ROMA - Chiarire i complessi andamenti della politica economica per uscire dall'enorme distanza che separa nord e sud del mondo, ricchi e poveri, non è cosa semplice, ma le politiche potrebbero essere più trasparenti ed efficaci, se lo si volesse davvero. Il professor Screpanti chiarisce la situazione, e pone dubbi e domande ragionevolmente fondate sul ruolo dei privati nella crescita dei paesi in via di sviluppo.
Il programma anticrisi delle Nazioni Unite: avanti ai privati. Le Nazioni Unite prevedono di varare per il 2015 un nuovo piano per combattere la povertà nel mondo. È noto come Sdgs (Sustainable development goals) e sostituirà il precedente, ambiziosissimo e in parte fallito, piano Mdgs (Development millennium goals). La Commissione Europea a sua volta sta preparando un piano per definire l'entità e le modalità del proprio contributo ai Sdgs. L'idea che sta passando è che, essendo i contributi pubblici pochi e in diminuzione, bisogna far leva sul ruolo del settore privato.
I ricchi finanziano i poveri. La parola d'ordine è "blending". Che non è soltanto un mix di finanza pubblica e privata, ma un sistema di finanziamento in cui gli aiuti governativi dovrebbero affluire al sud del mondo per il tramite degli investimenti di imprese private. In parole povere: i governi dei paesi ricchi darebbero dei doni finanziari a quelli dei paesi poveri, ma non direttamente; li darebbero alle imprese industriali e bancarie dei paesi ricchi sotto forma di partecipazioni o prestiti; queste imprese poi effettuerebbero investimenti nei paesi poveri per un ammontare di capitale multiplo del dono ricevuto. I doni funzionerebbero così da incentivi.
Il blending può funzionare davvero? Si ritiene che i doni dovrebbero indurre la finanza privata ad aumentare gli investimenti, sia perché fornirebbero parte del loro finanziamento, sia perché contribuirebbero a coprire parte del rischio di capitale e sia perché servirebbero ad assicurare parte dei pagamenti degli interessi dei paesi debitori. Può funzionare? Certo che può. Se aumenti i profitti e diminuisci i rischi, l'interesse privato a investire aumenta. Eppure da un sondaggio tra 400 operatori della cooperazione risulta che il 58% degli intervistati sono contrari al coinvolgimento del profitto nella cooperazione allo sviluppo. Come mai? Non capiscono l'economia? O non sarà che non si lasciano incantare dalle chiacchiere?
Finanziamenti diretti a governi, Banche Etiche e Ong. Per valutare l'efficacia del blending non bisogna confrontare una situazione in cui si utilizza con una in cui non si danno contributi. Bisognerebbe piuttosto confrontarla con una in cui i contributi sono utilizzati diversamente, ad esempio col caso in cui affluiscono direttamente ai governi dei paesi poveri per finanziare investimenti pubblici o imprese pubbliche. Oppure col caso in cui affluiscono alle organizzazioni per la cooperazione no profit o a banche etiche. In questi casi gli aiuti potrebbero funzionare meglio. Infatti, se l'incentivo all'investimento è dato dalla copertura del rischio, allora il pubblico funzionerebbe meglio del privato, visto che lo stato fornirebbe una copertura molto più ampia. Se poi gli Stati che ricevono gli aiuti vogliono attivare partecipazioni con imprese private, saranno liberi di farlo, ma decideranno loro quali sono le priorità, e non è detto che lo facciano in vista della massimizzazione dei profitti.
Le banche private possono speculare sui debitori. Inoltre si tenga presente che la parziale copertura del pagamento degli interessi funziona come incentivo ai privati solo se porta a un aumento degli interessi che possono incassare. Il che vuol dire che le banche private possono usare questa facility del debitore non per aumentare gli investimenti bensì per aumentare gli interessi che si fanno pagare, cosicché i doni governativi si risolverebbero in doni ai privati. Un problema del genere non si porrebbe con le banche etiche, le quali hanno dei vincoli autoimposti di massimale sugli interessi. A parità di aiuti governativi, le banche etiche investirebbero di più di quelle private a farebbero pagare interessi più bassi; senza considerare il fatto che esse, come le organizzazioni no profit, sono più sensibili delle imprese capitalistiche alle ricadute sociali e ambientali degli investimenti.
Una questione etica: perché dare i soldi ai ricchi per aiutare i poveri? Che mi porta a sollevare un problema di carattere, diciamo così, filosofico. Il progetto della UE sembra improntato all'ideologia del trickle down: per diminuire la povertà si danno soldi non ai poveri, ma ai ricchi. L'idea è che se li dai direttamente ai poveri, questi se li mangiano subito. Se invece li dai ai ricchi questi li investono creando ricchezza e nuova occupazione, e così faranno diminuire la povertà in modo strutturale. Le grandi organizzazioni economiche internazionali, come la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale, hanno adottato questa ideologia nel fornire aiuti ai paesi poveri, e poi hanno trionfalmente esibito i dati statistici sull'effettiva diminuzione della povertà assoluta nel mondo negli ultimi decenni.
Ora, a parte il fatto che gran parte del merito per questa diminuzione della povertà va attribuita alla Cina e all'India, due paesi che contano molto più sulle politiche dello stato nazionale che sugli aiuti dei paesi occidentali.
Quello che non si dice sul trickle down. Ma il punto è che, mentre è diminuita la povertà, è anche aumentata la disuguaglianza nella distribuzione dei redditi. Questo è un 'effetto collaterale' del trickle down che gli ideologi neo-liberisti tendono a ignorare. Il piano Sdgs delle Nazioni Unite prevede, come Goal 10, una riduzione della disuguaglianza. Siamo sicuri che il blending sostenuto dalla Ue contribuirà al raggiungimento dell'obiettivo?
* Ernesto Screpanti è professore di Economia della globalizzazione presso l'università di Siena
Il programma anticrisi delle Nazioni Unite: avanti ai privati. Le Nazioni Unite prevedono di varare per il 2015 un nuovo piano per combattere la povertà nel mondo. È noto come Sdgs (Sustainable development goals) e sostituirà il precedente, ambiziosissimo e in parte fallito, piano Mdgs (Development millennium goals). La Commissione Europea a sua volta sta preparando un piano per definire l'entità e le modalità del proprio contributo ai Sdgs. L'idea che sta passando è che, essendo i contributi pubblici pochi e in diminuzione, bisogna far leva sul ruolo del settore privato.
I ricchi finanziano i poveri. La parola d'ordine è "blending". Che non è soltanto un mix di finanza pubblica e privata, ma un sistema di finanziamento in cui gli aiuti governativi dovrebbero affluire al sud del mondo per il tramite degli investimenti di imprese private. In parole povere: i governi dei paesi ricchi darebbero dei doni finanziari a quelli dei paesi poveri, ma non direttamente; li darebbero alle imprese industriali e bancarie dei paesi ricchi sotto forma di partecipazioni o prestiti; queste imprese poi effettuerebbero investimenti nei paesi poveri per un ammontare di capitale multiplo del dono ricevuto. I doni funzionerebbero così da incentivi.
Il blending può funzionare davvero? Si ritiene che i doni dovrebbero indurre la finanza privata ad aumentare gli investimenti, sia perché fornirebbero parte del loro finanziamento, sia perché contribuirebbero a coprire parte del rischio di capitale e sia perché servirebbero ad assicurare parte dei pagamenti degli interessi dei paesi debitori. Può funzionare? Certo che può. Se aumenti i profitti e diminuisci i rischi, l'interesse privato a investire aumenta. Eppure da un sondaggio tra 400 operatori della cooperazione risulta che il 58% degli intervistati sono contrari al coinvolgimento del profitto nella cooperazione allo sviluppo. Come mai? Non capiscono l'economia? O non sarà che non si lasciano incantare dalle chiacchiere?
Finanziamenti diretti a governi, Banche Etiche e Ong. Per valutare l'efficacia del blending non bisogna confrontare una situazione in cui si utilizza con una in cui non si danno contributi. Bisognerebbe piuttosto confrontarla con una in cui i contributi sono utilizzati diversamente, ad esempio col caso in cui affluiscono direttamente ai governi dei paesi poveri per finanziare investimenti pubblici o imprese pubbliche. Oppure col caso in cui affluiscono alle organizzazioni per la cooperazione no profit o a banche etiche. In questi casi gli aiuti potrebbero funzionare meglio. Infatti, se l'incentivo all'investimento è dato dalla copertura del rischio, allora il pubblico funzionerebbe meglio del privato, visto che lo stato fornirebbe una copertura molto più ampia. Se poi gli Stati che ricevono gli aiuti vogliono attivare partecipazioni con imprese private, saranno liberi di farlo, ma decideranno loro quali sono le priorità, e non è detto che lo facciano in vista della massimizzazione dei profitti.
Le banche private possono speculare sui debitori. Inoltre si tenga presente che la parziale copertura del pagamento degli interessi funziona come incentivo ai privati solo se porta a un aumento degli interessi che possono incassare. Il che vuol dire che le banche private possono usare questa facility del debitore non per aumentare gli investimenti bensì per aumentare gli interessi che si fanno pagare, cosicché i doni governativi si risolverebbero in doni ai privati. Un problema del genere non si porrebbe con le banche etiche, le quali hanno dei vincoli autoimposti di massimale sugli interessi. A parità di aiuti governativi, le banche etiche investirebbero di più di quelle private a farebbero pagare interessi più bassi; senza considerare il fatto che esse, come le organizzazioni no profit, sono più sensibili delle imprese capitalistiche alle ricadute sociali e ambientali degli investimenti.
Una questione etica: perché dare i soldi ai ricchi per aiutare i poveri? Che mi porta a sollevare un problema di carattere, diciamo così, filosofico. Il progetto della UE sembra improntato all'ideologia del trickle down: per diminuire la povertà si danno soldi non ai poveri, ma ai ricchi. L'idea è che se li dai direttamente ai poveri, questi se li mangiano subito. Se invece li dai ai ricchi questi li investono creando ricchezza e nuova occupazione, e così faranno diminuire la povertà in modo strutturale. Le grandi organizzazioni economiche internazionali, come la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale, hanno adottato questa ideologia nel fornire aiuti ai paesi poveri, e poi hanno trionfalmente esibito i dati statistici sull'effettiva diminuzione della povertà assoluta nel mondo negli ultimi decenni.
Ora, a parte il fatto che gran parte del merito per questa diminuzione della povertà va attribuita alla Cina e all'India, due paesi che contano molto più sulle politiche dello stato nazionale che sugli aiuti dei paesi occidentali.
Quello che non si dice sul trickle down. Ma il punto è che, mentre è diminuita la povertà, è anche aumentata la disuguaglianza nella distribuzione dei redditi. Questo è un 'effetto collaterale' del trickle down che gli ideologi neo-liberisti tendono a ignorare. Il piano Sdgs delle Nazioni Unite prevede, come Goal 10, una riduzione della disuguaglianza. Siamo sicuri che il blending sostenuto dalla Ue contribuirà al raggiungimento dell'obiettivo?
* Ernesto Screpanti è professore di Economia della globalizzazione presso l'università di Siena