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Sistemi alimentati globali: la produzione del cibo ha a che fare con le regole diseguali che governano il mondo. Se ne parlerà a Roma in un Vertice internazionale

Da domani, lunedì 24 a mercoledì 26, il meeting FAO-IFAD con i rappresentanti di 161 Paesi del mondo, fra cui 22 capi di Stato e di Governo
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ROMA – Tra le sfide strategiche e geopolitiche imposte dalle disuguaglianze e dagli squilibri globali, la lotta alla fame è tra quelle sottolineate in rosso nelle agende delle cancellerie di tutto il mondo. I loro rappresentanti parteciperanno domani – lunedi 24 luglio - al secondo Vertice sui Sistemi Alimentari delle Nazioni Unite nella sede della FAO a Roma, fino a mercoledì 26. Saranno oltre 2.000 esponenti di 161 Paesi, tra cui 22 Capi di Stato e di Governo, 100 delegati a livello ministeriale e più di 150 delegati di attori non statali. Sarà una nuova occasione in cui ci cercherà – si spera in modo concreto e proficuo – di rendere se non altro meno dannosa  “la violenza dei privilegi”, come l’ha definita Carlo Levi. 

La ragione di questo incontro. La ragione centrale di questo secondo appuntamento internazionale ha a che fare con lo stallo degli impegni presi per combattere la crisi alimentare mondiale: la fame vera a propria, insomma. Sebbene d…

ROMA – Tra le sfide strategiche e geopolitiche imposte dalle disuguaglianze e dagli squilibri globali, la lotta alla fame è tra quelle sottolineate in rosso nelle agende delle cancellerie di tutto il mondo. I loro rappresentanti parteciperanno domani – lunedi 24 luglio - al secondo Vertice sui Sistemi Alimentari delle Nazioni Unite nella sede della FAO a Roma, fino a mercoledì 26. Saranno oltre 2.000 esponenti di 161 Paesi, tra cui 22 Capi di Stato e di Governo, 100 delegati a livello ministeriale e più di 150 delegati di attori non statali. Sarà una nuova occasione in cui ci cercherà – si spera in modo concreto e proficuo – di rendere se non altro meno dannosa  “la violenza dei privilegi”, come l’ha definita Carlo Levi. 

La ragione di questo incontro. La ragione centrale di questo secondo appuntamento internazionale ha a che fare con lo stallo degli impegni presi per combattere la crisi alimentare mondiale: la fame vera a propria, insomma. Sebbene dal 2021 al 2022 le persone sottoalimentate sono aumentate di poco: da 738 milioni del 2021 a 783 nel 2022, al contrario, dal 2019 ad oggi gli abitanti della Terra che non riescono ad assumere almeno 1.200 calorie al giorno per non deperire sono aumentati di 122 milioni.

Al di là dei paroloni retorici. Al Vertice di Roma, dunque, si farà il punto sui progressi (assai pochi) compiuti per immaginare e, se possibile, programmare un sistema per la produzione del cibo che sia “inclusivo”, “sostenibile”, “resiliente”. Che sono solo paroloni retorici da convegno, ma che Federica Cerulli, capo dell’unità per i partenariati dell’IFAD – il Fondo Internazionale per lo sviluppo agricolo – tenta di tradurre e chiarire dicendo chiaro e tondo che, così come stanno andando le cose, “l’obiettivo numero due dell’Agenda 2030, quello cioè della ‘Fame zero’, non potrà essere affatto raggiunto. Fra sette anni, infatti, si calcola che ci saranno ancora circa 600 milioni di persone ridotte alla fame”.

Investire in agricoltura vale 2-3 volte di più. La funzionaria dell’IFAD ha anche aggiunto che per raggiungere entro il 2030 il traguardo di un accesso regolare al cibo, adeguato e di qualità, e ridurre lo stato di povertà assoluta per milioni di persone, saranno necessari dai 300 ai 400 miliardi di dollari; 35 miliardi servirebbero solo per rendere più efficiente il sistema agricolo globale. Eppure, ha ricordato Federica Cerulli “la Banca Mondiale ha calcolato e ricorda spesso come gli investimenti nell’agricoltura risultino strategicamente 2-3 volte più efficaci e proficui rispetto a tutti gli altri comparti dell’economia”.

Due modelli produttivi a confronto. Un altro capitolo decisivo da affrontare durante il Vertice di Roma, parlando di alimentazione globale, è quello che riguarda l’agricoltura intensiva, che punta a massificare i rendimenti delle aree disponibili, usando pesticidi e fertilizzanti chimici. Un metodo che si contrappone al sistema produttivo della cosiddetta agricoltura di prossimità, un modello produttivo che è appannaggio dei piccoli-medi agricoltori, i quali – va sempre ricordato – producono 1/3 degli alimenti che si consumano nel mondo intero. Del resto, le comunità contadine nei Paesi a basso reddito sono capaci di provvedere al sostentamento locale, ma nel rispetto dell’ambiente e della qualità dei loro prodotti.

Ecco chi produce 1/3 del cibo per il mondo. Sono dunque due scuole di pensiero a confronto, cioè l’agricoltura massiva che usa pesticidi e quella invece di prossimità più ecologica. Al momento è la prima che prevale sulla seconda, nonostante i sistemi alimentari dominanti siano responsabili di 1/3 delle emissioni di gas serra e nonostante il fatto che 3 miliardi di persone non possono ancora permettersi una dieta sana tutti i giorni. Spesso mai. Federica Cerulli sottolinea inoltre che “la grande agricoltura continua a sopravvivere, anche se palesemente a discapito dell’ambiente, mentre la seconda fatica ad affermarsi, nonostante sia di fatto assai più efficace e decisamente rispettosa dell’ambiente”.

I funamboli nelle borse valori e i disastri sociali. Il problema che s’intravvede sullo sfondo di tutto questo è la crisi alimentare mondiale, cominciata nel 2008 quando i prezzi delle materie prime schizzarono in alto e divennero gradualmente e in modo sempre più diffuso dei “beni rifugio”. Fino ad alterare con speculazioni finanziarie spericolate i mercati azionari di tutto il mondo. Le acrobazie dei funamboli delle borse più importanti (quella di Chicago prima di tutte) provocarono - e provocano ancora - ricadute disastrose sulle economie più disgraziate del Pianeta, che hanno alimentato terremoti sociali, come quelli che in quegli anni insanguinarono l’Egitto, le strade di Port-au-Prince ad Haiti, o quelle di Abidjan in Costa d’Avorio.

L’arrembaggio alle terre da coltivare. Il fenomeno planetario del quale – si teme - probabilmente non si parlerà al vertice che comincia lunedì 24 a Roma sull’alimentazione è quello del “land grabbing”: la corsa affannosa ad accaparrarsi enormi spazi di terreno coltivabile nei Paesi poveri, da parte di Stati ricchi di denaro liquido, ma poveri di generi alimentari, che hanno il problema urgente di garantire strategicamente l’approvvigionamento di cibo ai propri cittadini. Al loro fianco, in questo arrembaggio dissennato e palesemente neocoloniale, ci sono imprenditori e faccendieri di ogni risma, aziende multinazionali, fondi d’investimento con l’acquolina in bocca, interessati semplicemente a duplicare o triplicare i loro già spaventosi profitti.

La tempesta che provocherà tanti danni e tanta gioia. Insomma, per dirla in breve: se il cibo è il bene sul quale costruire le strategie per arricchirsi, la prima cosa da fare in questa fase storica è quella di garantirsi velocemente la proprietà e il controllo delle terre. Questo – come scrive Stefano Liberti sulle pagine del suo libro “Land Grabbing, come il mercato delle terre crea il nuovo colonialismo” (Minimum Fax) – genererà una “tempesta perfetta che farà molti danni in diversi posti, lascerà molti indifferenti e provocherà tanta gioia in altri”.


 

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