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IL REPORTAGE

Burkina Faso, chi vince e chi perde se le regole del commercio sono truccate

Un progetto della FOCSIV per rilevare gli effetti delle politiche agricole europee sulla coltivazione dei prodotti alimentari nel paese africano. L'imbroglio degli scarti del pollo venduti dall'Europa sotto costo che scoraggia gli allevatori locali dal continuare le attività. Il lavoro di L.V.I.A. tra i contandini 

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OUAGADOUDOU - La commedia dei "vincenti e dei perdenti", nel teatro del commercio mondiale, ha avuto una rappresentazione illuminante qui, nella capitale del Burkina Faso. Ed è proprio fra gli agricoltori e gli allevatori di questo paese, al 181° posto nella classifica dell'indice di sviluppo umano, dove la speranza di vita è di 52 anni per gli uomini e 54 per le donne, e dove il 30% della popolazione non ha accesso all'acqua potabile, che c'è stato un incontro a tu per tu con funzionari provenienti direttamente da Bruxelles. Attorno al tavolo s'è discusso degli effetti devastanti sull'economia burkinabé - per il 70% agricola - prodotti dalle politiche di aiuto dell'UE ai contadini europei, che si trasforma in un imbroglio bell'e buono ai danni dei loro colleghi africani, costretti a fare i conti con prodotti importati e con i quali è impossibile competere.

Cos'è FOCSIV. A promuovere questo confronto è stata la FOCSIV, la più grande Federazione di Organismi di Volontariato Internazionale di ispirazione cristiana, che rappresenta 65 Organizzazioni, con 7.624 Soci, 490 gruppi d'appoggio in Italia e oltre 60.000 aderenti e sostenitori, 1.000 volontari espatriati nei 660 progetti di sviluppo e 6.000 operatori locali, con un volume di risorse mobilitate ogni anno, pari a circa 90 milioni di euro.

Cos'è L. V. I. A. Oltre ad essere protagonista di un cospicuo numero di progetti di sviluppo gestiti autonomamente, la FOCSIV in Burkina Faso è presente con i progetti di L. V. I. A, Ong piemontese, in Africa da oltre 40 anni, con programmi di sviluppo che da sempre provano a stimolare l'impegno, le capacità e le risorse delle comunità locali, con l'intento simile a quello di tutti i cooperanti del mondo: sradicare la povertà e creare le condizioni per il riscatto economico, sociale, culturale di questa popolazione, che abita questo pezzo dell'Africa occidentale da 12 mila anni prima di Cristo, e che oggi ha 14 milioni di abitanti, divisi in sessanta etnie, con un 60% di musulmani.

La beffa delle cosce di pollo. L'arrembaggio post-coloniale dell'occidente in Africa mostra la sua arroganza anche e persino nel mercato centrale di Ouagadougou. E' qui che è possibile incontrare Tégwendé Dharouma, 27 anni, commerciante di polli. "A voi europei e americani  -  dice - piace mangiare le le cosce e il petto dell'animale, mentre a noi mandate gli scarti a prezzi stracciati. Questo ha l'effetto di far smettere i nostri allevatori dal dedicarsi alla produzione ovicola, così che sui banchi del mercato finiscono in vendita solo gli avanzi importati dall'Europa. Insomma, non conviene più a nessuno allevare polli, se dal vostro continente ci mandate merce che costa la metà". Un esempio tra i tanti possibili di come si riesca a mortificare la produzione locale di beni alimentari e a vanificare tutti gli sforzi che la cooperazione internazionale sta facendo in favore della sovranità alimentare.

Le carte in tavola. Durante l'incontro di Ouagadougou, finanziato da FOCSIV e Misereor (Ong tedesca anch'essa d'ispirazione cristiana) sono state calate sul tavolo tutte le carte di una partita che dura ormai da oltre vent'anni. "Un gioco truccato in partenza  -  dice Evarist Niamba, proprietario di una minuscola azienda agricola - che vede fronteggiarsi le economie agricole di sussistenza di un paese povero come il nostro e le economie agricole industriali, sovvenzionate dai governi europei, i quali permettono ai propri contadini di essere concorrenti sleali e spietati nei nostri confronti. A noi non resta che tirare avanti a stento senza sovvenzioni e senza barriere alle importazioni". "Il risultato  -  dice con veemenza Charles Eduard Kabore, titolare di un'impresa per la trasformazione della frutta - è che viene compromessa così la nostra autonomia nella produzione di cibo, oltre che la nostra dignità"

Liberismo più enunciato che praticato. Le regole neoliberiste imposte negli ultimi 20 anni dal Fondo Monetario e dalla Banca Mondiale ai paesi africani hanno drasticamente smantellato ogni forma di aiuto ai contadini delle nazioni a basso sviluppo, mentre gli agricoltori europei piazzano i loro prodotti sui mercati internazionali a prezzi addirittura inferiori al costo di produzione. Una situazione schizzofrenica, in ridicola contraddizione con le regole fondanti del liberismo economico, di cui ci si riempie spesso la bocca, che invece si impongono con forza alle economie del Sud del mondo, con fare arcigno e padronale.

La risposta dell'UE. Una verità, questa, che il rappresentante dell'Unione Europea qui a Ouagadougou, Karsten Mecklenburg, non ha mostrato di ammettere, affermando nel suo discorso che, anzi, "La politica di cooperazione dell'UE c'è, è efficace e non può essere avvertita come una minaccia". La reazione di un allevatore di bestiame, Seydou Ouraogu, è stata quella di alzarsi dal tavolo e andarsene: "C'è poco da fare, qui  -  ha detto  -  è come combattere contro i mulini a vento: le leggi del mercato mondiale sono queste. Loro le hanno pensate, loro le applicano e noi dobbiamo solo prenderle così come sono, senza fiatare e dicendo pure grazie. La logica è sempre la stessa: due pesi e due misure".

Un altro giro di vite. Così, mentre l'area del Sahel compresa nel territorio del Burkina Faso sta vivendo una crisi alimentare drammatica, dall'Europa arrivano notizie che ricordano come i vertici dell'UE intendano imporre regole di liberalizzazione ancor più accentuate alle nazioni della cosiddetta area ACP, che comprende l'Africa, l'area caraibica e quella del Pacifico.

Le profezie di Ndiogou Fall. A poco o nulla, dunque, sembrano serviti gli appelli di Ndiogou Fall, senegalese, leggendario presidente ROPPA (la Rete delle organizzazioni contadine e dei produttori dell'Africa dell'Ovest) scomparso nel maggio scorso, il quale aveva avvertito: "Se passeranno, quelle regole porteranno l'Africa sul baratro. Imporranno ai nostri mercati una competizione che non saremo mai in grado di reggere. Respingiamo questo approccio  -  aveva detto Fall - perché è talmente contraddittorio il fatto che l'Unione Europea si sia formata attraverso un potente protezionismo e adesso chiede a noi di crescere liberalizzando i nostri mercati. Proteggiamo i nostri prodotti, perché da questo dipende l'esistenza di milioni di persone"