Addis Abeba, il compromesso: un percorso incerto per la finanza dedicata alla crescita
di LUCA DE FRAIALa soluzione raggiunta non garantisce le risorse finanziarie per eliminare la povertà assoluta e per costruire lo sviluppo sostenibile nei prossimi quindici anni. Il nodo del fisco. Un punto d'incontro debole
ADDIS ABEBA - La conferenza di Addis Abeba per la finanza per lo sviluppo raggiunge una soluzione di compromesso che non garantisce i finanziamenti necessari per eleminare la povertà assoluta e costruire lo sviluppo sostenibile nei prossimi quindici anni. Le organizzazioni non governative parlano di fallimento. Il mantra "ognuno deve fare la sua parte" non deve nascondere le diverse responsabilità degli attori in campo. Soltanto l'Europa difende a spada tratta l'accordo raggiunto; dall'Italia, un nuovo impegno politico in materia di cooperazione.
La posta in gioco. La conferenza per la finanza di sviluppo di Addis Abeba (13 -16 luglio) si è conclusa dopo quattro giorni di intense discussioni nelle quali più volte si sono rincorse voci di differenze insanabili. Ma l'accordo c'è stato e il primo di una serie di appuntamenti internazionali che nel 2015 dovranno definire la agenda per lo sviluppo sostenibile dei prossimi qu…
La posta in gioco. La conferenza per la finanza di sviluppo di Addis Abeba (13 -16 luglio) si è conclusa dopo quattro giorni di intense discussioni nelle quali più volte si sono rincorse voci di differenze insanabili. Ma l'accordo c'è stato e il primo di una serie di appuntamenti internazionali che nel 2015 dovranno definire la agenda per lo sviluppo sostenibile dei prossimi qu…
ADDIS ABEBA - La conferenza di Addis Abeba per la finanza per lo sviluppo raggiunge una soluzione di compromesso che non garantisce i finanziamenti necessari per eleminare la povertà assoluta e costruire lo sviluppo sostenibile nei prossimi quindici anni. Le organizzazioni non governative parlano di fallimento. Il mantra "ognuno deve fare la sua parte" non deve nascondere le diverse responsabilità degli attori in campo. Soltanto l'Europa difende a spada tratta l'accordo raggiunto; dall'Italia, un nuovo impegno politico in materia di cooperazione.
La posta in gioco. La conferenza per la finanza di sviluppo di Addis Abeba (13 -16 luglio) si è conclusa dopo quattro giorni di intense discussioni nelle quali più volte si sono rincorse voci di differenze insanabili. Ma l'accordo c'è stato e il primo di una serie di appuntamenti internazionali che nel 2015 dovranno definire la agenda per lo sviluppo sostenibile dei prossimi quindici anni può essere archiviato.
Cosa ci consegna la conferenza di Addis Abeba? Partiamo dal titolo: terza conferenza per la finanza per lo sviluppo. L'aspettativa era di giungere a decisioni in grado di generare le risorse che saranno necessarie per centrare obiettivi di riduzione della povertà e di sviluppo sostenibile e, quindi, completare il percorso avviato a Monterrey nel 2002 e a Doha nel 2008. In altri termini, nella conferenza di Addis Abeba si è affrontato il nodo dei "mezzi di implementazione" che dovranno sostenere i nuovi ambiziosi obiettivi, sintetizzati nell'espressione no one will be left behind, ovvero nessuno sarà lasciato indietro.
Si parla di risorse ingenti. Il volume delle risorse delle quali si parla ha una dimensione significativa: nel caso degli investimenti per le infrastrutture, si stima un fabbisogno tra i 5 e i 7 trilioni di dollari all'anno. Per lo sradicamento della povertà assoluta - ovvero portare tutta la popolazione globale sopra la soglia minima di reddito di 1,25 dollari al giorno - sarebbero necessari circa 70 miliardi di dollari. Dove trovare tutte queste risorse? Gli aiuti valgono circa 140 miliardi dollari all'anno e per colmare la lacuna si guarda anche ad altri strumenti. Ad esempio, le risorse mobilitate dai Paesi in via di sviluppo sono certamente una parte della soluzione; sono infatti più che raddoppiate negli ultimi dieci anni, arrivando a quasi 2 trilioni di dollari annui.
Verso la Conferenza di New York. Aver raggiunto una conclusione, in presenza anche di visioni e proposte radicalmente diverse, è un risultato da apprezzare: un esito diverso avrebbe pregiudicato l'adozione dell'agenda post 2015, ovvero il percorso verso l'Assemblea delle Nazioni Unite, che in settembre dovrà adottare in nuovi obiettivi per lo sviluppo sostenibile (gli SDGs, Sustainable Development Goals), e la conferenza che a Parigi, il prossimo dicembre, dovrà mettere mano al negoziato sul clima. L'accordo di Addis Abeba potrebbe consentire di affrontare le prossime settimane di negoziato con lo spirito giusto, se non fosse per i distinguo con in quali l'Addis Abeba Action Agenda è stata accolta.
Gli esiti della conferenza. L'agenda in discussione è ricca; il termine finanza per lo sviluppo racchiude un menù molto ampio: dagli investimenti privati, agli aiuti e cooperazione allo sviluppo, alle risorse domestiche, alla cancellazione del debito. Di fronte alle aspettative, le organizzazioni della Società Civile, riunite in un ampio coordinamento, non solo parlano di fallimento, ma mettono in evidenza aree di possibile regressione.
Nessuno si fa illusioni. Forse il tema che più si conosce è quello degli aiuti internazionali. Nessuno crede che possano da soli risolvere la sfida per lo sviluppo, ma rimangono una componente importante di una strategia complessiva, specie nel caso di quei Paesi e settori (ad esempio, salute e istruzione) che difficilmente potranno godere del contributo della finanza privata. Bene, di fronte al fatto che siamo ancora ben lontani dagli obiettivi già concordati negli ultimi decenni, nel compromesso di Addis Abeba non si trova traccia di iniziative concrete per rimettere in carreggiata gli impegni internazionali. La dice lunga il fatto che il documento conclusivo saluta con soddisfazione l'impegno dell'Europa che, in realtà, ha promesso di raggiungere il proprio obiettivo di destinare lo 0,7% della ricchezza nazionale in aiuti entro il 2030, ovvero con quindici anni di ritardo rispetto alle scadenze già concordate.
Il nodo della cooperazione fiscale. La questione che ha tenuto aperti i negoziati è stata la cooperazione fiscale. Anche su questo tema, i Paesi ricchi, EU in testa, sono rimasti trincerati nella loro posizione: il sistema attuale, imperniato sul lavoro dell'OECD, funziona. Quindi la richiesta avanzata dai Paesi in via di sviluppo e dai Paesi emergenti, uniti nel gruppo del G77, di creare un vero meccanismo intergovernativo sotto l'egida della Nazioni Unite, superando lo status attuale del comitato di esperti, è stata bocciata.
Un compromesso debole. Che le cose non siano andate per il verso migliore lo si è capito anche dalla riunione plenaria di chiusura. Dopo la rituale procedura di approvazione delle conclusioni sono iniziate le dichiarazioni degli Stati membri a spiegazione del sostegno dato al documento finale. Soltanto dall'UE è venuto un messaggio di piena soddisfazione, tanto da parlare di resounding success.
I distinguo e le riserve. Negli altri interventi si sono sentiti distinguo e riserve. Da notare, ad esempio, che gli Stati Uniti si sono voluti smarcare, ricordando che dalle conclusioni di Addis Abeba non può discendere alcun tipo di obbligazione legale; rispetto allo stesso testo adottato, forti distinguo sono stati fatti sulla proprietà intellettuale e sui meccanismi di risoluzione del debito, questioni nelle quali devono prevalere gli impegni contrattuali fra le parti, con buona pace di accordi e mediazioni internazionali.
Il problema sollevato dal Sud Africa. Ma il posizionamento più netto è venuto per bocca del Sud Africa che, parlando a nome del gruppo del G77, ha ricordato che il documento è stato adottato per spirito costruttivo, ma permangono importanti questioni che non sono state adeguatamente affrontate. Fra le altre, la differenziazione delle responsabilità dei diversi attori, mantenere gli impegni per gli aiuti, l'irrisolto tema del comitato intergovernativo in materia di tasse e l'addizionalità delle risorse destinate a combattere i cambiamenti climatici.
Un'ombra su New York e Parigi. Il compromesso così raggiunto non offre garanzie di unire la comunità internazionale in un impegno collettivo e getta forse un'ombra sui prossimi negoziati a New York e Parigi per un agenda post 2015. Noi italiani possiamo incassare l'impegno del Presidente Renzi che, intervenendo alla conferenza il 14 luglio, ha promesso di sostenere la cooperazione in modo da far risalire l'Italia nella classifica dei donatori, dichiarando che non è possibile che il nostro Paese sia finito all'ultimo posto.
La posta in gioco. La conferenza per la finanza di sviluppo di Addis Abeba (13 -16 luglio) si è conclusa dopo quattro giorni di intense discussioni nelle quali più volte si sono rincorse voci di differenze insanabili. Ma l'accordo c'è stato e il primo di una serie di appuntamenti internazionali che nel 2015 dovranno definire la agenda per lo sviluppo sostenibile dei prossimi quindici anni può essere archiviato.
Cosa ci consegna la conferenza di Addis Abeba? Partiamo dal titolo: terza conferenza per la finanza per lo sviluppo. L'aspettativa era di giungere a decisioni in grado di generare le risorse che saranno necessarie per centrare obiettivi di riduzione della povertà e di sviluppo sostenibile e, quindi, completare il percorso avviato a Monterrey nel 2002 e a Doha nel 2008. In altri termini, nella conferenza di Addis Abeba si è affrontato il nodo dei "mezzi di implementazione" che dovranno sostenere i nuovi ambiziosi obiettivi, sintetizzati nell'espressione no one will be left behind, ovvero nessuno sarà lasciato indietro.
Si parla di risorse ingenti. Il volume delle risorse delle quali si parla ha una dimensione significativa: nel caso degli investimenti per le infrastrutture, si stima un fabbisogno tra i 5 e i 7 trilioni di dollari all'anno. Per lo sradicamento della povertà assoluta - ovvero portare tutta la popolazione globale sopra la soglia minima di reddito di 1,25 dollari al giorno - sarebbero necessari circa 70 miliardi di dollari. Dove trovare tutte queste risorse? Gli aiuti valgono circa 140 miliardi dollari all'anno e per colmare la lacuna si guarda anche ad altri strumenti. Ad esempio, le risorse mobilitate dai Paesi in via di sviluppo sono certamente una parte della soluzione; sono infatti più che raddoppiate negli ultimi dieci anni, arrivando a quasi 2 trilioni di dollari annui.
Verso la Conferenza di New York. Aver raggiunto una conclusione, in presenza anche di visioni e proposte radicalmente diverse, è un risultato da apprezzare: un esito diverso avrebbe pregiudicato l'adozione dell'agenda post 2015, ovvero il percorso verso l'Assemblea delle Nazioni Unite, che in settembre dovrà adottare in nuovi obiettivi per lo sviluppo sostenibile (gli SDGs, Sustainable Development Goals), e la conferenza che a Parigi, il prossimo dicembre, dovrà mettere mano al negoziato sul clima. L'accordo di Addis Abeba potrebbe consentire di affrontare le prossime settimane di negoziato con lo spirito giusto, se non fosse per i distinguo con in quali l'Addis Abeba Action Agenda è stata accolta.
Gli esiti della conferenza. L'agenda in discussione è ricca; il termine finanza per lo sviluppo racchiude un menù molto ampio: dagli investimenti privati, agli aiuti e cooperazione allo sviluppo, alle risorse domestiche, alla cancellazione del debito. Di fronte alle aspettative, le organizzazioni della Società Civile, riunite in un ampio coordinamento, non solo parlano di fallimento, ma mettono in evidenza aree di possibile regressione.
Nessuno si fa illusioni. Forse il tema che più si conosce è quello degli aiuti internazionali. Nessuno crede che possano da soli risolvere la sfida per lo sviluppo, ma rimangono una componente importante di una strategia complessiva, specie nel caso di quei Paesi e settori (ad esempio, salute e istruzione) che difficilmente potranno godere del contributo della finanza privata. Bene, di fronte al fatto che siamo ancora ben lontani dagli obiettivi già concordati negli ultimi decenni, nel compromesso di Addis Abeba non si trova traccia di iniziative concrete per rimettere in carreggiata gli impegni internazionali. La dice lunga il fatto che il documento conclusivo saluta con soddisfazione l'impegno dell'Europa che, in realtà, ha promesso di raggiungere il proprio obiettivo di destinare lo 0,7% della ricchezza nazionale in aiuti entro il 2030, ovvero con quindici anni di ritardo rispetto alle scadenze già concordate.
Il nodo della cooperazione fiscale. La questione che ha tenuto aperti i negoziati è stata la cooperazione fiscale. Anche su questo tema, i Paesi ricchi, EU in testa, sono rimasti trincerati nella loro posizione: il sistema attuale, imperniato sul lavoro dell'OECD, funziona. Quindi la richiesta avanzata dai Paesi in via di sviluppo e dai Paesi emergenti, uniti nel gruppo del G77, di creare un vero meccanismo intergovernativo sotto l'egida della Nazioni Unite, superando lo status attuale del comitato di esperti, è stata bocciata.
Un compromesso debole. Che le cose non siano andate per il verso migliore lo si è capito anche dalla riunione plenaria di chiusura. Dopo la rituale procedura di approvazione delle conclusioni sono iniziate le dichiarazioni degli Stati membri a spiegazione del sostegno dato al documento finale. Soltanto dall'UE è venuto un messaggio di piena soddisfazione, tanto da parlare di resounding success.
I distinguo e le riserve. Negli altri interventi si sono sentiti distinguo e riserve. Da notare, ad esempio, che gli Stati Uniti si sono voluti smarcare, ricordando che dalle conclusioni di Addis Abeba non può discendere alcun tipo di obbligazione legale; rispetto allo stesso testo adottato, forti distinguo sono stati fatti sulla proprietà intellettuale e sui meccanismi di risoluzione del debito, questioni nelle quali devono prevalere gli impegni contrattuali fra le parti, con buona pace di accordi e mediazioni internazionali.
Il problema sollevato dal Sud Africa. Ma il posizionamento più netto è venuto per bocca del Sud Africa che, parlando a nome del gruppo del G77, ha ricordato che il documento è stato adottato per spirito costruttivo, ma permangono importanti questioni che non sono state adeguatamente affrontate. Fra le altre, la differenziazione delle responsabilità dei diversi attori, mantenere gli impegni per gli aiuti, l'irrisolto tema del comitato intergovernativo in materia di tasse e l'addizionalità delle risorse destinate a combattere i cambiamenti climatici.
Un'ombra su New York e Parigi. Il compromesso così raggiunto non offre garanzie di unire la comunità internazionale in un impegno collettivo e getta forse un'ombra sui prossimi negoziati a New York e Parigi per un agenda post 2015. Noi italiani possiamo incassare l'impegno del Presidente Renzi che, intervenendo alla conferenza il 14 luglio, ha promesso di sostenere la cooperazione in modo da far risalire l'Italia nella classifica dei donatori, dichiarando che non è possibile che il nostro Paese sia finito all'ultimo posto.