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Iraq: prima gli sfollamenti provocati dalla guerra, adesso quelli imposti dal cambiamento climatico

Iraq: prima gli sfollamenti provocati dalla guerra, adesso quelli imposti dal cambiamento climatico

Siccità e piogge abbondanti causano la perdita dei raccolti e creano nuove ondate di profughi

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ROMA – Un nuovo rapporto pubblicato dal Norwegian Refugee Council (NRC) mostra come il cambiamento climatico in Iraq stia ostacolando la ripresa economica delle comunità colpite da decenni di conflitto e stia accelerando il rischio di sfollamenti secondari. Nel paese oggi il 60 per cento degli agricoltori lotta con problemi di sopravvivenza legati alla carenza d’acqua e alla scarsa resa dei raccolti.

Gli sfollati. Il clima in Iraq sta cambiando più velocemente di quanto le persone riescano ad adattarsi, spiegano dal NRC. Nel Paese si contano ancora 1,2 milioni di sfollati a causa della guerra mentre altre milioni di persone sono riuscite a tornare a casa o sono state ricollocate in altre zone, ma per tutti la ripresa economica in questo momento è complicata dalla siccità estrema che distrugge l’agricoltura e i raccolti e mina i guadagni, creando insicurezza del reddito e problemi alimentari. L’acqua diventa anche un elemento che provoca tensioni sociali e costringe migliaia di persone ad abbandonare di nuovo le proprie case e le proprie terre per rifugiarsi in posti, anche all’interno dello stesso Iraq, dove le condizioni di vita e di lavoro sono migliori. Secondo un sondaggio realizzato dal Norwegian Refugees Council, il 60 per cento dei contadini non riesce a coltivare la terra proprio per la carenza di acqua.

Le disuguaglianze. L’Iraq ha compiuto passi importanti per inserire il tema del cambiamento climatico nell’agenda nazionale. Ma la portata e l’intensità degli impatti del mutamento climatico, tra siccità e piogge torrenziali, che sono poi le due cifre distintive del cambiamento in corso, impongono politiche immediate per favorire l’adattamento della produzione agricola e anche della vita delle persone. Nelle aree in cui i decenni di conflitto hanno causato danni sostanziali alle infrastrutture, l’aumento della temperatura e la penuria di acqua favoriscono la crescita delle disuguaglianze anche proprio nella possibilità di accedere e di utilizzare acqua pulita. I legami tra cambiamento climatico, sfollamenti e conflitti – si legge nel dossier – sono particolarmente evidenti nella pianura di Ninive, nel nord iracheno. Nella città di Ba'aj, per esempio, il 24 per cento delle persone ascoltate dal NRC sta già iniziando a progettare il trasferimento altrove per sfuggire alla morsa della siccità.

La testimonianza. “Tutti i miei vicini se ne sono andati”, ha raccontato al Norwegian Refugees Council Abu Rashid, un contadino di Ninive. “Solo dieci anni fa nella mia azienda agricola lavoravano 35 persone. Quest’anno non potevo nemmeno permettermi di sfamare la mia famiglia. Ora lavoro a giornata per sbarcare il lunario. Se continua così, anch’io dovrò trasferirmi presto. Non ci sono più i proiettili, eppure abbiamo ancora paura di perdere la nostra casa”.

Le politiche pubbliche. Il tema della siccità in Iraq è particolarmente rilevante poiché dal 30 novembre e per i successivi dodici giorni a Dubai si terrà la conferenza delle parti sul clima (COP 28), dove si discuterà da un lato di riduzione delle emissioni di gas serra e dall’altro di mantenimento del riscaldamento globale entro i limiti fissati dall’Accordo di Parigi del 2015. Il governo iracheno, proprio perché il paese è stato distrutto da decenni di guerra, ha un onere in più, che è quello di adottare misure per monitorare, regolare e distribuire le risorse idriche nel modo più efficace possibile tra le varie zone per evitare, nel futuro, ulteriori scontri, tensioni sociali e nuovi cicli di sfollati destinati alla miseria.

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