Pesca sostenibile tra cooperazione e nuovi divieti, ma qual è il futuro dei nostri mari?
di SALVATORE GIUFFRIDAL'Unione europea vuole mettere al bando, dal 2015, le "spadare", le reti da pesca lunghe chilometri che devastano l'habitat marino in modo indiscriminatorio. Ma molto è già compromesso a causa dell'eccesso di pesca. Intanto aumentano i progetti di cooperazione come quello di Bolton e Save The Children
ROMA - L'ecosistema dei nostri mari rischia di essere gravemente compromesso a causa di minacce come inquinamento, cambiamenti climatici o pesca eccessiva e indiscriminata, che sta "strangolando" le piccole economie di sussistenza, con conseguenze nefaste non solo per la natura ma anche per la società (cosiddetta) civile.
Si resiste usando tecniche vietate. In Italia la pesca artigianale rappresenta il 67% della flotta e dà lavoro a quasi la metà dei pescatori. Non solo: è un fattore di identità e un patrimonio culturale del nostro Paese, fatto di tanti piccoli comuni con tradizioni diverse per usi e costumi. Una ricchezza che andrebbe tutelata, ma negli ultimi anni abbiamo perso 2.300 battelli, il 20% della flotta. In Europa va anche peggio: la pesca artigianale riceve solo il 20% delle quote, il resto va alle grandi flotte industriali con il risultato che il 60% delle risorse ittiche è sovrasfruttato e nel Mediterraneo quasi il 90% …
ROMA - L'ecosistema dei nostri mari rischia di essere gravemente compromesso a causa di minacce come inquinamento, cambiamenti climatici o pesca eccessiva e indiscriminata, che sta "strangolando" le piccole economie di sussistenza, con conseguenze nefaste non solo per la natura ma anche per la società (cosiddetta) civile.
Si resiste usando tecniche vietate. In Italia la pesca artigianale rappresenta il 67% della flotta e dà lavoro a quasi la metà dei pescatori. Non solo: è un fattore di identità e un patrimonio culturale del nostro Paese, fatto di tanti piccoli comuni con tradizioni diverse per usi e costumi. Una ricchezza che andrebbe tutelata, ma negli ultimi anni abbiamo perso 2.300 battelli, il 20% della flotta. In Europa va anche peggio: la pesca artigianale riceve solo il 20% delle quote, il resto va alle grandi flotte industriali con il risultato che il 60% delle risorse ittiche è sovrasfruttato e nel Mediterraneo quasi il 90% degli stock di pesce soffre di pesca eccessiva. Ma c'è di più: le imbarcazioni italiane sono piccole e non pescano a largo raggio, come le concorrenti spagnole. E spesso l'uso di tecniche vietate diventa l'unico modo per resistere in un mercato che non fa sconti a nessuno.
È il caso delle "spadare". Sono le reti da posta lunghe chilometri, che l'Ue vuole mettere al bando dal 2015 perché accusate di distruggere l'habitat e compromettere la pesca sostenibile. Limitate già nel 2002, Italia e Francia sono state già multate per "uso eccessivo"; ora rischiano pesanti sanzioni. Tuttavia le "spadare" non si usano solo nel Mediterraneo ma anche nel nord della Francia, nel Regno Unito e nel Mar Nero, in Bulgaria e Romania.
E' un problema globale. In altre parole, tutelare i mari non è un problema italiano o mediterraneo, ma una questione mondiale. Se in Italia il rischio è di perdere tradizioni e identità, nei paesi in via di sviluppo è una questione di sopravvivenza per intere comunità legate alla pesca artigianale: una soluzione viene dai progetti di cooperazione e dalle politiche di responsabilità che alcune multinazionali stanno portando avanti sulla filiera. Riguarda soprattutto la pesca dei tonni: nelle isole del Pacifico la Bolton, proprietaria di marchi come Rio Mare, sta promuovendo modalità di pesca sostenibile con l'obiettivo di salvare gli stock di tonno nel lungo periodo, ridurre la pesca accidentale e indiscriminata, favorire l'industria locale.
Il mercato lo fanno in tre. L'impegno della comunità e di alcune Ong ha portato a un ritorno delle tecniche tradizionali come la pesca con canna e lenza nel Pacifico orientale, forse la zona più pescosa al mondo; si è investito molto anche nell'Oceano Indiano e nel Pacifico occidentale, con qualche risultato in alcune aree come le Hawaii. Tuttavia la pesca con canna e lenza rimane per consumo interno, ha costi elevati, è sotto accusa perché le esche sono limitate e le imbarcazioni, spesso vetuste, inquinano; inoltre può comunque svuotare i mari se effettuata senza criterio. Basti pensare che su un totale annuo di 400mila tonnellate di tonni pescati con canna e lenza, il Giappone "produce" 125mila, Indonesia e Maldive si "fermano" a 100mila ciascuna. Insomma il mercato lo fanno in tre e a causa degli alti costi sono rimaste solo le grandi compagnie. Contro le quali il piccolo non può competere.
Ma allora i mari sono destinati a svuotarsi? Secondo esperti, attivisti e Ong, la sostenibilità si mantiene con la tracciabilità del pescato, soprattutto su origine e metodo. La filiera però è lunga e articolata, perché composta da diversi passaggi e chiama in causa numerosi attori con interessi e ruoli spesso sovrapposti. Meglio investire nei luoghi di origine del pescato, rilanciando la flotta e l'industria locale seguendo gli interessi della comunità locale e non dei donors del progetto. Come nelle isole Salomone, dove il progetto di Bolton Alimentari e Save The Children per una filiera responsabile e trasparente ha portato a programmi di educazione sociale a favore dei bambini. Occorre passare dalla delocalizzazione industriale al trasferimento di know how, formazione, capacitazione; chissà che non sia la soluzione per salvare i mari.