ROMA - In dieci anni - dal 2001 al 2010 - il mondo ha assistito a qualcosa come 384 catastrofi naturali. I morti sono stati un milione, e a esserne vittima è stato quasi un terzo della popolazione. Dal 1965 ad oggi il numero dei disastri globali è aumentato di sei volte, a causa di molteplici fattori che vanno dai cambiamenti climatici ai conflitti sociali. Emergenze che chiedono una risposta prima di tutto umanitaria, ma anche politica: essere presenti in questi contesti significa da un lato assicurare un futuro migliore e più sicuro per tutti, dall'altro far parte della governance mondiale che ha la capacità di dire la propria e proporre le proprie soluzioni. Ma in questo agone il ruolo dell'Italia, che negli anni '90 aveva svolto la parte da leone, esportando buone pratiche per l'aiuto umanitario, è ormai quasi scomparso.
Pochi fondi, molte richieste. Sono alcune delle informazioni del quarto rapporto "Il valore dell'aiuto" di Agire, l'Agenzia Italiana Risposta alle Emergenze che è nata per mettere assieme le dieci più grandi Ong italiane per "fare sistema" e cercare di rendere più organico l'impatto degli aiuti umanitari italiani ma anche più trasparente il loro operato nei confronti dei donatori. Purtroppo i risultati del rapporto portano più che altro cattive notizie, tanto sul fronte internazionale che su quello italiano. Gli aiuti umanitari infatti calano, mentre aumentano le richieste. Nel 2011 il settore ha mobilitato 17,1 miliardi di dollari a livello mondiale, di cui 12,5 provenienti dai governi dei paesi donatori: un calo del 9% rispetto al 2010. Un confronto che però deve tenere conto del fatto che nel 2010 gli aiuti umanitari avevano raggiunto la cifra record di 18,8 milioni di dollari sa di due gravi crisi: il terremoto di Haiti e le alluvioni in Pakistan.
Gli aiuti aumentano in modo irragionevole. Quindi, anche durante il terribile 2011 - se raffrontato al 2009 - va osservato che gli aiuti aumentano, anche se di poco. E' il cosiddetto "ratchet effect", ossia la tendenza degli aiuti a aumentare in modo quasi automatico, ma poco "ragionato", se è vero che il gap rispetto alle richieste è preoccupante: la differenza tra necessità rilevate in una data emergenza e i fondi che i donatori decidono di mettere a disposizione nella corrispondente azione di risposta è passata dal 37% del 2011 al 40.5% del 2012, indicando una sempre minore capacità di garantire una risposta umanitaria proporzionata all'entità della crisi.
I più generosi. In cima alla classifica dei paesi più generosi ci sono sempre gli Stati uniti d'America, con un 34,1 miliardi di dollari, seguiti dall'Ue con 14,6, Regno unito con 8,5 e ultima la Danimarca con 2,2 miliardi. Ma attenzione: le statistiche vanno sempre prese con le pinze e anche in questo caso. Se infatti si va a guardare quanti soldi mette un pese per gli aiuti umanitari in confronto al proprio Pil, ecco che la classifica si ribalta, e i primi della lista diventano i paesi scandinavi: prima la Svezia quarta e quinta Norvegia e Danimarca, secondo il Lussemburgo e terzo si piazza il Gambia con donazioni che incidono sul Pil per lo 0,13%. Gli Usa scivolano al 17. o posto, con un contributo pari allo 0,03% del Pil.
Aiuti volatili utili alla politica. In generale sono i paesi DAC, i 22 paesi maggiori donatori, cioè quelli che fanno parte del Development Assistace Commitee: se i governi dal 2001 al 2010 hanno speso 98,6 miliardi in aiuti, il 96% ce li hanno messi i paesi Dac (tra cui l'Italia). Ma in questi ultimi dieci anni il ruolo e gli stanziamenti provenienti dai paesi che non fanno parte del "club" Dac è aumentato in modo rilvante: sia dal punto di vista del numero - nel 2001 i paesi donatori non-Dac erano 40 oggi sono 130 - che nella quantità di stanziamenti che in un decennio sono stati pari a 5,1 miliardi. Ma la cosa interessante è l'estrema volatilità di questo genere di aiuti, che evidenzia - cosa certo non nuova - come attraverso il canale degli aiuti umanitari tutti facciano anche la propria politica. Nel 2001 l'Arabia Saudita ha donato 645 milioni di dollari per gli aiuti umanitari. Ma ad un solo beneficiario: i Territorio occupati palestinesi. La classifica dei paesi non-Dac più generosi vede contendersi la vetta tra Arabia Saudita e Emirati Arabi, ma emerge anche il ruolo della Cina, della Russia, del Qatar, della Tailandia.
Il ruolo italiano. In questo grande sommovimento internazionale, l'Italia purtroppo fa la parte del nano in un mondo di giganti: l'impegno italiano è in assoluta controtendenza con quello mondiale. Mentre ovunque gli aiuti crescono da noi calano: nel 2012 abbiamo speso 312 milioni di dollari, addirittura il 13% in meno rispetto al 2000. Al contrario, ma questo è un dato che si riscontra in quasi tutti i paesi, aumentano costantemente i fondi messi a disposizione dai privati: a dimostrazione che la cittadinanza è sensibile e interessata alla questione delle emergenze umanitarie, al contrario della politica. L'unico elemento su cui andiamo meglio degli altri è quello della prevenzione, che tra l'altro - dice il Rapporto - è un imperativo fondamentale visto che per ogni dollaro speso in prevenzione se ne spendono sette per rispondere alle emergenze. Se, infatti, la "Piattaforma globale per la riduzione del rischio" raccomanda di destinare il 10% degli aiuti umanitari alla prevenzione, l'Italia ne destina circa il 4,7% mentre la media mondiale è del 3,9%.
La graduale perdità di sovranità. Ma che ci sia scarsa "gestione" dei nostri aiuti lo dimostrano i canali attraverso cui l'Italia eroga il proprio aiuto: sono in gran parte quelli delle istituzioni europee. Una "comunitarizzazione" che, innanzitutto, non è propria dei paesi "grandi donatori" (in genere, i governi più investono più vogliono farlo "in proprio"). In secondo luogo tanta "delega" alla Commissione europea pare dimostrare che l'Italia sta perdendo piano piano sovranità. Un peccato, a sentire il presidente del Comitato dei garanti di Agire, Gianni Rufini: "Questo paese non smette di deludermi - ha detto - all'inizio degli anni '90 ero convinto che l'Italia sarebbe stato il faro a livello mondiale nel campo degli aiuti umanitari. Eravamo i migliori: i più dinamici, i più innovativi. Ma poi abbiamo tirato i remi in barca. Abbiamo bisogno - ha concluso polemicamente Rufini - di qualche politico che tenga di più a entrare nei libri di storia che nei salotti televisivi di Vespa".
Il confronto con le altre spese. Gli aiuti umanitari diminuiscono perché c'è la crisi? L'Italia, e in generale i "grandi donatori" devono pensare ad altre priorità? Sarà, però è bene tenere a mente alcuni dati: la spesa militare nel mondo nel 2012 è stata pari a 1.738 miliardi di dollari. Esattamente 100 volte di più degli investimenti sugli aiuti umanitari. In Italia ogni giorno spendiamo quasi 90 milioni di dollari: in un anno l'Italia investe in aiuti umanitari ciò che dedica in soli 4 giorni alle spese militari. Ancora un paragone illuminante, questa volta solo italiano: solo nei primi tre mesi del 2013 gli italiani hanno speso per il gioco on line e alle slot machines 217,4 milioni di euro, ovvero il doppio di quanto i privati hanno donato nell'intero 2012 per le popolazioni colpite da calamità e guerre.
Pochi fondi, molte richieste. Sono alcune delle informazioni del quarto rapporto "Il valore dell'aiuto" di Agire, l'Agenzia Italiana Risposta alle Emergenze che è nata per mettere assieme le dieci più grandi Ong italiane per "fare sistema" e cercare di rendere più organico l'impatto degli aiuti umanitari italiani ma anche più trasparente il loro operato nei confronti dei donatori. Purtroppo i risultati del rapporto portano più che altro cattive notizie, tanto sul fronte internazionale che su quello italiano. Gli aiuti umanitari infatti calano, mentre aumentano le richieste. Nel 2011 il settore ha mobilitato 17,1 miliardi di dollari a livello mondiale, di cui 12,5 provenienti dai governi dei paesi donatori: un calo del 9% rispetto al 2010. Un confronto che però deve tenere conto del fatto che nel 2010 gli aiuti umanitari avevano raggiunto la cifra record di 18,8 milioni di dollari sa di due gravi crisi: il terremoto di Haiti e le alluvioni in Pakistan.
Gli aiuti aumentano in modo irragionevole. Quindi, anche durante il terribile 2011 - se raffrontato al 2009 - va osservato che gli aiuti aumentano, anche se di poco. E' il cosiddetto "ratchet effect", ossia la tendenza degli aiuti a aumentare in modo quasi automatico, ma poco "ragionato", se è vero che il gap rispetto alle richieste è preoccupante: la differenza tra necessità rilevate in una data emergenza e i fondi che i donatori decidono di mettere a disposizione nella corrispondente azione di risposta è passata dal 37% del 2011 al 40.5% del 2012, indicando una sempre minore capacità di garantire una risposta umanitaria proporzionata all'entità della crisi.
I più generosi. In cima alla classifica dei paesi più generosi ci sono sempre gli Stati uniti d'America, con un 34,1 miliardi di dollari, seguiti dall'Ue con 14,6, Regno unito con 8,5 e ultima la Danimarca con 2,2 miliardi. Ma attenzione: le statistiche vanno sempre prese con le pinze e anche in questo caso. Se infatti si va a guardare quanti soldi mette un pese per gli aiuti umanitari in confronto al proprio Pil, ecco che la classifica si ribalta, e i primi della lista diventano i paesi scandinavi: prima la Svezia quarta e quinta Norvegia e Danimarca, secondo il Lussemburgo e terzo si piazza il Gambia con donazioni che incidono sul Pil per lo 0,13%. Gli Usa scivolano al 17. o posto, con un contributo pari allo 0,03% del Pil.
Aiuti volatili utili alla politica. In generale sono i paesi DAC, i 22 paesi maggiori donatori, cioè quelli che fanno parte del Development Assistace Commitee: se i governi dal 2001 al 2010 hanno speso 98,6 miliardi in aiuti, il 96% ce li hanno messi i paesi Dac (tra cui l'Italia). Ma in questi ultimi dieci anni il ruolo e gli stanziamenti provenienti dai paesi che non fanno parte del "club" Dac è aumentato in modo rilvante: sia dal punto di vista del numero - nel 2001 i paesi donatori non-Dac erano 40 oggi sono 130 - che nella quantità di stanziamenti che in un decennio sono stati pari a 5,1 miliardi. Ma la cosa interessante è l'estrema volatilità di questo genere di aiuti, che evidenzia - cosa certo non nuova - come attraverso il canale degli aiuti umanitari tutti facciano anche la propria politica. Nel 2001 l'Arabia Saudita ha donato 645 milioni di dollari per gli aiuti umanitari. Ma ad un solo beneficiario: i Territorio occupati palestinesi. La classifica dei paesi non-Dac più generosi vede contendersi la vetta tra Arabia Saudita e Emirati Arabi, ma emerge anche il ruolo della Cina, della Russia, del Qatar, della Tailandia.
Il ruolo italiano. In questo grande sommovimento internazionale, l'Italia purtroppo fa la parte del nano in un mondo di giganti: l'impegno italiano è in assoluta controtendenza con quello mondiale. Mentre ovunque gli aiuti crescono da noi calano: nel 2012 abbiamo speso 312 milioni di dollari, addirittura il 13% in meno rispetto al 2000. Al contrario, ma questo è un dato che si riscontra in quasi tutti i paesi, aumentano costantemente i fondi messi a disposizione dai privati: a dimostrazione che la cittadinanza è sensibile e interessata alla questione delle emergenze umanitarie, al contrario della politica. L'unico elemento su cui andiamo meglio degli altri è quello della prevenzione, che tra l'altro - dice il Rapporto - è un imperativo fondamentale visto che per ogni dollaro speso in prevenzione se ne spendono sette per rispondere alle emergenze. Se, infatti, la "Piattaforma globale per la riduzione del rischio" raccomanda di destinare il 10% degli aiuti umanitari alla prevenzione, l'Italia ne destina circa il 4,7% mentre la media mondiale è del 3,9%.
La graduale perdità di sovranità. Ma che ci sia scarsa "gestione" dei nostri aiuti lo dimostrano i canali attraverso cui l'Italia eroga il proprio aiuto: sono in gran parte quelli delle istituzioni europee. Una "comunitarizzazione" che, innanzitutto, non è propria dei paesi "grandi donatori" (in genere, i governi più investono più vogliono farlo "in proprio"). In secondo luogo tanta "delega" alla Commissione europea pare dimostrare che l'Italia sta perdendo piano piano sovranità. Un peccato, a sentire il presidente del Comitato dei garanti di Agire, Gianni Rufini: "Questo paese non smette di deludermi - ha detto - all'inizio degli anni '90 ero convinto che l'Italia sarebbe stato il faro a livello mondiale nel campo degli aiuti umanitari. Eravamo i migliori: i più dinamici, i più innovativi. Ma poi abbiamo tirato i remi in barca. Abbiamo bisogno - ha concluso polemicamente Rufini - di qualche politico che tenga di più a entrare nei libri di storia che nei salotti televisivi di Vespa".
Il confronto con le altre spese. Gli aiuti umanitari diminuiscono perché c'è la crisi? L'Italia, e in generale i "grandi donatori" devono pensare ad altre priorità? Sarà, però è bene tenere a mente alcuni dati: la spesa militare nel mondo nel 2012 è stata pari a 1.738 miliardi di dollari. Esattamente 100 volte di più degli investimenti sugli aiuti umanitari. In Italia ogni giorno spendiamo quasi 90 milioni di dollari: in un anno l'Italia investe in aiuti umanitari ciò che dedica in soli 4 giorni alle spese militari. Ancora un paragone illuminante, questa volta solo italiano: solo nei primi tre mesi del 2013 gli italiani hanno speso per il gioco on line e alle slot machines 217,4 milioni di euro, ovvero il doppio di quanto i privati hanno donato nell'intero 2012 per le popolazioni colpite da calamità e guerre.