Asia, c’è sempre meno riso per effetto dei cambiamenti globali del clima: prezzi mai così alti negli ultimi 15 anni
ROMA – Nonostante un generale calo dei prezzi dei generi alimentati a livello globale, nel mese di agosto la FAO, (l’Agenzia ONU per l’alimentazione e l’agricoltura) ha registrato un aumento di quasi il 10% del costo del riso, rispetto al mese precedente. Le conseguenze sulle popolazioni più povere, per le quali il riso rappresenta l’alimento principale di sostentamento, sono dunque facilmente immaginabili. Gli agricoltori sanno quanto il riso sia particolarmente soggetto a conseguenze gravissime rispetto agli sconvolgimenti climatici. L’anno scorso un’ondata di cicloni ha letteralmente stravolto il Pakistan e la Cina, ma a contribuire all’aumento del costo del riso, oltre al dato ambientale, c’è stato anche il blocco delle esportazioni deciso dal governo indiano. A subirne le conseguenze più gravi sono i Paesi del Sud-Est asiatico
Le previsioni pessimistiche della FAO. Insomma, i prezzi del riso hanno raggiunto il loro massimo degli ultimi 15 anni, allineandosi a quelli registrati nel 2008, in contemporanea con la crisi economico-finanziaria globale che travolse il mondo intero e di cui ancora se ne avvertono le conseguenze. L’Agenzia ONU avanza anche delle previsioni per i prossimi mesi e ci informa che il 2023 potrebbe concludersi ed essere annoverato nelle statistiche mondiali come l’anno con la più grande carenza globale di riso degli ultimi 20 anni.
Dal Sud-Est asiaticoil 30% del raccolto mondiale. Sebbene i prezzi dei generi alimentari presi in esame dalla FAO siano in diminuzione del 24% rispetto al punto massimo raggiunto nel marzo del 2022, causato dagli strascichi della pandemia, dalla guerra in Ucraina e, ancora una volta, dalle progressive modificazioni del clima, il riso ha dunque avuto un’impennata preoccupante, proprio perché – assieme allo zucchero – rappresenta la principale fonte di sostentamento nei Paesi asiatici. Soprattutto quelli del Sud-Est, che forniscono il 30% del raccolto mondiale, mentre il riso garantisce il 50% dell’apporto calorico della popolazione.
Le responsabilità dell’India. Sembra infatti abbia giocato un ruolo importante nell’aumento del costo del riso la decisione del governo di Nuova Delhi di vietare l’esportazione imposto a luglio del riso non basmati, che rappresenta circa un quarto del proprio export di riso. Non si sa ancora per quanto tempo durerà questo divieto, ma intanto la decisione ha indotto quanti sono coinvolti nella catena di approvvigionamento del riso a mantenere le proprie scorte per rinegoziare i contratti. Va ricordato, infatti, che il 40% del riso esportato in tutto il mondo proviene dall’India e gli acquirenti principali sono il Bangladesh, l’Arabia Saudita, l’Iran, l’Iraq e il Benin.
La scarsità di piogge. Secondo la FAO, nell’analizzare le cause dell’aumento dei prezzi, vanno considerate anche le scarse precipitazioni che si sono avute in Thailandia, Paese che occupa il secondo posto nella classifica mondiale degli esportatori di riso ed è anche tra i principali esportatori di zucchero. Le piogge nelle regioni centrali del Paese sono state inferiori del 40% rispetto al normale. E questo, tra l’altro, sta riducendo sempre di più le superfici agricole destinate alle colture, anno dopo anno. Si stima che la resa potrebbe essere di 25 milioni di tonnellate in meno, rispetto alla norma.
L’analisi che fanno i coltivatori. Di fronte a questa volubilità dei prezzi, alcuni Paesi del continente asiatico hanno escogitato alcune soluzioni. In Thailandia, ad esempio, le autorità hanno invitato gli agricoltori a concentrarsi su un solo raccolto, piantando meno riso per dedicarsi a colture che hanno bisogno di meno acqua. Stessa cosa avviene in Malaysia. I coltivatori ascoltati dalla FAO individuano nella mancanza di acqua pulita e nella scarsa qualità dei semi, le ragioni della carenza di riso.