anni ’80 inizio’ a collezionare antiche specie nella valle del turbolento fiume Henwal nell’Uttarakhand Pradesh. Nasceva allora il Beej Bachao Andolan, o “Movimento per salvare i semi”.

Una varietà locale ad alto rendimento. Nell’Orissa, che è lo Stato dell’ultimo progetto chiamato “Chetna Organic’s seed conservation”, con altre banche simili già sparse in diversi distretti, si vanta la preservazione di qualità di cibo ormai rare, come un tipo di riso locale chiamato kalijira, uno dei 200mila tipi di chicchi dell’India antica, oggi scomparsi o ridotti a pochi esemplari. Con estrema semplicità la contadina Nabita che aderisce al progetto ha così decantato al Guardian di Londra le qualità del kalijira: "E' una varietà locale profumata che ci dà un alto rendimento".

L'inesorabile tendenza verso il biologico. Se di vera rivoluzione verde dell’India bisogna parlare, invece di quella controversa degli anni ‘60 che sfamò milioni di persone ma diede origine dell’attuale crisi agricola, forse il segno dei tempi nuovi è proprio questa piccola ma inesorabile inversione della tendenza verso il biologico. Potenzialmente non è soltanto una scelta di ecologia ambientale, ma di preservazione del nucleo umano attorno al falo’ di un villaggio tradizionale che non vive nel medioevo, anzi puo’ prosperare vendendo anche online i suoi prodotti resi speciali dalla terra “pulita” e nutrita senza fertilizzanti chimici. Esistono già organizzazioni specializzate nella distribuzione mondiale di un marchio garantito, e numerosi villaggi utilizzano da tempo le tecnologie informatiche per testare i terreni, l’umidità, avere previsioni atmosferiche sul microclima, oltre a restare in contatto con clienti e distributori, e offrire ai propri figli l’opportunità di studiare o chattare online.

I danni della "Rivoluzione verde". I più seri precursori del fenomeno d’inversione della tendenza del passato al transgenico e alla produzione di massa, hanno cominciato con l’analizzare i danni creati dalla Rivoluzione Verde, ma senza attribuire colpe retroattive. Certe scelte, che non prendevano in considerazione gli effetti collaterali delle coltivazioni intensive con l’aiuto della chimica, lette col senno del poi restano giustificate dal panico scatenato dalle statistiche di malnutrizione del tempo. L’India, più di dieci anni dopo la conquista dell’Indipendenza, aveva una popolazione allo stremo, colpa di tanti fattori tra i quali una lunga siccità, climi avversi e la iniqua distribuzione dei redditi, con il sistematico sfruttamento delle caste basse, spesso tenute in schiavitù. Il resto del mondo (mosso da compassione o avidità secondo i casi), creo’ la sfida storica di sperimentare piante nutrienti di facile crescita appena “inventate” in America, così da sfamare tutti gli indiani con prodotti per i quali si chiedeva ai contadini solo un piccolo sacrificio, eliminare via via le specie precedenti, incapaci di moltiplicarsi nelle stesse quantità, e ormai inutili nel nuovo mercato esteso dentro e fuori dall’India.

Un nodo scorsoio per i poveri. Com’è finita la storia di quella rivoluzione si sa. Chiamata “verde” da un burocrate delle Nazioni Unite orgoglioso del risultato effettivamente raggiunto nella rapida eliminazione della carestia, ha creato da allora un ciclo di dipendenza per i piccoli agricoltori – la gran parte - costretti a usare massicciamente semi ibridi che creano piante sterili e richiedono lo sterminio di ogni erba attorno, comprese le piante primigenie. Da qui il boom dei potenti fertilizzanti e pesticidi prodotti da grandi multinazionali americane come la Monsanto e acquistabili spesso accumulando debiti per una o più vite, comprese quelle dei figli e nipoti. A questo nodo scorsoio per i poveri, Vandana Shiva e altri attribuiscono il suicidio di oltre 150 mila contadini indiani negli ultimi anni, soprattutto nelle regioni del cotone dove le sementi transgeniche BTO e i pesticidi sono usati massicciamente e i terreni si sono impoveriti nei decenni, come è avvenuto un po’ ovunque e in tutti i settori agricoli che danno direttamente da vivere al 70 per cento della popolazione.

Alta tecnologia, ma è nei semi la rinascita. sono Nelle campagne del “Make in India”, il “produci in India”, il governo del grande Continente menziona però raramente il tipo di prodotto della terra che con un buon marketing potrebbe dar da mangiare a poveri e ricchi. Col 7,4 per cento di crescita annuale e la competitiva Cina apparentemente entrata in una seria crisi di stagnazione, l’India guarda soprattutto alla meccanica e all’alta tecnologia per portarsi al passo delle altre nazioni evolute. Ma i semi sono la base di ogni rinascita. Come dice Vandana Shiva, "il desiderio di salvarli viene da un’urgenza etica di difendere l’evoluzione della vita”.

Cosa resta delle precedenti civiltà della terra. Ora che l’avvento del transgenico e degli incroci ibridi sperimentati dalla rivoluzione verde di mezzo secolo fa sono scientificamente associati all’indebitamento dei piccoli contadini e all’impoverimento del suolo e delle falde idriche, che cosa resta delle precedenti civiltà della terra? Secondo l'Organizzazione alimentare delle Nazioni Unite (la FAO) almeno il 75% della diversità genetica delle colture agricole è andato perso all'inizio di questo secolo. Di certo in India le nuove sementi americane hanno portato all’estinzione centinaia di specie che non davano la stessa quantità di raccolto, ma erano il cibo e la medicina delle genti indigene.

Le 400 banche del seme sono gocce nell'oceano. Il costo di questa massiccia trasformazione dei raccolti su scale mai sperimentate nel pianeta continua ad essere alto, e le 400 banche del seme che secondo il movimento di Vandana Shiva hanno salvato dal debito centinaia di migliaia di persone, restano poche gocce nell’oceano. Risalire alle colpe di una potenziale catastrofe come questa, aggravata dall’abbassamento delle falde acquifere per lo sfruttamento richiesto nelle coltivazioni a larga resa, non è un’impresa facile. Ognuno, a suo modo, tra le istituzioni nazionali e mondiali che se ne sono prese carico, ha cercato di risolvere il problema alimentare e ci è riuscito senz’altro, se andiamo a vedere il boom demografico, con 1 miliardo e 200 milioni di persone che entro pochi anni supereranno la popolazione cinese.

E' in gioco la qualità della vita. Cio’ che potrebbe accadere adesso è infatti fuori dalla portata di ogni profezia. Nessuno, tornando indietro di alcuni millenni, avrebbe potuto prevedere gli effetti sul Continente indiano della discesa dal nord dei guardiani delle mandrie e pastori identificati con gli ariani del centroasia. Giunsero in cerca di pascoli provenienti da steppe e colline rese aride forse dai primi sintomi dell’effetto serra, o dall’abuso dei loro terreni coltivabili. Fatto sta che occuparono progressivamente i verdi piani gangetici e dell’Indo, portando con sé la cultura vedica dei mille dèi e un sistema di divisione in cèti che non ha eguali nel mondo.

Madre India riuscirà a nutrire i suoi tanti figli? Prima di loro, gli operosi animisti dravidici originari del Continente, avevano sviluppato – come dimostrano i ritrovamenti delle civiltà di duemila anni prima di Cristo a Mohenjo-daro e Harappa - un efficace sistema di coltivazioni e orti, che dovettero abbandonare, cacciati verso sud dal lento e inesorabile espandersi delle tribù pastorizie in discesa dall’Himalaya, con i loro credo e divinità pronte a inglobare - in un processo simile a quello dell’omologazione alimentare di oggi - anche dei e dèe indigene. Una di queste era Kankeshwari, che da’ il nome all’esperimento delle banca dei semi di Bhimdhunga. A lei, i religiosi contadini dell’Orissa hanno virtualmente affidato la benedizione per il ritorno delle vecchie specie di riso e di lenticchie, di frumento e di verdure, simbolo della ricchezza nella diversità. Nella speranza che Madre India abbia ancora la forza di mettere al mondo e nutrire così tanti figli.