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Sudan, un Paese prossimo alla "catastrofe generazionale": quasi 7 milioni di bambini non vanno a scuola.

Sudan, un Paese prossimo alla "catastrofe generazionale": quasi 7 milioni di bambini non vanno a scuola.
Sia Save The Children che Unicef negli anni hanno monitorato il peggioramento delle condizioni scolastiche per i bambini del grande Paese africano
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ACCRA - In Sudan circa 6,9 milioni di ragazze e ragazzi, un bambino su tre in età scolare, non vanno a scuola e altri 12 milioni saranno costretti ad interrompere le lezioni per mancanza di insegnanti, infrastrutture e un ambiente di apprendimento sicuro e adatto. Lo hanno affermato, in un comunicato congiunto Save The Children e Unicef che negli anni passati hanno monitorato il peggioramento delle condizioni scolastiche per i bambini sudanesi e hanno denunciato quella che ora definiscono “una catastrofe generazionale”. In sostanza quasi tutti i bambini e ragazzi sudanesi in età scolare stanno disertando le aule scolastiche. I motivi sono diversi ma tutti si collegano alla crisi politica che sta attraversando il Paese da qualche anno. Prima il regime di al-Bashir, poi la “rivoluzione tradita” che avrebbe dovuto portare ad un governo civile ma che invece è ancora in mano ai militari tra un tentativo di golpe e l’altro.

Questo stato di cose ha peggiorato non solo la situazione securitaria del Paese ma anche la sua economia. Mentre gli effetti dei cambiamenti climatici stanno devastando i villaggi, la terra e i suo raccolti, Le conseguenze stanno in questi numeri: quasi 4 milioni di sfollati e 12 milioni di persone che possono contare solo sull’aiuto delle organizzazioni internazionali e delle ONG per non morire di fame. Solo la scorsa settimana circa 349.000 persone sono state colpite dalle forti piogge e inondazioni, circa 300 tra morti e feriti. Senza contare i danni materiali.

In questo contesto mandare a scuola i propri figli (laddove ci fossero ancora strutture e insegnanti) diventa l’ultima delle preoccupazioni per le famiglie. È così che, nonostante in alcuni Stati le scuole abbiano riaperto dopo i ritardi dovuti alle gravi inondazioni, milioni di bambini non hanno varcato le aule. A tutto questo si vanno ad aggiungere i frequenti attacchi delle milizie (sarebbero state oltre 600 nel solo mese di agosto) che hanno lasciato gli edifici scolastici inutilizzabili. Lo Stato più colpito è il Darfur centrale, dove a non andare a scuola è il 63% dei bambini; nel Darfur occidentale la cifra è del 58%; e nello stato orientale di Kassala del 56%.

Ma anche quando i bambini riescono a frequentare la scuola il risultato dal punto di vista dell’apprendimento è pessimo. Secondo l'Unicef, il 70% dei bambini di 10 anni che frequentano scuole pubbliche non riesce a leggere una semplice frase. Investire sui bambini vuol dire investire nel futuro di un Paese e in queste condizioni è evidente che il futuro non sia affatto roseo. Molti di loro cercano di arrangiarsi con piccoli lavoretti che possano almeno permettergli di sfamarsi, mentre per le bambine la situazione è ancora più pesante e la loro vita finisce per ridursi all’accudimento degli altri fratelli e di tutta la famiglia o costrette a matrimoni precoci.

Le profonde disuguaglianze di genere. Le ragazze sono dunque particolarmente vulnerabili, come sottolineano anche Unicef e Save The Children, e l'evidenza suggerisce che la crisi economica sta aggravando nel Paese le disuguaglianze di genere, soprattutto tra le ragazze adolescenti. La crisi tocca anche gli insegnanti che, vista la paga così bassa che non consente loro di sostenere la famiglia, si sono dati al piccolo commercio nei mercati o qualunque cosa possa aiutarli a mettere insieme un po’ di denaro. In particolare la categoria è stata molto attiva nelle proteste e negli atti di disobbedienza civile contro il colpo di Stato militare e a favore della democrazia. Decine e decine vennero arrestati e non si sa quanti siano stati rimessi in libertà o siano ancora in detenzione.

Dopo la pandemia in pochi sono tornati in aula. L’importanza della scuola non riguarda solo l’apprendimento, fanno notare dalle agenzie dell’ONU che si occupano dei diritti dell’infanzia. Stare in un ambiente (che dovrebbe essere) protetto preserva questi bambini dai pericoli che li circondano in un Paese in profonda crisi: abusi, sfruttamento e persino il rischio di essere reclutati in gruppi armati. Il Covid 19 aveva già allontanato i bambini dalle aule scolastiche, e la maggior parte di loro – per i motivi accennati – in quelle aule non ci sono più tornati. Le agenzie ONU lanciano un appello perché si faccia il possibile per riportare i bambini a scuola. Una priorità assoluta, dicono. Chiedono al governo del Sudan di riaprire le scuole il prima possibile, assicurarsi che rimangano aperte per l'intero anno accademico, garantire che nessuna scuola sia occupata da persone armate e facilitare ulteriori opportunità di istruzione alternativa per assicurarsi che nessun bambino venga lasciato indietro. Chiedono inoltre di garantire che siano disponibili finanziamenti sufficienti per l'istruzione, compresi gli stipendi degli insegnanti e i programmi di alimentazione scolastica.

Nessun Paese può permettersi tutto questo. “L'istruzione – affermano - è un investimento vantaggioso per tutti: migliorare l'accesso e la qualità dell'istruzione è fondamentale per lo sviluppo dei bambini ma anche dei Paesi. E, facendo riferimento alla situazione globale dei Paesi a medio e basso reddito dove si registrano i più alti livelli di dispersione scolastica, sottolineano che da questa assenza di scolarizzazione deriverà una crisi economica ancora più grave. “Questa generazione di studenti ora rischia di perdere 21 trilioni di dollari di guadagni potenziali una tantum in valore attuale, o l'equivalente del 17% del PIL globale di oggi". “Nessun Paese può permettersi di avere un terzo dei suoi bambini in età scolare senza alfabetizzazione, matematica o abilità digitali di base. L'istruzione non è solo un diritto, è anche un'ancora di salvezza", ha detto Mandeep O'Brien, rappresentante dell'UNICEF in Sudan.