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IL CONVEGNO

Africa, tutti gli esperimenti
di democrazia imperfetta

Studiosi a confronto all'Istituto per gli studi di politica internazionale (ISPI). Un percorso lungo degli africani, costellato da ostacoli che hanno poco a che vedere con il benessere delle popolazioni coinvolte: la transizione dall'autocrazia alla democrazia è ancora ben lontana dall'essere conclusa

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MILANO - Un percorso lungo, costellato da una miriade di ostacoli e spesso innescato per ragioni che hanno poco a che vedere con il benessere delle popolazioni coinvolte: la transizione dall'autocrazia alla democrazia nei Paesi africani è ancora ben lontana dall'essere conclusa. Se ne è discusso nell'ambito di un seminario organizzato a Milano dall'Istituto per gli studi di politica internazionale (ISPI).

La difficoltà di definizione della democrazia. "Il panorama politico africano è estremamente diversificato e non è semplice tracciarne un quadro esauriente, anche se è indubbio che dagli anni Novanta del XX secolo in poi l'intero continente sia stato attraversato da una spinta alla democratizzazione. Il primo atto di questa trasformazione può essere identificato con le elezioni indette in Namibia nel 1989 e nel 1994 non esisteva più un solo Stato africano che si dichiarasse ufficialmente monopartitico", ha spiegato Giovanni Carbone, docente di Scienza politica all'Università degli studi di Milano. Ma come si definisce il concetto di democrazia, in contrapposizione con i regimi autocratici?

Come e quanto è percepita la corruzione.
"Nel corso degli anni gli studiosi hanno individuato decine di parametri, dall'indizione di libere elezioni alla credibilità internazionale conquistata dal governo in esame, dai metodi di amministrazione della giustizia al rispetto dei diritti civili. Esistono anche degli indici per valutare queste dinamiche, come il Cpi (Corruption perception index), che si concentra sulla percezione della corruzione. Quanto può essere democratico un Paese che, pur avendo formalmente abbracciato il multipartitismo e il sistema elettorale, si fonda sul furto dei beni pubblici da parte della classe politica? Che benefici trarrà la popolazione da un governo che si riveste di una patina di democrazia solo per avere maggiore appeal agli occhi degli investitori internazionali?".

Le elezioni non bastano a garantire la libertà. Indire delle elezioni non garantisce la nascita di una reale democrazia anche secondo Gian Paolo Calchi Novati, senior research fellow dell'Ispi e docente di Storia e istituzioni dei Paesi afro-asiatici all'università di Pavia: "Negli Stati africani non è così raro che dopo una consultazione elettorale la situazione rimanga pressoché identica a quella precedente alla chiamata alle urne della popolazione - ha sottolineato - prima di tutto per la scarsa affluenza, motivata dal fatto che partecipano a questo momento della vita politica solo coloro i quali hanno già una certa familiarità con il sistema democratico. Di conseguenza i risultati non sono rappresentativi dell'intera società".

Le ineliminabili ostilità post elettorali.
La maggior parte delle persone vede il momento delle elezioni semplicemente come un cambio della guardia dell'élite al potere e chi ne esce vincitore non merita necessariamente maggior fiducia di chi l'ha preceduto. "Spesso i risultati elettorali non segnano la conclusione, ma l'apertura delle ostilità - ha rimarcato Calchi Novati  - Perché chi perde teme di aver perso per sempre la possibilità di affermare le proprie idee e quindi inizia immediatamente a contestare il verdetto delle urne, fomentando disordini e manifestazioni di piazza, anche violente".

Il ruolo degli eserciti. Quelli africani restano quindi per la maggior parte esperimenti di democrazia imperfetta, anche perché nati e cresciuti sotto la minaccia, più o meno velata, delle armi. "Per afferrare la complessità della questione è sufficiente fare una considerazione lessicale: nella quasi totalità delle lingue africane per dire 'arma' e 'strumento', inteso come 'utensile', si usa la stessa parola - ha continuato Stefano Bellucci, senior researcher e direttore del Dipartimento di studi sull'Africa sub-sahariana dell'Istituto internazionale di storia sociale di Amsterdam - Nella mentalità africana, il ricorso alle armi è pressoché normale. Sono state lo strumento che ha consentito di liberarsi dal colonialismo e in seguito sono diventate il mezzo privilegiato per regolare la vita civile in molti Stati, nonostante poi abbiano finito per opprimere le stesse persone che avrebbero dovuto proteggere. Per questo è sempre estremamente problematico il passaggio da un governo di tipo militare a uno amministrato da civili. Ad alcuni Stati africani la democrazia è stata imposta dalle grandi potenze occidentali, ma per altri, in cui la rivoluzione è partita dall'interno, l'esecito ha rappresentato il veicolo di redenzione del popolo".

Il caso tunisino. Ha preso il via dalla base della società e si è alimentato grazie al desiderio di libertà anche il processo di cambiamento che ha investito la Tunisia a partire dal 2011 e che ha però da subito assunto alcune caratteristiche peculiari. "Si può dire che quello tunisino si stia affermando come un nuovo modello di transizione democratica: è stata una rivolta pacifica, che ha portato il Paese a liberarsi da una dittatura durata 23 anni senza richiedere un grande tributo di vite. Abbiamo avuto relativamente pochi martiri - ha evidenziato Mohammed Chafik Sarsar, docente di Diritto costituzionale all'università di Tunisi e componente dell'Alto commissariato per la realizzazione degli obiettivi della rivoluzione in Tunisia - Inoltre si è trattato di un movimento popolare, scaturito dalla delusione per l'operato dei partiti e nato orfano, senza un leader. L'autorità è stata affidata all'Hiror (High authority for the achievement of revolution's objectives), una commissione di persone che sono espressione della società civile. È il popolo, attraverso quest'organo rappresentativo, a controllare l'attività dei partiti e a fare da mediatore tra il governo e l'opposizione".

Le sfide della nuova Tunisia. Sarsar non ha peraltro nascosto le difficoltà che il processo di democratizzazione tunisino deve affrontare: "Le proteste che hanno riempito le piazze nel dicembre del 2012 dimostrano che abbiamo ancora tanta strada da percorrere e che dobbiamo farlo alla svelta, perché alcune persone stanno già perdendo fiducia nella nuova classe politica e iniziano a rimpiangere le prime elezioni veramente democratiche nella storia della Tunisia. Ci impegneremo per garantire un reale sviluppo economico al Paese, per recuperare credibilità internazionale e soprattutto per scrivere una nuova Costituzione, che dovrebbe essere adottata il prossimo settembre. Senza dimenticare l'importanza dell'aspetto religioso: non è scontato far accettare le leggi democratiche a chi fino a ieri viveva in base ai dettami della shari'ah islamica. Eppure non potremo definirci una vera democrazia prima di aver raggiunto questi obiettivi".