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La finanza della Cooperazione: la nuova legge promossa a metà dagli esperti di economia

Il ddl è divenuto legge a tutti gli effetti il primo agosto scorso. La prima novità della norma sta nella conciliazione tra pubblico e privato nella gestione del settore. Con questa apertura al privato, si pone un nuovo modo di guardare alla cooperazione attraverso l'utilizzo di dettami della grande finanza. Con esiti positivi ma anche rischi

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ROMA - Capitale proprio (equity), prestiti (loans), fusione (blending), capitale di rischio (capital risk), obbligazione finanziaria (bond): sono solo alcuni dei termini (sempre di matrice anglofona e sempre invasivi) che da qualche tempo vengono presi in prestito dalla finanza dominante per essere utilizzati nell'ambito delle nuove formule del mondo della cooperazione allo sviluppo. Ma questi termini e le loro applicazioni possono davvero convivere, con trasparenza ed efficacia, con il mondo della cooperazione? L'invasione delle imprese private nel settore cooperativo sarà davvero la soluzione vincente per la crescita del pianeta? La nuova legge sulla cooperazione e il cambiamento del nome del Ministero degli Esteri, in Italia, basteranno a rendere concreto un cambiamento e un vero sviluppo della situazione economica e lavorativa? A questo e ad altro rispondono due esperti del settore: Mario La Torre, professore di Economia dell'università La Sapienza di Roma e Andrea Baranes, presidente della fondazione Banca Etica.

Il Ministero degli Esteri cambia nome e si apre al privato. La commissione Affari esteri, il primo agosto scorso e dopo 27 anni, ha approvato il ddl di riforma della cooperazione italiana allo sviluppo. La nuova legge favorisce una stretta collaborazione con il pubblico. Al ministero degli Esteri, che cambierà nome in ministero degli Affari esteri e della cooperazione internazionale, spetterà la funzione di regia politica, insieme al Parlamento. Sarà introdotta la figura di vice ministro alla cooperazione, come referente politico nel governo e verrà istituito il comitato internazionale per la cooperazione allo sviluppo (Cics), con il compito di assicurare la strategia, la programmazione e il coordinamento di tutte le attività. La gestione e il controllo delle iniziative saranno competenza di una nuova struttura ad hoc (l'Agenzia italiana per la cooperazione), che godrà di autonomia organizzativa, regolamentare, amministrativa, patrimoniale. La riforma prevede anche la creazione di un braccio finanziario, affidato alla Cassa depositi e prestiti, per convogliare in Italia aiuti europei, migliorare l'accesso, il controllo e il coordinamento delle banche e dei fondi internazionali multilaterali. In Italia, questo strumento di cui i paesi partner europei sono da anni dotati, fin'ora era completamente assente. Ma questo pacchetto ben confezionato è davvero tanto innovativo, o nasconde insidie di carattere etico e di concreta necessità oggettiva?

Cosa stabilisce la nuova legge.
"La maggiore novità di natura operativa della nuova legge sulla cooperazione - spiega Mario La Torre, ordinario di Economia degli intermediari finanziari presso l'università La Sapienza di Roma - è rintracciabile nel forte accento che viene dato al partenariato pubblico-privato nei progetti di accordi bilaterali tra paesi. In breve, è possibile costruire progetti di cooperazione allo sviluppo cofinanziati dai privati; tali progetti trovano la copertura pubblica nel fondo rotativo di cui all'articolo 8, quella privata nelle risorse messe a disposizione dai soggetti privati selezionati come partner. Naturalmente, tali soggetti devono rispondere a requisiti di trasparenza e ai principi di responsabilità sociale d'impresa".

I lati positivi della legge: liberare risorse pubbliche. "Promuovere l'ingresso di investitori privati (anche orientati al profitto) nei progetti di cooperazione internazionale - chiarisce La Torre - significa da un lato, liberare risorse pubbliche, dall'altro generare un effetto leva sulle disponibilità finanziarie disponibili per gli interventi. Inoltre, l'intervento di investitori privati nel capitale di società a forma mista, operanti nei paesi in via di sviluppo, rappresenta una garanzia di buon esito e di sostenibilità del progetto: l'investitore privato, infatti, sarà orientato a recuperare l'investimento e a onorare i propri impegni verso il partner pubblico, per assicurarsi un ritorno economico ed una continuità di commessa. Infine, la disponibilità di maggiori risorse orienta verso interventi in grado di generare impatti più complessi e strutturati".

I rischi: la giusta scelta dei partner. Ma il professor La Torre pone l'accento anche sui rischi della commistione pubblico-privato nella cooperazione: "Per generare un effetto positivo della riforma, occorre una attenta selezione dei soggetti partner - spiega La Torre - da questi dipende non solo il successo del singolo programma di sviluppo, ma anche quello dell'intera architettura della norma. I naturali interlocutori di tale forma di partenariato sono istituzioni di medie e grandi dimensioni, per lo più regolamentate e vigilate, con una struttura organizzativa consolidata e un bilancio significativo. Più difficile ravvisare un ruolo di interlocutore per le numerose Ong e le altre realtà di piccole dimensioni operanti abitualmente nel comparto della cooperazione. A fronte della disponibilità finanziaria che devono mettere a disposizione, i soggetti privati dovranno attenersi a regole precise. Innanzi tutto,  assicurare un reale coinvolgimento nel settore della cooperazione: solo questo dato può generare interesse per una continuità di commesse e, indirettamente, per il buon esito della singola operazione; quindi, una buona capacità di coniugare i tradizionali obiettivi di profitto con i tassi di remunerazione in linea con il business della cooperazione; infine, una capacità di operare con i partner locali".

La necessità di progetti agili e mirati. La Torre si sofferma su come cambierà il Ministero nel nostro paese: "Si ravvisa la necessità di trovare un equilibrio tra queste tipologie di intervento e quelle più orientate alla profondità. La natura orientata al profitto dei partner privati può spingere verso progetti di maggiori dimensioni, a scapito della tradizionale profondità delle azioni di cooperazione. La cooperazione ha bisogno sia di grandi progetti, che raggiungano popolazioni significative, sia di progetti mirati a nuclei più ristretti e meno raggiungibili: progetti, quest'ultimi, meno adatti a questo nuovo schema di intervento e più vicini agli operatori di dimensioni ridotte, che tanto hanno fatto e continuano a fare per la cooperazione italiana e che vanno valorizzate e difese".

Se il blending rafforza solo il privato. Una posizione più chiaramente dubbiosa verso il nuovo intervento privato nel settore cooperativo è evidenziata dal presidente della fondazione Banca Etica, Andrea Baranes: "Se la Commissione e gli altri organismi europei sottolineano come con il blending sarà possibile moltiplicare le risorse per la cooperazione, i rischi di questo nuovo approccio sono però abbastanza evidenti, la cooperazione potrebbe trasformarsi in uno strumento di promozione commerciale per le nostre imprese, in cui un privato con sempre maggiore potere economico e decisionale, riesce a indirizzare i fondi (sia quelli propri sia quelli pubblici) verso paesi e progetti nei quali vede un ritorno economico, mentre magari proprio le nazioni più povere o i progetti più necessari vengono accantonati".

La cooperazione rischia di dipendere dalla grande finanza. "Il fenomeno del tied aid, o aiuto legato, esiste da anni - continua Baranes -  e di fatto buona parte della cooperazione già oggi è appunto 'legata' agli interessi commerciali o a un diretto intervento delle imprese dei paesi donatori. Il rischio è di esasperare ulteriormente tale approccio arrivando a una vera e propria 'finanziarizzazione' della cooperazione internazionale: gli interventi si decidono guardando agli interessi commerciali, ai profitti e al ritorno sugli 'investimenti' e non in base a criteri umanitari o sociali. Interventi che ricordano più da vicino politiche coloniali che non aiuti internazionali, e nei quali lo 'sviluppo' non è quello delle nazioni più povere, ma quello del fatturato delle multinazionali del nord del mondo".